Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: “Voi stessi date loro da mangiare”

Spread the love
Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Don Umberto Cocconi
Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste (Vangelo secondo Luca).
I discepoli in questo caso non sembrano capire le più profonde necessità della folla, per loro basta congedarla, prima che sia troppo tardi – il sole stava per tramontare – affinché da soli si arrabattino per alloggiare e trovare cibo nei dintorni. È come se i dodici ritenessero terminato il loro compito per quella giornata, così da poter finalmente riposare. Con queste parole che rivolgono al loro Signore, sembra quasi vogliano dirgli: “Basta! Che se ne tornino a casa!… Abbiamo i cinque pani e due pesci, per noi può bastare… è tardi! Che si arrangino!”. Men che meno comprendono le parole di Gesù: “Voi stessi date loro da mangiare”. Per Gesù quella folla non è un ingombro, non li considera numeri, ma un insieme di persone, di volti che meritano tutta l’attenzione e la dedizione possibile. Per questa folla Gesù si era prodigato, senza mai stancarsi aveva parlato del regno di Dio, prendendosi cura di ognuno di loro. Il prendersi cura dell’altro viene definito “arte”… è un atto creativo, è un gesto che modifica l’esistente generando bellezza. È un atto rivoluzionario che, con i colori dell’attenzione, dell’ascolto e dell’amore, modifica l’altrimenti grigio scorrere delle cose. Pensiamo alla canzone di Franco Battiato che ha come titolo: La Cura. La cura, per il cantautore, si traduce in gesti, in un’attenzione continuamente centrata sull’altro da sé, in una lettura minuziosa delle debolezze, e dunque delle necessità dell’altro. La fragilità di chi mi sta accanto è un dono da accogliere e custodire, come la mia fragilità. «Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via». Cosa vuol dire “proteggere”? Rimanda al senso del coprire … le nostre case, i luoghi in cui si pratica l’arte della cura, i posti dove ci sentiamo più al sicuro. Ed è lì, nel luogo in cui nasce la speranza che uomini ugualmente fragili possono sollevarsi a vicenda: «Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie». Per sollevare devi necessariamente chinarti, cambiare prospettiva e livello, inginocchiandoti, perché non ci si può sollevare che insieme. Ma si solleva, anche, dando speranza, la speranza è il motore e il fine di ogni prendersi cura, è ciò che contro tutto e tutti ci spinge ancora a dire “ne vale la pena”. Che meraviglia quando la canzone, in un impeto di poesia e di profezia, afferma: «Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare», sfida le forze stesse della natura e del cosmo per l’amato. «Sappiamo essere uno spazio vuoto e accogliente, pronto a farsi inondare dal mistero doloroso dell’altro, a lasciarlo esprimere la sua unicità di suoni, dissonanti magari, senza soffocarne la vibrazione nell’ovatta delle nostre certezze?» (Mimmo Battaglia). La mistica Simone Weil afferma: «ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male che è in noi stessi». L’attenzione è un gesto cognitivo primario, e quando è appassionata, concentrata sull’altro, niente la può smuovere, diventando così anche un gesto etico. Tenere l’altro nel proprio sguardo è il primo gesto di cura. Forse Gesù sta dicendo ai suoi discepoli che devono rivolgere lo sguardo sulla folla per capirne i bisogni e le necessità. Gesù ha capito che quella folla aveva il desiderio di stare insieme, quelle parole ascoltate sul Regno di Dio devono aver entusiasmato quelle persone a tal punto da non sentire neppure il bisogno della fame. Sono invece i discepoli che, con la scusa della fame, vogliono “sbarazzarsi” della folla. Gesù compie i gesti della cura, essi sono: far sedere la gente in piccoli gruppi perché ci sia una relazione più intima; prende nelle sue mani i cinque pani e i due pesci, ringrazia, quei pani così sono colti nel loro essere un dono per tutti, li spezza e li dona alla folla, mediante i discepoli. Essi in tal modo entrano nella logica del prendersi cura. Ebbene quei cinque pani e due pesci nelle mani di tanti diventano un dono per tutti, sono mani che accolgono, che non prendono, ma condividono e quindi ce n’è per tutti, anzi ne avanza.

Lascia un commento