Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: videro la gloria di Cristo

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Don Umberto Cocconi
Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (Vangelo secondo Luca).
Proprio grazie alla preghiera, Gesù diventa consapevole di essere figlio: l’Amato. L’autentica preghiera cristiana permette il raggiungimento della più alta forma di consapevolezza, in quanto aiuta a cogliere il senso soprannaturale del momento presente, quel carattere di grazia nel quale Dio nel “qui e ora” si manifesta a noi. Gesù, mentre prega, si sente chiamato per nome, coinvolto in una relazione talmente unica e privilegiata da farlo sentire un eletto, anzi, l’Eletto. Su di Lui il Padre ha posto il suo compiacimento. Pochi istanti prima Gesù aveva preannunciato ai suoi discepoli che il figlio dell’uomo avrebbe sofferto, che sarebbe stato riprovato dagli anziani e che sarebbe stato ucciso e dopo tre giorni risorgere. Proprio in quel momento “qui e ora” Gesù prende piena consapevolezza d’essere l’agnello di Dio, colui che su di sé porta il peccato del mondo. Gesù non perderà mai la consapevolezza della sua discendenza divina, neppure nei momenti in cui sperimenterà l’abbandono del Padre. Sentirsi amato significa aprirsi, rompere il cerchio dell’isolamento, abitare quel miracolo che è la capacità di stare pienamente con sé stessi e con gli altri. Parlare di consapevolezza oggi può portare a imbattersi nella mindfulness (consapevolezza): una pratica finalizzata a favorire nell’uomo la possibilità di entrare in contatto con l’esperienza che sta vivendo nel presente, non con giudizi pregressi e prevenuti, ma bensì con accettazione e disponibilità. Jon Kabat Zinn definisce la mindfulness «il processo di prestare attenzione in modo particolare, intenzionalmente, in maniera non giudicante, allo scorrere dell’esperienza nel presente, momento dopo momento». Essere consapevoli della pienezza della nostra esperienza non solo permette di mantener le redini del nostro mondo interiore, ma soprattutto ci immerge completamente nella nostra vita. La mindfulness, nel senso più generale del termine, è la mistica dell’istante, riguarda il risvegliarsi da una vita vissuta in modo automatico, divenendo così sensibili alle novità delle nostre molteplici esperienze quotidiane. Anziché vivere in modo automatico e superficiale, la mindfulness ci rende consapevoli e, in tal modo si ha la possibilità di fare delle scelte, ragion per cui diventa possibile cambiare. La mistica non è altro che l’esperienza integrale della vita e il mistico è colui che viaggia sulla banda larga della realtà, coinvolto e attento al dolore del mondo. Come dice Fernando Pessoa, «benedetti siano gli istanti, e i millimetri e le ombre delle piccole cose». La mistica dell’istante ci chiede, pertanto, di prendere più sul serio la nostra umanità, in quanto narrativa di un Dio che vive in questo mondo. La mistica, afferma Georges Bataillle, “è un’esperienza di nudità” in quanto si vive la realtà in tutto il suo darsi. Ma oggi «mancano cartografi e testimoni del cuore umano, dei suoi infiniti e impervi cammini, così come del nostro quotidiano, dove ogni cosa è e non è, straordinariamente semplice» (Josè Mendonça). Uno degli aspetti centrali della mistica dell’istante è la trasformazione del nostro rapporto con il tempo. Visto che non abbiamo davanti a noi interi secoli, rinunciamo all’audacia di vivere pienamente il breve istante. L’attimo è proprio l’epifanica manifestazione della nuova vita. L’esperienza del credere presuppone fiducia, non garanzie! Vivere in maniera mindfullness vuol dire vivere l’esperienza attuale, qualunque essa sia, prestandole attenzione e accogliendola in modo gentile, amorevole e compassionevole. L’istante bisogna pensarlo come un sacramento, l’ottavo: «noi che entriamo e usciamo dai templi, quanto bisogno abbiamo di venerare la sorprendente santità del momento presente chi non è capace di sedersi sulla soglia dell’istante, non conoscerà mai la pace serena ed illuminata dello stare-con» (Joseph Perrin). Durante la trasfigurazione, Gesù vive uno stato di grazia che lo accompagnerà per il resto della vita. Per ascoltare e per conoscere Dio, bisogna avere il coraggio di fermarsi, di interrompere cioè il fiume delle nostre occupazioni quotidiane e dei pensieri che in ogni istante affollano la nostra coscienza, per fare spazio alla presenza di Dio. In una relazione d’amore con il Signore, il momento presente ha un ruolo di capitale importanza: il mio rapporto con Lui si svolge sempre e “solo” nel “qui e ora”, il benedetto istante dove Dio costantemente parla. E in quel medesimo momento io mi trasfiguro, rivelo tutta la mia bellezza. Afferma Teresa Lisieux «la mia vita è solo un attimo, un’ora di passaggio. La mia vita è solo un giorno che svanisce e sfugge. Oh mio Dio, tu sai che per amarti sulla terra non ho che l’oggi».

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