Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: che vita è quella di colui che non rischia?

Religioni e Spiritualità, Umberto Cocconi
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Don Umberto Cocconi

Gesù disse questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque […]. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti […]. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti» (Vangelo secondo Matteo).
Perché colui che ha ricevuto un solo talento non ha rischiato? Il suo “padrone” gli ha dato una grande possibilità. E lui che cosa fa? Dice: “ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Perché, nonostante la fiducia che il suo “padrone” ha riposto in lui, non si è dato da fare? Che vita è quella di colui che non rischia? È come stare in panchina e non giocare mai per paura di perdere, è simile, guardo ai giorni nostri, all’esistenza dei tanti soprattutto giovani che al posto della vita reale preferiscono vivere e calarsi in quella virtuale. Il rischio fa sempre parte del gioco, questo perché nella vita non possiamo avere certezze, molto spesso non possiamo sapere cosa ci può accadere se non facciamo un passo avanti. Rischiare dunque è l’unica opportunità che abbiamo per capire davvero il posto che vogliamo occupare nel mondo. Non possiamo vivere in un mondo costruito intorno a pseudo certezze, la natura umana è appassionata, curiosa, vivace e naturalmente innamorata del rischio; esso apre uno spazio ignoto. Oggi il “principio di precauzione” è diventato norma. Ma se il rischio invece tracciasse un territorio ancor prima della realizzazione di un atto, se supponesse una maniera di essere al mondo, se costruisse una linea d’orizzonte? Perché non agire, allora? Il rischio è un kairos, nel senso greco di “istante decisivo”. Infatti l’istante della decisione, quello in cui il rischio è preso, inaugura un tempo altro, ulteriore e imprevisto. «Rischiate per i vostri sogni, per amore, per tutte quelle cose che nella vita assumono un significato importante. Non fatelo per mettere in pericolo la vostra vita. Chi non insegue i suoi sogni e non cerca di raggiungere i suoi obbiettivi, perché ha paura di fallire, naufraga nel mare della sua stessa esistenza, perché non è capace di trovare il coraggio dentro di sé» (A. Dufourmantelle). Se ci pensiamo bene Dio ama il rischio a tal punto da consegnarsi nelle mani dell’uomo! Gesù paradossalmente afferma: «chi non perde la propria vita non la troverà e chi la tiene per sé la perderà per sempre». Anche la nostra vita è uno sporgersi, è un rischiare, un andare oltre il limite. Chi vuole restare sempre nel recinto sicuro, non esce mai da sé stesso, non dà fiducia a un altro, e quindi non si sposa. Non fa una scelta, è come il chicco di frumento, che non muore ma rimane solo, sterile. Lacan – il grande psicanalista – immagina che quando ci troveremo di fronte al tribunale divino, ci verrà posta una domanda: «Hai tu, nel corso della tua vita, agito conformemente alla legge del tuo desiderio? Oppure, hai tu tradito questa legge?». La domanda potrebbe essere così formulata, alla luce del vangelo di oggi: «hai seguito la direzione del tuo talento? Delle tue inclinazioni? Delle tue passioni? Hai messo mano al tuo tesoro e lo hai fatto fruttare? O hai avuto paura di consumarlo, di rischiare di investirlo senza ottenere nulla? Lo hai nascosto sotto terra, così come fece il servo della parabola?». Siamo chiamati ad una responsabilità verso noi stessi e verso gli altri. Responsabile significa “essere capace di risposta”. Essere responsabili del proprio desiderio, del proprio talento, significa rispondere alla sua chiamata, vivere seguendo la sua direzione, trovare il nostro personale percorso verso la felicità, assumendoci il rischio di decidere il nostro futuro.

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