Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: “venite e vedrete”.

Religioni e Spiritualità, Umberto Cocconi
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Don Umberto Cocconi

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro (Vangelo secondo Giovanni).
“Che cercate?”. Questa è la domanda che Gesù pone ai due discepoli che lo stanno seguendo. In altre parole, tramite questo interrogativo sta chiedendo: “qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita?”. Gesù – con la domanda delle domande: “Che cerchi?” – ci insegna a non accontentarci, ad avere “fame di cielo”, «il morso del più» (L. Ciotti). Ciò salva la grandezza del desiderio, lo salva dalla depressione, dal rimpicciolimento e dalla banalizzazione. Tutti infatti cerchiamo. E giustamente, perché siamo sete di vita e non ci accontentiamo finché non troviamo ciò che la sazia. Con questa semplice domanda Gesù fa capire che la nostra identità più autentica è di essere creature di ricerca e di desiderio. A tutti manca qualcosa: la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato. Che cosa mi manca? Di che cosa mi sento povero? Gesù non chiede per prima cosa rinunce o penitenze, sottolineando invece come la sfida più grande, con la quale una persona si può cimentare, è ricercare l’autentico significato del proprio esistere, e della Vita. Ma la ricerca, quando è assunta e consapevole, chiede di muoverci, di fare un movimento, ossia di seguire chi ha suscitato la domanda: “Venite e vedrete”, come Gesù risponde alla contro-domanda dei due: “Rabbi, dove dimori?”. «In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna». Con queste indimenticabili parole Giovanni Paolo II si rivolge ai giovani riuniti in preghiera per il grande Giubileo del 2000 la sera del 19 agosto, suggerendo la risposta alla domanda che inaugura ogni conversazione del Figlio di Dio con ognuno di noi: “Che cosa cercate?”. È Lui che cerchiamo – seppure spesso inconsapevolmente – in ogni moto più intimo del cuore, in ogni nostra scelta ed in ogni nostra azione, anche nel peccato: cerchiamo la felicità. Dove i primi discepoli hanno incontrato quel Dio che ha cambiato loro la vita e che insieme con loro ha potuto trasformare la storia? Dove, se non proprio dentro quella stessa vita, la loro stessa carne, nella mai banale quotidianità, qui, sulla nostra terra. Si sono lasciati disturbare da un Altro che poi hanno riconosciuto e chiamato con il suo nome: «Mio Signore e mio Dio». Gregorio Nisseno sagacemente afferma: «Tutti gli esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre, in bene o in male. Essere soggetto a cambiamento è nascere continuamente… Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com’è il caso degli esseri corporei… Essa è il risultato di una scelta libera e noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo». Fatti, incontri, situazioni, eventi ordinari e straordinari si succedono anche nei nostri giorni, ci disturbano, ci interpellano, ci mettono di fronte ai nostri desideri impastati di realtà. Perché dunque non lasciarsi inquietare dalla domanda dell’uomo di Nazaret?
 

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