Riflessione sul Vangelo di don Umberto Cocconi: Parlare della Trinità significa parlare dell’amore!

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Trinità
Trinità del Masaccio

Don Umberto Cocconi
Disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Vangelo di Giovanni).
Parlare della Trinità significa parlare dell’amore! Ma se parliamo dell’amore rischiamo di fare teoria e non pratica. L’amore, prima di tutto, è esperienza concreta, non teoria, ma prassi. Così della Trinità, se la studi e basta, non la comprendi a pieno, ma se la vedi in azione allora sì che essa si manifesta in tutta la sua bellezza. Un mirabile esempio ne è la Trinità del Masaccio. Vi invito a recarvi a Firenze presso la chiesa di Santa Maria Novella per contemplarne lo straordinario splendore. È chiamata la Trinitas in Cruce, la “Trinità nella Croce” o anche il “Trono delle grazie”. Nelle precedenti rappresentazioni della Trinità lo sfondo era sempre o fatto d’oro oppure di cielo. Per la prima volta il tutto viene collocato in una grandiosa architettura dipinta, che è quindi uno spazio terreno, frutto dell’attività umana. Guardate anzitutto il Padre in alto, con le sue braccia regge il legno della croce da cui Gesù pende. Il Padre è lì ritratto nell’atto di offrire il suo Figlio, di comunicarlo a noi in un gesto di amore infinito. Nella lettera ai Romani di San Paolo leggiamo: “Dio non ha risparmiato suo Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi”. San Giovanni a questo proposito sintetizza: “Dio ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio per la salvezza del mondo”. Il Padre è colui che prende l’iniziativa del dono, è la pura gratuità, la sorgività pura del comunicare. Volgete poi lo sguardo contemplativo al Figlio che, pur essendo inchiodato alla croce, si abbandona e si offre innanzitutto al Padre, come poi anche agli uomini che tanto ama. La figura del Padre, pur sembrando gigantesca per un effetto ottico, non ha tuttavia una statura superiore a quella del Figlio, ma uguale. Al centro si vede la colomba, figura dello Spirito Santo. Masaccio, posiziona lo Spirito Santo proprio tra il Padre e il Figlio per indicare il segno di comunione tra i due, lo Spirito in tal modo “apre” la Trinità al mondo. Tutto questo donarsi di Dio è per l’umanità, rappresentata ai piedi della croce da Maria e dal discepolo prediletto. La scena trinitaria dipinta da Masaccio rappresenta l’atto supremo della comunicazione divina: «ogni persona della Trinità divina si dona all’altra e da questa comunicazione di amore scaturisce un dono straordinario e misericordioso per l’umanità, chiamata a sua volta a entrare in questa circolazione di amore. Questa scena è una scena di morte: il Crocifisso è l’uomo rifiutato, di cui l’umanità non ha voluto accettare il messaggio. Ma ora tutto spira vita, comunicazione, speranza» (Carlo Maria Martini). Davanti a questa rappresentazione sono inginocchiati i committenti dell’opera. In basso c’è un sarcofago sovrastato da uno scheletro, immagine della caducità della vita. Abbiamo una scritta, con evidente intento didattico, di “memento mori”: IO FU’ GIÀ QUEL CHE VOI SETE, E QUEL CH’I’ SON VOI ANCO SARETE. Il contenuto simbolico ed educativo de La Trinità è volto a spiegare ai credenti come giungere alla vita eterna. La narrazione parte dal basso, dallo scheletro appoggiato sul sarcofago, esso rappresenta la morte dalla quale ci si può salvare solo elevandosi verso Dio Padre. Infatti, è attraverso la preghiera simboleggiata dai committenti, che si ottiene la fede necessaria per conquistare la vita eterna. Maria indica con la mano il Figlio cioè colui che ha tracciato la via da seguire. È rappresentato, in tal modo, il percorso dell’uomo che si innalza verso la salvezza: dalla vita terrena (lo scheletro) attraverso la preghiera (i committenti) e l’intercessione (la vergine e i santi) si può arrivare a Dio (la Trinità). È un itinerario accessibile all’umanità, che la innalza verso Dio, che è Padre e che, per la prima volta, ha un corpo reale. Il comunicarsi divino nella storia culmina, infatti, nell’Incarnazione del Verbo di Dio, in Gesù di Nazaret e nella sua morte in croce e risurrezione. Ora, se noi contempliamo questo mistero, vi scorgiamo anche la manifestazione di ciò che Dio è in sé. J. Moltmann scrive: «Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbiamo inginocchiarci ai piedi della Croce». E io aggiungo: se vogliamo imparare a comunicare, dobbiamo contemplare la Croce, lasciandoci folgorare dal Figlio crocifisso.

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