Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: L’uomo fino a quando può sopportare il “silenzio di Dio”?

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Don Umberto Cocconi
Gesù disse: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Vangelo secondo Luca).
Ancora una volta Gesù usa immagini forti, problematiche e paradossali. Il suo modo di argomentare irrita, esaspera, eccita, ad essere quasi adirato. Il lettore viene quasi sconvolto da tali affermazioni. Gesù paragona Dio a un giudice disonesto, che non ha riguardo per alcuno, ebbene questo giudice che non guarda in faccia nessuno, che sembra non avere principi, esaudisce le richieste di una povera vedova, le fa giustizia. Questa povera donna tutti i giorni bussava alla porta del tribunale per chiedere giustizia, e questo giudice disonesto non faceva altro che sbatterle la porta in faccia, ma lei con coraggio, determinazione e tenacia non si è mai arresa. Lo infastidì a tal punto che le farà giustizia. Se quest’uomo così cattivo ha saputo fare giustizia a una povera vedova, Dio non farà “forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo?”. Perché non importuniamo Dio? Perché non lo sfianchiamo? Lui è felice se noi battagliamo, lottiamo con lui. La tradizione cristiana ha sempre affermato che la preghiera è fatica, lotta. Basta ricordare un detto di un padre del deserto: «Non vi è fatica così grande come pregare Dio. Qualsiasi opera l’uomo intraprenda, se persevera in essa, trova riposo, ma per la preghiera bisogna lottare fino all’ultimo respiro!». I grandi maestri di preghiera evidenziano che oggi è più che mai faticoso rimanere nel silenzio, condizione assai necessaria per ridare unità al proprio essere che rischia la dissipazione nell’eccesso di rumori e parole. Sembra quasi una follia, nella civiltà dell’immagine e della comunicazione, vivere l’atteggiamento di chi si apre a discernere una Presenza invisibile e silenziosa. Quando ci mettiamo in questa nudità di fronte a Dio, proviamo paura, diventiamo inquieti. La preghiera è esperienza di agonia, di lotta tra la mia volontà e quella di Dio. Se pensiamo all’esperienza di Gesù nell’orto dei Getsemani veniamo a conoscere che egli era in preda all’angoscia. Pregare è difficile, comporta costi, fatiche, è una battaglia non soltanto fatta di lotta ma anche di agonia. Il registra Ingmar Bergman nel film Luci d’inverno racconta la vicenda di un Pastore protestante che, a causa della morte della giovane moglie, pur perdendo la fede, continua la sua funzione di ministro. Il film si apre e si chiude con una funzione religiosa, nel mezzo sono tratteggiati, con una chiarezza espositiva che fa perno soprattutto sull’uso sapiente delle parole, i dilemmi del pastore protestante Thomas che avverte nella sua carne il “silenzio di Dio”. Il regista, con efficaci inquadrature mostra il sacerdote rinchiuso nel presbiterio, come fosse un recinto, dal cui interno somministra la comunione ai fedeli inginocchiati: un rito che è svuotato della sua carica di mistero eucaristico e di amore. Il pastore si sente proprio abbandonato, come Gesù, da un Dio che gli pare assente proprio nel momento del bisogno. Il sagrestano, uomo semplice ed ignorante, gli ricorda che anche Gesù soffrì un dolore più grande di quello fisico, ovvero come anche lui abbia vissuto il silenzio di Dio e l’abbandono da parte del Padre suo. Quelle parole sembrano illuminare – mentre celebra la messa – gli occhi del pastore, protesi verso l’alto come a voler accogliere una nuova luce che gli sta arrivando in dono. Quel volto nel primo piano finale non è disilluso, ma incantato, scolpito da una speranza ritrovata, da una flebile luce in questo inverno, in questa desolazione dell’animo. Ma, mentre il pastore predica, la telecamera inquadra il vuoto: in chiesa non c’è nessuno. Cosa significa questo vuoto assoluto? Che i fedeli si sono stancati di invocare un Dio che non risponde? Ma l’uomo sino a quando può sopportare il silenzio di Dio? L’uomo fino a quando può sopportare il “silenzio di Dio”? Ma «se tu non mi parli sono come uno che scende nella fossa»: così il salmista si rivolge a Dio in un momento di prova e di buio interiore.

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