Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini

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pescatori di uomini

Don Umberto Cocconi

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro e Andrea, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo (Vangelo secondo Matteo).
Che cosa vuol dire oggi seguire Gesù? Dove condurrà coloro che lo seguono? Quali scelte e quali divisioni porterà con sé? Che cosa vuol dire convertirsi? «Ero stata e resto abbagliata da Dio. La conversione è un fatto violento, è un momento decisivo. In questo momento Dio ci diviene supremamente importante, più d’ogni cosa, più di tutta la vita, anche e soprattutto la nostra» (Madeleine Delbrêl). Come lei stessa dirà la conversione segna uno spartiacque nella vita della persona tra ciò che c’era un “prima” e quello che ci sarà “adesso”, perché si è passati dalla morte alla vita, perché tutto quello che costituiva un tempo la propria vita è stato come strappato alla morte: «Gesù ci invita a intraprendere un cammino che segua le Sue orme affinché la nostra vita possa rinnovarsi». Si è così chiamati a convertirsi, a cambiare direzione, a non seguire più il proprio io, ma Lui. È un uscire dal chiuso mondo della soggettività, del già fatto, del già conosciuto; per cercare la Vera luce. Ed è proprio Gesù questa grande luce che ti illumina sul senso del vivere. L’uomo poi, è l’unica specie che attribuisce “un senso” alle cose. «Per l’intera natura una quercia è una quercia, il vento è il vento, e il fuoco resta fuoco. Per l’uomo invece tutto è altro; tutto ha un senso, tutto è riferimento. Per l’uomo tutto è sacro, tutto è simbolo. Parti anche tu. Anche se, scoraggiato, non vedi la meta, parti. Vivere è partire. Uscire. Aprirsi al nuovo. Anche se incerto, anche se fa paura» (Hermann Hesse). Ritenere che la fede sia un “cammino” e non un albergo o una casa dove potersi accomodare, è una posizione che non tutti condividono, e da alcuni addirittura rifiutata. Spesso si sente dire: “ho perso la fede”, “non credo più”, come se la fede fosse un bagaglio acquisito che non si può abbandonare senza accorgersene; invece ribadiamo come la fede sia un “cammino”, un continuo ricercare, seguendo quelle tracce che Dio stesso porta nel concreto vivere di ciascuno. Il che vuol dire che la fede esige sempre una capacità di discernimento, di lettura dentro gli eventi – eccezionali o quotidiani – per cogliervi quel messaggio, quella parola, quella risposta che Dio vuol dare alla sua creatura. Dietrich Bonhoeffer afferma che la Scrittura, quando invita a seguire Cristo, annunzia la liberazione dell’Uomo da ogni umano precetto da tutto ciò che pesa, opprime, preoccupa o tormenta la coscienza. «Seguendo Cristo gli uomini si liberano dal pesante giogo delle loro proprie leggi e si pongono sotto il dolce giogo di Gesù Cristo. Quando Cristo chiama il discepolo non risponde confessando a parole la sua fede in Gesù, ma con un atto di obbedienza. Com’è possibile tutto questo?». A ognuno di noi Gesù dice ancora: “Seguimi. Corri dietro a me”. Si è chiamati a “venir fuori”, a uscire dall’esistenza condotta sino a quel momento. Il passato resta indietro, lo si lascia completamente. Il discepolo viene gettato dalla sicurezza relativa della vita, nell’assoluta mancanza di appigli, in un’esistenza imprevedibile. «Nessuno è più viandante di un cristiano. Un altro può sostare ove gli piace, poiché davanti ad ogni sorgente l’attende una sete. Il cristiano ha sete di tutte le cose visibili ed invisibili; la sete che non si può frazionare in piccole avventure, saldato com’è a qualcuno, che pur non conoscendo ancora bene, pur non sapendo con qual nome chiamarlo, sa di dover cercare in un’avventura» (Primo Mazzolari). Partire è uscire da sé, è smettere di girare in tondo intorno al proprio io. È rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nello stagno della nostra soggettività. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo; partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli e farci loro incontro. «Abbiamo udito la Tua voce che ci chiamava, ascolta la nostra voce che ti chiede aiuto, portaci dove ci hai promesso, compi l’opera che hai iniziato: non abbandonare i tuoi doni, non trascurare il tuo campo, finché i tuoi germogli saranno raccolti nel granaio. Signore, io vorrei essere tra quelli che rischiano la propria vita» (Sant’Agostino).

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