Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: Saper vedere

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Beatitudini

1 novembre 2019

Mt 5,1-12

In quel tempo1vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.


La solennità di Tutti i santi di quest’anno è illuminata dalla canonizzazione da parte del Patriarcato di Costantinopoli di quattro santi, quattro monaci del monte Athos. Uno in particolare possiamo dire di averlo conosciuto, con i fratelli con cui lo visitammo venticinque anni fa, grazie a un incontro indimenticabile, dopo ore di ascensione lungo una mulattiera che s’inerpicava dal mare fino alla sua cella. Si chiamava Efrem, o meglio papa Efrem, e già in vita irradiava una luce diffusa sul mondo cristiano. 

Raramente ho conosciuto un uomo di quella bellezza: ultraottuagenario, i capelli totalmente bianchi, lunghissimi, lo sguardo saettante, e in fondo a quello sguardo i suoi occhi, come due rubini, due carboni ardenti. Viveva in un eremo nel cosiddetto “deserto verticale” della santa montagna, ma era in contatto con l’universo intero. Ci disse: “La terra è colma di santi, ma non sappiamo vederli!”

Queste parole ci riportano potentemente al vangelo odierno, il vangelo delle Beatitudini, che inizia con queste parole: “Gesùvedendo le folle… insegnava ai suoi discepoli…”. 

Che cosa insegnava? Insegnava soprattutto a vederevedere quel che egli vedevain quelle folle, vedere con gli occhi del cuore, occhi lavati di pianto, occhi affinati dal doloroso amore ricevuto e donato. Vedere in quelle folle i poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia… già presenti e operanti, qui e ora. 

Le Beatitudini non sono una nuova legge, un’esortazione morale, l’augurio di qualcosa che deve venire, un’ascesi da percorrere per divenire miti, puri… le Beatitudini sono un’apocalisse, uno svelamento di queste persone viventi già ora, in questa vita, e non in un’altra, che Gesù ci insegna a discernere nelle folle di ogni giorno. Tutto ciò che è grande è semplice, non c’è da inventare una santità come sforzo eroico, ma vederla già dove lei è, e non ce ne accorgiamo, perché distratti, perché non abbastanza umani.

Non è questa realmente l’esperienza di ciascuno di noi? Quante persone abbiamo incontrato che ci hanno benedetto con la loro mitezza, ci hanno battezzati con le loro lacrime, ci hanno piegati con la purezza del loro cuore e nulla poi sarebbe stato più come prima, anche se solo per un attimo abbiamo colto la loro presenza leggera?

Ci sentiamo perduti e smarriti, troppo piccoli, e allora corriamo a cercare la santità in improbabili manifestazioni straordinarie, e non percepiamo che è invece presente nella quotidianità di una persona fedele che ci è accanto.

Ricordo alcune parole di Bruce Wayne, eroe che ha avuto il potere più grande, quello di essere umano: “Chiunque può essere un eroe – un santo –, anche un uomo che fa una cosa semplice e rassicurante come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino, per fargli capire che il mondo non è finito”.

Sono parole di qualcuno che ha imparato a vedere, e possono diventare in questa solennità anche le nostre parole.

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