Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Il morire viene considerato come un qualcosa di cui è bene non rendersi conto

Religioni e Spiritualità, Umberto Cocconi
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Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Vangelo secondo Luca).
“Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace” (Nunc dimittis) è anche “il canto della sera della vita” pronunciato da un Simeone ormai prossimo alla morte. E noi, come ci stiamo preparando alla nostra morte? In questa nostra società che potremmo forse definire “postmortale”, esiste forse ancora l’arte di “prepararsi al morire”? Pregare il Nunc dimittis – afferma Luciano Manicardi – è atto decisamente controcorrente in un contesto culturale come quello attuale, in cui l’ideale della cosiddetta “bella morte” prende la forma di un repentino, improvviso e incosciente passaggio, un evento a cui non solo non ci si prepara ma nemmeno ci si pensa. Il morire viene considerato come un qualcosa di cui è bene non rendersi conto, così non solo non si soffre fisicamente, ma soprattutto non si patisce la fatica del pensare, e del veder arrivare la propria fine. Oggi si desidera una “bella morte”, mentre un tempo ci si preoccupava di più di prepararsi alla morte, si volevano almeno dettare le proprie ultime volontà, salutare e dire addio ai propri cari e ricucire in extremis i rapporti incrinati. Nella tradizione cattolica, nelle litanie dei Santi si recita: “Salvaci dalla morte improvvisa”. La paura più grande era proprio quella di morire senza rendersene conto con il rischio di non avere il tempo di pentirsi dei peccati commessi in vita. Per questo un’altra tradizione della Chiesa consiste nel vivere ogni chiusura della giornata, prima di addormentarsi, con un piccolo “apparecchio alla morte”. Qualcuno ricorderà quella piccola preghiera che ci hanno insegnato le nostre nonne: “Gesù e, Giuseppe e Maria … assistetemi nell’ultima mia agonia … spiri in pace con voi l’anima mia”. Se ci pensiamo in quel momento in cui la fine del giorno segna l’ingresso nella notte, nel sonno, figura dell’ultimo sonno possiamo vedere quella soglia che separa la veglia dal sonno, una frontiera che quotidianamente ci ricorda e ci esercita al passaggio finale, alla morte appunto come passaggio. La figura di Simeone è l’immagine dell’uomo che ringrazia, che benedice e prega, riconoscendo la presenza salvifica di Dio in un bambino nato da poco. Nella semplicità di quei suoi occhi che vedono la salvezza nella carne di un neonato, di una nuova vita da poco sbocciata, nella tenerezza del suo abbraccio al piccolo, c’è tutta la gratitudine a Dio al tramonto della vita, come un Te Deum cantato a fine anno. Di Simeone si mettono in risalto gli occhi e le braccia: i suoi occhi anziani sono ancora capaci dello stupore di chi, guardando, vede nell’altro non un rivale o una minaccia, bensì un dono, una presenza di grazia. E quell’abbraccio quasi materno con cui egli accoglie il bambino, cullandolo con dolcezza, quanta giovinezza esprime a discapito dei tanti anni di età. Il corpo di Simeone non è rigido, chiuso e respingente, ma luminoso, caldo e accogliente. Simeone è un uomo anziano che attende e spera, non si è lasciato indurire dal tempo che passa, dalle delusioni che si moltiplicano. Non si è lasciato andare alla facile tentazione del cinismo, della sclerocardia spirituale, non ha ceduto alla facilità e alla banalità della tentazione di non sperare più, di non aver più niente da attendere. La salvezza si preannuncia come una nascita: come lo sbocciare di futuro che porterà e darà sostegno anche a quelle braccia e a quel corpo prossimo alla morte che ora portano e sostengono il neonato. Ha scritto Hannah Arendt: «Il miracolo che preserva il mondo dalla sua naturale rovina è il fatto della natalità. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini è il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la lieta novella dell’avvento: un bambino è nato per noi».

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