Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua

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Don Umberto Cocconi


Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Vangelo secondo Luca).
Un incontro giocato sullo sguardo! Lo sguardo crea, trasforma sia me che guardo e chi dal mio sguardo viene sfiorato. Immaginate la scena: Gesù alza gli occhi e vede sull’albero, nascosto dalle occhiate della gente, che lo giudica un peccatore, Zaccheo il pubblicano. Come si sarà sentito quell’uomo da tutti ritenuto perduto? Senza dubbio rinato, capace di un futuro, di una nuova possibilità. Il primo gesto educativo non consiste quindi tanto nel dire o fare qualcosa, bensì nel guardare, nel lasciar emergere. Gesù lascia così affiorare nel cuore di Zaccheo il desiderio di rinnovarsi, di cambiare. Gesù compie il primo atto educativo: osservare. Lo sguardo presuppone che si aprano intenzionalmente gli occhi per vedere, e per farlo è necessario “trovarsi in presenza” dell’altro, assaporarne i contorni, le diversità, le sfumature. «Osservare – scrive Pierre Durrande – è entrare in punta di piedi alla porta dell’Altro, occorre bussare alla sua porta. E se il nostro è uno sguardo appassionato, è probabile che l’Altro apra la porta e si lasci incontrare». C’è sempre un “di più” da conoscere e da amare perché l’attesa della speranza non ha limiti. Occorre uno sguardo sull’Altro che sia capace di ospitare i simboli, le immagini, i sogni, inclusi i dubbi, le contraddizioni, i dilemmi e i conflitti che lo attraversano. Occorre rinunciare a una visione totalizzante e chiarificatrice. Donal Winnicott afferma che «viene il momento in cui il bambino si guarda intorno. Forse il bambino al seno non guarda il seno. E’ più probabile che una caratteristica sia quella di guardare la faccia. Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me, di solito ciò che il lattante vede è sé stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge quando il lattante guarda il volto della madre vede sé stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è ciò che essa scorge». Nel processo di crescita e di maturazione, l’interscambio di sguardi nella relazione madre-bambino assume quindi un ruolo importante di stimolo nella strutturazione del mondo interno del neonato e nella definizione dei propri confini come persona. Essere rispecchiati: «è essere compresi, sentire che qualcuno è empaticamente in sintonia con i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre esperienze. Rispecchiare un’altra persona richiede la disponibilità a entrare nel suo mondo, a sospendere il giudizio critico e a riflettere su ciò che è stato offerto» (Winnicott). Lo sguardo di Gesù è capace di sintonizzarsi con quello di Zaccheo: il sentirsi guardato apre il peccatore a una vita nuova, alla responsabilità. Tutto il Vangelo è un “gioco di sguardi”, colmo di episodi in cui Gesù guarda negli occhi le persone, si sintonizza con loro, e dona a loro uno sguardo ricco di attenzione e misericordia. Noi uomini delle grandi città abbiamo imparato a non guardare più negli occhi gli altri, a non stabilire un contatto visivo con uno che ti chiede l’elemosina o che ti vuole vendere fiori o qualcos’altro, altrimenti “non te lo scolli più”, altrimenti ti puoi sentire obbligato ad aiutarlo. E così, a poco a poco, ci si abitua a non guardare, a nascondere lo sguardo. Allenarsi a vedere significa allenare il cuore, la mente, il corpo e le emozioni ad accogliere un’esperienza di realtà molto più ampia, di cui lo sguardo, non solo nel senso fisico ma anche metaforico, è il primo contatto. L’educando ha bisogno dello sguardo dell’amore che genera vita, di quell’amore che è capace non soltanto di cogliere l’altro nella sua unicità e di accettarlo per quello che è, ma anche di intuire ciò che egli non è ancora, quello che egli può e deve diventare. Quello che permette di conoscere le persone e di accompagnarle in un itinerario di formazione, non è allora uno sguardo puramente intellettuale, distaccato e asettico. L’etica della cura, anche di quella educativa, nasce qui: da uno sguardo capace di commuoversi. E questo è proprio ciò che Zaccheo percepisce quando si sente guardato da Gesù, che lo chiama per nome.

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