Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: voi stessi date loro da mangiare

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Gesù sceso dalla barca, vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene (Vangelo secondo Matteo).
Gesù, vedendo le folle, prova compassione. Termine quest’ultimo che designa un movimento con il quale noi andiamo là dove c’è il male e condividiamo con il sofferente la sua situazione, partecipando alla sua vita. Raggiunti dalla sofferenza di un altro sentiamo il suo dolore che diventa così il nostro. Ma siamo capaci di avere compassione? Così scrive Kierkegaard: «Mio ascoltatore, se tu stesso sei stato, o forse sei, sofferente oppure se hai conosciuto chi soffre, forse con la buona intenzione di dargli conforto, hai senz’altro ascoltato spesso la comune protesta di chi soffre: “Tu non mi capisci, sì, non mi capisci, non ti metti al mio posto”. Se ti mettessi al mio posto, se fossi capace di metterti al mio posto, se potessi metterti fino in fondo al mio posto e dunque capirmi fino in fondo, allora parleresti diversamente». Per Kierkegaard il cristianesimo non deve essere un insegnamento esteriore, in cui la dottrina risuona a vuoto ma bensì “comunicazione di esistenza” in cui chi comunica deve mostrare nella propria vita ciò che comunica. La compassione di Dio non è un sentire pena: è, al contrario, mettersi nel problema, nella situazione dell’altro. Gesù curava la gente, però non era un guaritore, piuttosto Gesù curava la gente come segno della compassione di Dio, per salvarla. La compassione coinvolge, viene dal cuore e ti porta a fare qualcosa, è prendere la sofferenza dell’altro su di sé per risolverla, per guarirla. La compassione è il linguaggio di Dio: è stato Dio a dire a Mosè “ho visto il dolore del mio popolo”. È la compassione di Dio che invia Mosè a salvare il suo popolo. Il nostro è un Dio di compassione, e la compassione è – possiamo dire – la debolezza di Dio, ma anche la sua forza. Se la compassione è il linguaggio di Dio, tante volte il linguaggio umano è la nostra indifferenza. Quante volte guardiamo da un’altra parte e così chiudiamo la porta alla compassione? Solo Cristo può capire fino in fondo chi soffre: «Tu, uomo, hai un dolore nel cuore? Ricordati che Cristo aveva amici, ma visse l’abbandono: uno Lo tradì, l’altro Lo rinnegò. Lui, che fu disprezzato perseguitato, insultato, deriso, coperto di sputi, frustato, maltrattato, torturato, crocifisso: qualunque cosa tu abbia sofferto, e chiunque tu sia, non credi forse che possa mettersi fino in fondo al tuo posto?» (Kierkegaard). La localizzazione di Gesù risorto, nei giorni delle chiese chiuse, manda in tilt il GPS della nostra macchina religiosa: dov’è la Galilea di oggi, dove possiamo incontrare il Cristo vivente? Papa Francesco metteva da subito sulla buona strada in tempi non sospetti quando, pochi giorni prima della sua elezione, sottolineava che oggi Cristo sta bussando da dentro la Chiesa e vuole uscire. Cristo è tra i cercatori di speranza, tra i dimenticati, nei feriti dalla vita. Il Risorto invita a trovarlo nella solitudine delle nostre case, negli occhi di ogni padre di famiglia uscito dall’isolamento senza un lavoro, nelle corsie degli ospedali, nel disorientamento di un uomo senza dimora a cui viene preclusa anche la strada, nel migrante che vive sospeso per anni in attesa di asilo. Ecco la nuova Galilea. Ecco il kairòs, il tempo propizio. È quello che i giovani universitari, provenienti da tanti paesi del mondo, in collaborazione con il gruppo Mission, hanno vissuto in questa settimana comunitaria, presso l’Associazione San Cristoforo. Questi giovani, condividendo la vita quotidiana di tanti disperati hanno “toccato la carne di Cristo” che li ha guariti dall’indifferenza e li ha resi capaci di vedere oltre l’apparenza. La periferia dell’esistenza è diventata la Galilea dell’appuntamento con il Risorto. Essi hanno capito che basta poco per essere felici, che la felicità è rendere felici gli altri e a volte anche per far questo basta un piccolo gesto. Il Risorto lo trovi tra i testimoni umili e nascosti, capaci di essere lievito evangelico che si mescola all’impasto, come dono e rendimento di grazie.
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