Riflessione sul Vangelo di don Umberto Cocconi: stare ai suoi piedi e ascoltare la sua parola

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In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.

Don Umberto Cocconi

Mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Vangelo secondo Luca).
Secondo l’interpretazione classica di questo brano, le due sorelle simboleggerebbero rispettivamente la vita attiva (Marta) e quella contemplativa (Maria), ma la questione, sondando nel profondo il testo sembra essere più complessa. Quale accoglienza e quale diakonia entrano in gioco? In cosa consiste la “parte buona” che caratterizza la scelta di Maria? E quale pro-vocazione Gesù rivolge a Marta e a noi? Innanzitutto dobbiamo ricordare che nella Bibbia la figura dell’ospite è strettamente legata a qualche novità, infatti si rivela essere sempre portatore di un messaggio di fecondità. Nella fatica della missione, Gesù e il suo gruppo trovano ospitalità nella casa di Marta. Non è marginale che Luca introduca Marta per prima, questo dettaglio di fatto delinea chiaramente la posizione sociale e il ruolo di Marta: sorella maggiore e proprietaria della casa. Maria appare come la sorella più piccola ma anche la più audace: stava seduta per terra, ai piedi del Signore, nella postura di un “discepolo”. Si descrive la “discepola Maria”, come assorta in religioso silenzio, tutta presa dalla Parola del suo Maestro. Il modo in cui Maria accoglie Gesù, quello “stare seduta ai suoi piedi” si addice a un maschio, ma è sconveniente per una donna. Nessun maestro ebreo dell’epoca avrebbe accettato che una donna assumesse nei suoi confronti l’atteggiamento di un discepolo. Marta invece, accogliendo l’ospite con calore e simpatia, viene così raccontata come intenta a mettere in pratica, ad attuare la Parola di Dio, che chiede di praticare l’ospitalità. Dov’è dunque il problema? Marta si sente abbandonata, lasciata sola nel “servizio” (diakonia), è terribilmente irritata con sua sorella che se ne sta invece tranquilla ai piedi del Maestro. Possiamo immaginare le domande che Marta, innervosita, andava facendosi dentro di sé: “Ma perché mia sorella non viene a darmi una mano? E Gesù neppure Lui si rende conto della situazione in cui mi trovo? Non ha occhi per me?”. Infine esplode e se la prende con il Maestro: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!». Incredibile, dà comandi al Signore. Marta si lamenta con il Signore di sua sorella e si lamenta anche di Lui. Teme l’esclusione dal circolo dell’affetto: «Il suo problema non è tanto legato a un fattore di stanchezza fisica, quanto a un problema di natura relazionale. Qui entra in gioco il dramma della fraternità. Marta non sopporta l’alterità di Maria, avverte quella diversità come una potenziale minaccia» (R. Manes). Ma Gesù non ci sta non intende affatto togliere a Maria la parte che audacemente ha saputo scegliersi, è Marta che deve cambiare prospettiva. Il Maestro per questo la interpella direttamente, chiamandola due volte per nome. Marta è come risucchiata nella spirale delle “molte cose da fare”. La risposta di Gesù non è un rimprovero, ma un invito a riflettere. Non basta fare tante cose per Gesù. Gesù dichiara che “una” è la cosa di cui c’è davvero bisogno. E dicendo che una è la cosa da farsi, invita anzitutto Marta a fare unità in sé stessa, a uscire dalla dispersione a cui è giunta a causa della preoccupazione e dell’agitazione interiore. Il contrasto è decisamente netto: da una parte la preoccupazione e l’affanno, dall’altra “un’unica necessità”, che Gesù tuttavia non definisce precisamente, se non ritornando sul comportamento di Maria e obbligando Marta a un esercizio di intelligenza e di interpretazione. Gesù configura il comportamento di Maria caratterizzandolo come la scelta della “parte buona”. L’aggettivo “buona” non ricorda forse la terra che dava frutto nella parabola del seme? Come la parola di Gesù sulle “preoccupazioni” evoca il terreno infestato da spine, incapace di condurre il seme a completa maturazione, così il riferimento alla “parte buona” richiama la terra fertile, ovvero il cuore buono e perfetto di chi ascolta, custodisce e produce frutto. Quel suo apparente non-fare, quello stare ai piedi del Maestro (come un discepolo) in ascolto della Parola, coincide con la scelta della parte “buona” che non le sarà tolta. L’unica cosa di cui c’è assolutamente bisogno è stare ai suoi piedi e ascoltare la sua parola.

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