Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

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Don Umberto Cocconi

Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Vangelo secondo Giovanni).
 
Gesù utilizza un’immagine familiare per parlare di sé: “io sono la porta”. In questi giorni noi non vediamo l’ora di poter uscire dalla porta di casa nostra, e ci sembra di stare quasi dietro le sbarre di una prigione, nonostante questa porta chiusa ci ha protetti, ci ha salvati. Varcare una soglia è di per sé un gesto dalla forte carica simbolica: determina il passaggio da un ambiente all’altro. La porta può rappresentare anche il confine che stabilisce l’accoglienza e l’esclusione; e la porta aperta conduce psicologicamente all’azione: è sempre un invito a oltrepassarla.
Sono tante le porte ricordate nella Bibbia, ma tutte svaniscono davanti all’affermazione di Gesù: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato”. La porta che conduce verso la vita è stretta e per entrarci è necessario ridimensionarsi attraverso la conversione. Attualmente, purtroppo, le porte delle chiese, sia antiche che moderne, sono perlopiù chiuse e, pur comprendendo tutti i timori per il rischio di furti e profanazioni, si viene meno a quella disponibilità che ha sempre caratterizzato le nostre chiese, accogliendo sia chi entrava per un momento di preghiera, ammirava un’opera d’arte, o per chi cercava anche solo una pausa nella calura estiva. Mentre i supermercati fanno orario continuato, troppe chiese parrocchiali sono rigidamente aperte solo ed esclusivamente in concomitanza con le celebrazioni eucaristiche! Una porta aperta è sicuramente un segno piccolo, ma può essere grande nel momento in cui ci spinge a vivere l’esortazione di Romano Guardini: «A che ti giova la casa di legno e di pietra, se non sei tu stesso una casa vivente di Dio? A che giova che i portali alti s’incurvino e i pesanti battenti si schiudano, se in te non s’apre alcuna porta e il Re della gloria non può entrare?». Nelle diverse culture l’atto del “varcare una soglia” ha il significato di riunirsi ad un mondo nuovo, e la porta rappresenta la separazione o la comunicazione tra due “ambiti”: il noto e l’ignoto, il profano e il sacro. Spesso, soprattutto nel periodo medievale, le porte, attraverso le loro iscrizioni, “parlavano” con la voce della Chiesa o con quella di Cristo stesso, invitando appunto alla conversione: “passate attraverso di me, perché sono la porta della vita. Voglio perdonarvi, entrate”. La porta sacra, nell’antichità, simboleggiava l’ingresso nella vita eterna, porta della salvezza che, sigillata a causa della caduta di Adamo ed Eva, riapre i battenti con il sacrificio di Cristo. L’ingresso in questo Santo recinto simboleggia qualcosa di prodigioso: passare da un mondo a un altro. Attraversarlo simboleggia il nostro passaggio a una vita nuova, come osserva P. Evdokimov: «L’uomo vecchio muore alla soglia del tempio, mentre l’uomo nuovo, risuscitato con Cristo, entra e sta nel tempio della Gloria». Una preghiera di Guglielmo di Saint-Thierry suggerisce il senso mistico di questo attraversamento: «Oh!, tu che hai detto: “io sono la Porta”, mostraci di quale dimora sei la Porta, in quale momento e a chi Tu la apri. La Casa di cui Tu sei la Porta è il Cielo in cui abita il Tuo Padre».

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