Commento al Vangelo di Don Umberto Cocconi: Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia.

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Don Umberto Cocconi

Il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» (dal libro dell’Esodo).
“Il Signore è in mezzo a noi si o no?”. In tanti si stanno chiedendo: “ma Dio dov’è?”. Perché tutto questo? Ma davvero questo coronavirus è un flagello di Dio, per punire la tracotanza umana? Un microscopico virus sta paralizzando il mondo, un’entità talmente piccola che nemmeno risulta visibile con gli occhi, ci domina e d’improvviso si è messa davanti a tutte le nostre conquiste, mettendole così in crisi. A ragione ci sentiamo vulnerabili e di fatto lo siamo. Forse ora ci stiamo accorgendo di non essere onnipotenti, di non poter dominare tutto e di non essere i padroni del mondo. Le nostre ideologie, piccole o grandi che siano, le nostre convinzioni, perfino quelle religiose, sono messe alla prova. Ognuno, senza distinzione, è chiamato in causa e in questo contesto può comprendere meglio sé stesso. Un evento come la diffusione del coronavirus sta provocando all’umanità uno spavento più disastroso di una guerra, al punto che da liberi, capaci di attraversare il mondo in poche ore, siamo costretti ad auto imprigionarci. Quanto starò dentro casa? Quando andrò a scuola o al lavoro? La cultura batte il tempo, è il claim che è stato scelto per Parma capitale della cultura, ma oggi è il coronavirus che sta battendo il tempo della nostra città. Sì, sta dettando lui i tempi, i modi del nostro non stare insieme. Il virus è arrivato proprio nel momento in cui la nostra città viveva un tempo magico, le case dei parmigiani si erano aperte all’incontro. Ciascuno di noi aveva aperto i suoi scrigni di bellezza e di bontà per accogliere alla propria tavola il mondo. Il virus, nel giro di pochissimi giorni, ad una velocità veramente pazzesca, ha costretto tutti, volenti o nolenti, a farsi carico, financo nei comportamenti più quotidiani (lavatevi le mani…), del destino della comunità mondiale. Se la “cultura moderna” tende a desolidarizzare, a erigere steccati e costruire generi, se definisce gradazioni nella partecipazione al titolo di essere umano e istituisce orrendi confini tra “noi” e i “barbari”, il virus “accomuna” e costringe a pensare a soluzioni “comuni”. Questa è la cultura che batte il coronavirus! Se l’epidemia ci aiuterà a maturare una concezione diversa di noi stessi, non sarà stata una sofferenza inutile. Dio si sta servendo di esso per richiamarci tutti ad uno sguardo più profondo sulla nostra vita? Innanzitutto Dio ci insegna che non siamo onnipotenti e che la scienza, pur con tutti i suoi enormi meriti, non può eliminare il lato grigio dell’esistenza. Fa una certa impressione vedere le strade deserte della nostra città – prima piene di turisti – il coronavirus alla fine ci farà cambiare il senso dei nostri anni, dei nostri giorni e a tutto il mondo farà capire la forza della collaborazione e la riconoscenza per chi si è fatto avanti, per chi ci ha messo le mani e la buona volontà. Oggi chiudiamo le chiese per non venire contagiati? O forse perché non sappiamo più pregare, né cosa chiedere, né cosa offrire? Hannah Arendt ci insegna che ogni crisi: “Ci costringe a tornare alle domande”, fa emergere il nostro io in tutta la sua esigenza di significato. La domanda che sorge in questo momento, più potente di qualsiasi altra, è: “che cosa vince la paura?”. Domandiamoci: “quale presenza è in grado di vincere la paura profonda, quella che ci attanaglia al fondo del nostro essere?”. Non basta, ne siamo certi – una qualsiasi presenza. È quella presenza che in modo insperato fa scaturire dalla roccia l’acqua, la vita. Mentre noi mormoravamo contro Dio, in quanto lo abbiamo ritenuto il responsabile dei nostri mali, lui non ci ha voltato le spalle ma ha ascoltato il nostro grido di dolore e ha fatto sì che dal nostro cuore di pietra potesse sgorgare acqua che disseta. Che occasione può diventare il momento che stiamo vivendo! «Questo ti voglio dire ci dovevamo fermare. Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare. Stare dentro le cose. Adesso siamo a casa. E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni. Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo. Un comune destino ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene. Saremo qui, più attenti credo. Più delicata la nostra mano starà dentro il fare della vita. Adesso lo sappiamo quanto è triste stare lontani un metro» (Mariangela Gualtieri)
 

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