Il vescovo Solmi: “Mai come in questo anno abbiamo fame di luce”

Religioni e Spiritualità
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L’omelia di monsignor Solmi la notte di Natale. “Il rifiuto dell’alloggio, della casa, segno dello scarto di chi è fragile come una partoriente che non conosce nessuno, come oggi un anziano”.

Il testo dell’omelia del vescovo monsignor Enrico Solmi pronunciata il 24 sera in Cattedrale. Il giorno di Natale, come di consueto, si recherà a celebrare in Carcere e quindi in Cattedrale alle  11.

C’è già il buio, è notte e, in un orario non consueto, celebriamo la seconda Santa Messa di Natale, appunto quella della notte. Nelle strade ci sono le consuete luminarie e la Cattedrale questa notte, in modo particolare, è piena di luce. Buio sembra anche il tempo che stiamo vivendo.

Mai come in questo anno abbiamo fame di luce.

Fame di quella luce che vogliamo vedere in fondo al tunnel della pandemia, che ne decreti la fine ci raggiunga, proprio dove siamo ora, a rischiarare la nebbia e addirittura il buio inquietante di tante cose: presunte certezza cadute, paure che riemergono dal passato o che si originano dall’isolamento, dalla solitudine, dalla rabbia, dal timore per il lavoro e il futuro.

Sono stato in una casa di riposo in questi giorni e ho portato il cero della Caritas da accendere in questi giorni. Una anziana ha quasi violato la linea di sicurezza, per chiedermi il cero, barattandolo con un cioccolatino, che ho dovuto accettare.

Nella tenerezza del gesto mi sembra il simbolo di questo Natale.

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse” abbiamo sentito, ed è, per il popolo d’ Israele, la luce in fondo al tunnel: è finita l’oppressione dell’esilio, è tolta la trave che veniva messa sulle spalle perché i prigionieri non scappassero, sono finiti i suoni cupi della violenza – gli stivali battenti, e le divise insanguinate vengono bruciate.

Diversi mi hanno confidato la voglia di un rogo di mascherine alla fine della pandemia, alimentato dai disinfettanti infiammabili.

Anche quello farebbe luce.

Ma forse non decisiva.

Perché il buio e la sbarra, le paure e le oppressioni sono più forti di quelle del tempo che stiamo vivendo, che le ha accelerate e fatte emergere o addirittura scoppiare e le ritroviamo attorno a noi ed anche dentro di noi.

La scena del vangelo è emblematica e ci parla, mostrandoci: il potere lontano che fa patire la gente e in particolare i poveri, come Giuseppe e Maria incinta, che devono andare a Betlemme da Nazareth. 160 chilometri di sofferenze, per adempiere ad un atto di sottomissione e di prepotenza: il censimento per ragioni tributarie, voluto da Cesare Augusto e dalla sua filiera di comando.

Il rifiuto dell’alloggio, della casa, segno dello scarto di chi è fragile come una partoriente che non conosce nessuno, come oggi un anziano.

Il mercato, businnes che specula sulle situazione e stabilisce che non “c’era posto per loro”, come oggi per tanti poveri e deboli.

Sono precisi tocchi di pennello che disegnano scene interne ed esterne a noi e rimarcano ancor più il bisogno di luce, di riferimenti, di un aiuto che ci raggiunga.

Qui ci incontriamo con la scelta di Dio di venire da noi, come uno di noi. “È apparsa la Grazia di Dio che porta salvezza” dice San Paolo a Tito e ad ognuno di noi.

Il Verbo era Dio, in principio era “rivolto” verso Dio, nel Natale si “rivolge” all’umanità e viene, è luce.

Il segno è ancora la luce.

Una luce che è protagonista del presepe di questa notte, come nel prologo del Vangelo di Giovanni.

Ai pastori che vegliano nella notte si presenta un angelo, che li avvolge di luce. Hanno timore.

La luce può impaurire le nostre coscienze che la cercano e ne sono impauriti quando arriva, perché chiede, come ai pastori, di muoversi, anche da una situazione disagiata – erano fuori di notte – ma alla fine sicura.

È la luce che snida abitudini non buone, indolenze, modi di pensare e di fare chiusi. Che apre una strada attesa e impegnativa.

È personale, familiare, ma anche sociale: papa Francesco, senza mezzi termini, chiede una “politica migliore”.

È luce che viene e che crea la distinzione di chi la accoglie e di chi la rifiuta.

San Giovanni lo dice chiaramente: “Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto, ma a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare Figli di Dio”.

La luce è esigente, chiama, ma è anche rassicurante: “Non temete” è l’esortazione che torna ancora, dopo essere stata rivolta a Maria e Giuseppe, e si estende sull’umanità. Non abbiate paura. È detta a noi.

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi… Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”.

Questa è la scelta di Dio: venire ed essere con noi.

Non rimane fuori e manda messaggi da lontano, come su un social che non si può raggiungere, o parlare da un blog anonimo che non si può fermare, ma viene bisognoso di affetto e di cure di madre: “ lo avvolse in fasce”, come della forza creativa di un padre: “lo pose in una mangiatoria”, quella mangiatoia che Giuseppe aveva pulito.

Gesti essenziali, intrisi di amore, profetici: la mangiatoia ricorda il sepolcro, le bende quelle che si troveranno ben ordinate dopo le Risurrezione, perché a Gesù non serviranno più.

Così nella grotta c’è la luce che illumina tutta la nostra storia: le condizioni difficili e sbagliate – rappresentate dal censimento, dalla chiusura; le paure , “non temete”, l’oggi e il domani.

Una vedova mi ha scritto commossa perché, dopo anni che era rimasta sola ad affrontare le difficoltà, le è arrivata una mail che aveva il titolo “vengo io””; piangeva commossa che una persona si interessasse a lei e a un suo figlio. “Sono state una luce per me quelle parole” mi ha detto. È la scelta di Dio: “Io ci sono, io vengo” e chiede di essere lo stesso noi per chi ci è accanto: è il modo di accogliere la luce e di darla.

È la scelta di una società rinnovata: fare spazio a tutti, ai poveri e ai deboli, come le persone che ho incontrato alle Mense Caritas, ai tavoli dove si decidono le scelte fondamentali per il bene comune. Non per ricordarsi di loro, ma perché la loro sensibilità che deriva dalla loro condizione, contribuisca e innervi le scelte per tutti. Iniziare a scegliere mossi da criteri nuovi, nei quali l’essere accanto e la tenerezza diventano fondamentali per l’intera comunità civile.

Nel presepe in piazza Garibaldi, in città, c’è la statuina di un’operatrice sanitaria: è in rappresentanza dei tanti che dicono “vengo io” e restano accanto a chi è nel bisogno nel silenzio, senza venire presi dalla ricerca mediatica dei buoni a Natale, perché chi serve lo fa con la discrezione e il garbo del rispetto e il pudore del silenzio, come Giuseppe, sposo e padre, accanto a Maria e al Bambino. Spesso raffigurato, non a caso, con una lampada in mano.

 

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