Riflessioni al Vangelo di Don Umberto Cocconi: nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati

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COSÌ STA SCRITTO: IL CRISTO PATIRÀ E RISORGERÀ DAI MORTI IL TERZO GIORNO

Don Umberto Cocconi
Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Vangelo secondo Luca).
Gesù conduce “fuori” dal cenacolo i suoi discepoli, Dio è colui che ti fa uscire. Si è compiuto l’esodo di Gesù, così come si era compiuto l’Esodo del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto verso la terra promessa. Quello riguardante Gesù è avvenuto proprio a Gerusalemme: il figlio dell’uomo è stato disprezzato, oltraggiato, flagellato, sputacchiato, crocifisso, sepolto e, nonostante tutto questo, è uscito fuori da quella condizione, vincendo la morte con quello che a tutti gli effetti risulta essere il più grande gesto d’amore: donare la propria vita per la salvezza altrui. Gesù è prima fuori dal sepolcro, per poi arrivare, squarciando il cielo, ad esser addirittura “fuori” dalla terra. «È fuori da ogni orizzonte concepibile, da ogni schiavitù concepibile. Fuori nella libertà assoluta» (Silvano Fausti). Gesù conduce i suoi discepoli a Betania, il luogo dove Gesù era entrato a Gerusalemme, dove pernottava tutte le sere, dove aveva i suoi amici Lazzaro, Marta e Maria. Betania sta a oriente di Gerusalemme, vicino al monte degli ulivi, è il luogo dove Ezechiele vide fuggire la Gloria di Dio, e il territorio da dove incomincerà la Gloria del Messia. Gesù si congeda dai suoi discepoli alzando le mani; questa è proprio l’ultima immagine che abbiamo di Lui. Le mani alzate sono il segno della preghiera, della benedizione e del prendersi cura. Se prestiamo attenzione, possiamo notare come vi sia qui un’enfasi più sulle mani di Gesù che sul Suo volto. Se ci pensiamo bene nell’incontro al cenacolo Gesù invitava i discepoli a fissare l’attenzione sulle Sue mani e sui loro piedi. I discepoli hanno notato le mani di Gesù, quelle mani che hanno lavato i piedi, quelle mani che hanno spezzato il pane, quelle mani sulle quali ci sono i segni della passione. L’evangelista Luca scrive per le generazioni che non hanno incontrato Gesù, è come se l’evangelista, e attraverso lui, noi, accogliessimo l’invito a guardare, a capire che cosa fanno e che cosa significano quelle mani alzate. Penso alle mani nel loro significato di potere, di possibilità; l’uomo può far tutto con le mani e in quelle di Gesù possiamo scorgere la sintesi del suo operato, di quanto abbia fatto del bene a tutti e di come tutta la sua vita sia stata una benedizione per l’intera umanità. Benedire è accogliere e donare la vita di Dio. È ricevere la vita, non come qualcosa di dovuto, ma come un dono per trasmettere questa vita agli altri. È evidente che quando riceviamo la benedizione, non è per tenerla per noi, divenendone proprietari, ma per comunicarla, diffonderla, in altre parole per donarla. Benedire è dire sì alla vita! Il benedetto di Dio, Gesù, non ci lascia soli, ci lascia la sua benedizione, cioè il suo Spirito Santo: la benedizione ci mette in uno stato di benevolenza. Benevolenza nei confronti di noi stessi, come anche benevolenza nei confronti degli altri e di tutto il creato. La benevolenza è veramente una grazia per coloro che ci attorniano, perché fa circolare la vita tra noi, reinventa la strada di ognuno, dandogli la possibilità di riprendere il suo cammino. Entriamo quindi in questo atteggiamento di benedizione per lasciare maturare in noi il frutto dello Spirito Santo che, secondo san Paolo, è «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Questo distacco di Gesù, questo suo andarsene verso il Padre crea una sorta di risucchio che ci attira, è un vortice che ci prende e ci porta verso il Padre, dove diventiamo ciò che siamo, figli come Lui. “È bene per voi che me ne vada”, dice Gesù ai suoi discepoli. All’inizio della vita è il distanziarsi dalla madre che ci permette di nascere, come il lasciare la madre ci permette poi di camminare. È abitare quella distanza che poi ci fa capire l’importanza dell’altro, che ce lo fa desiderare e quindi entrare in noi, diventando così parte integrante di ciò che siamo. Questa distanza è lo spazio vitale, è come la distanza dalla meta che ci fa capire il cammino che dobbiamo compiere, ma è anche qualcosa in più del cammino. L’abbiamo visto anche con i discepoli di Emmaus, Gesù non sta lontano, è con noi in ogni nostra fuga, è sempre con noi, è l’Emmanuele, il Dio con noi. Come lui ha cercato noi, cominciamo anche noi a cercare Lui. Allora la vita diventa una ricerca di Lui e vorrà dire trovarlo sulla strada nella quale lui ha camminato, quella della condivisione e del dono di sé.

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