Dietro il “mistero” di Bose

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di Alberto Melloni

 

Per la chiesa italiana e per l’ecumenismo quella uscita la sera del 26 maggio non è una notizia: è una bomba – contenuta in un atto che ordina a Enzo Bianchi, di “separarsi” dal monastero di Bose di cui è fondatore.
Il decreto è ad oggi ignoto, così come gli atti della visita apostolica da cui discende, le denunce che l’hanno preceduta. Si conosce solo un comunicato apparso sul sito di Bose (ma scritto in vaticanese) che dice poco e pone domande inquietanti. Ne cito quattro.

I) Nella prassi della Santa Sede si caccia da una casa religiosa chi si è macchiato di delitti turpi sostenuti da accuse e prove che oggi nessuno può o vuole più coprire. Enzo Bianchi viene invece punito con l’esilio da Bose senza alcuna accusa infamante.
Gli si imputa invece di aver esercitato “l’autorità del fondatore” in modo nocivo al “clima fraterno”: un “reato di caratteraccio” – definizione di un cardinale romano – che viene punito con una pena capitale e l’ordine di trasferirsi entro il 1° giugno a Praglia o a Bardolino o a Chevetogne. Ammesso che il clima fraterno fosse il punto, era col parricidio che Roma pensava di alleviare le tensioni a Bose?

II) Il provvedimento notificato all’ex priore è contenuto in un “decreto singolare” firmato dal cardinale Parolin il 13 maggio e approvato personalmente dal Papa “in forma specifica”: dunque un atto amministrativo mediante il quale vengono presi provvedimenti che “per loro natura non suppongono una petizione fatta da qualcuno” (can. 48). Eppure lo stesso comunicato del monastero allude a “serie preoccupazioni pervenute da più parti alla Santa Sede” relative a una “situazione tesa e problematica” a Bose.
È dunque stato un pezzo di quella che un saggio vescovo italiano chiama la “faida vaticana contro Francesco” aver saputo usare la litigiosità monastica, la Segreteria di Stato e il Papa stesso per togliere di mezzo – come fu per l’allontanamento di don Dario Viganò dalla congregazione delle comunicazioni o del comandante Domenico Giani dalla Gendarmeria – persone vicine al pontefice? III) La “visita apostolica” compiuta a Bose nell’inverno era ovvio che avrebbe portato a galla problemi e incertezze.
Ma chi l’ha invocata o permessa ha capito che sarebbe stata usata per risucchiare Bose nella ordinarietà degli ordini e castrarne l’identità ecumenica? E si è chiesto quando padre Cencini, uno dei tre visitatori, è tornato a Bose per portare la sentenza è venuto come “delegato Pontificio ad nutum Sanctae Sedis, con pieni poteri” e dunque con la forza del successore di Pietro, laddove bastava il vescovo di Biella?
IV) Del provvedimento contro Enzo Bianchi nessuno ha prevenuto l’episcopato italiano e nessuno si è sentito in dovere di informare né il patriarca ecumenico né il patriarca di Mosca né le chiese con cui Bose aveva legami fraterni: ai primi questo dice che “nessuno è al sicuro”, come racconta qualche vescovo, e ai secondi si è offerta la versione più manesca del primato papale.
C’è qualcuno che ha dimenticato di dire al Papa che Bose fa parte della storia di tutta della chiesa italiana ed è stato l’unico antidoto allo spiritualismo svenevole dell’ecumenismo italiano, si ami o detesti il profilo pubblico del suo ex priore?
Questa tragedia, che fa stappare champagne agli integristi, va dunque catalogata insieme alle operazioni ecclesiastiche più sofisticate e tragiche del Novecento: perché con un solo spiedo
( agnosco stylum romanae curiae) infilza l’anomalia di Bose, il priore, l’ex priore, il mancato priore, l’ecumenismo, la terza loggia vaticana, i vescovi italiani, un lembo della tonaca del Papa e – per finire con una tocco di crudeltà – propone a Enzo Bianchi di andare in esilio nel monastero di Chevetogne, da cui il fondatore dom Lambert Beauduin, venne esiliato dal 1931 al 1951… Qualunque cosa accada di questa vicenda dolorosa bisogna dire che se qualcuno l’ha pensata, l’ha pensata bene. E se non l’ha pensata vien da chiedersi come diavolo ha fatto a riuscirci. 

Fonte: “la Repubblica” del 28 maggio 2020

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