Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: chi perdona dona all’albero o all’uomo un’altra possibilità…la possibilità del riscatto

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Don Umberto Cocconi

Gesù disse: Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?” Ma quegli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finchè io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire, se no, lo taglierai”» Vangelo di Luca).

L’albero che non dà frutti viene considerato dannoso dall’uomo in quanto sfrutta il terreno, senza dare nulla in cambio. Così l’uomo che sbaglia la società lo condanna togliendogli la fiducia e ogni diritto. Ma che senso ha tagliare l’albero? Che senso ha togliere ogni diritto all’ uomo che ha sbagliato? Nella vita oltre all’uomo e all’albero (che secondo la Bibbia nascono insieme) esiste il perdono “per-dono” chi perdona dona all’albero o all’uomo un’altra possibilità…la possibilità del riscatto che si attua proprio nel momento in cui l’altro dona fiducia a chi ha sbagliato. Il contadino si dedica all’albero con maggior dedizione, con la speranza di ricevere i frutti sperati, L’uomo dando fiducia a chi ha sbagliato dona all’altro la gioia di essere perdonato e quindi lo invoglia a rendersi utile e ad essere migliore. Tutti nella vita hanno bisogno di una seconda possibilità, tutti hanno diritto di poter riconoscere i propri errori ed il dovere di ripartire da zero. La terapia migliore per l’albero non è lo sradicamento ma la manutenzione operata dal contadino nella fiducia che finalmente porti frutto. Così è per l’uomo: l’emarginazione non fa altro che renderlo più cattivo, meno propenso al cambiamento, in quanto si sente solo e non degno della fiducia degli altri. Tuttavia nel momento in cui un uomo, che ha capito i propri errori, tenta di ripartire, e trova delle persone pronte a perdonarlo, pronte a prenderlo per mano e ad accompagnarlo per un pezzo di strada, quest’uomo ritrova la vita, si sente amato e cerca in tutti i modi di non deludere coloro che hanno creduto nella sua rinascita. Quindi, se il contadino vuole un albero rigoglioso di frutti deve concedere il suo tempo all’albero con cura e dedizione.

Grande successo di pubblico ha riscosso sabato 16 febbraio il convegno “Etica e giustizia penale nell’era delle neuroscienze”. «Quando un albero non porta più frutto – è stato detto in apertura del convegno -bisogna tagliarlo? Oppure bisogna prendersene cura e lasciarlo nel campo affinchè ritorni a dare frutto?». La domanda che ci si è posta è: “Perché puniamo? Quali sono le pene realmente riabilitative? Quando un uomo è realmente responsabile di quanto ha compiuto e in che misura è giusto comminargli una pena quale il carcere?”. Il neuroscienziato Pietro Pietrini (Università di Lucca, IMT) ha illustrato come possano applicarsi processi decisionali e capacità astrattive a soggetti cui sono compromessi taluni fattori che rendono precaria e talvolta impossibile la capacità di prevedere le conseguenze dei propri comportamenti in base ai quali solitamente ci definiamo responsabili. Il costituzionalista Antonio D’Aloia (Università di Parma) ha parlato di come il diritto preveda il trattamento di soggetti direttamente coinvolti dall’applicazione della giustizia e come la giurisprudenza tenga in considerazione i risultati neuroscientifici e morali. Il filosofo morale Mario De Caro (Roma Tre) ha mostrato come i concetti cardine della morale e del diritto come “responsabilità” e “libero arbitrio” siano inficiati, oggigiorno, dai risultati delle neuroscienze e delle scienze cognitive, di conseguenza: quando possiamo dirci responsabili? Il convegno si è rivelato dunque come un armonico connubio tra scienza, filosofia diritto e religione che ha introdotto gli ascoltatori in riflessioni molto profonde nel dibattito che ne è seguito.

Più volte è stata interrotta da applausi la testimonianza finale di Sandro Cristofalo: «Sono come quell’albero di cui parlava don Umberto! Dopo aver sbagliato sono stato trapiantato in terreni aridi, nelle carceri». Sandro da tre anni, dopo dodici di reclusione, “sconta la pena” ai domiciliari nelle strutture dell’Associazione San Cristoforo. «Sono tre anni che vengo annaffiato, come quell’albero, con cura e con amore e quindi ho iniziato a dare i primi frutti». Sandro vive attualmente nei locali della parrocchia di San Tommaso, in via Farini, insieme ad alcuni ospiti dell’Associazione San Cristoforo. Il lavoro di Sandro con i ragazzi dell’Associazione – dicono gli operatori – è prezioso come il suo contributo alla vita della parrocchia. «Credo che nessuno abbia il diritto di giudicare – ha esclamato Sandro durante il suo intervento al convegno – occorre dare sempre un’altra possibilità. Sono grato a chi ha creduto in me!». Se la società vuole un mondo migliore non deve puntare il dito verso chi ha commesso un errore per accusarlo, deve invece porgere la mano per stringere quella di chi vuole cambiare se stesso e non farlo sentire più solo e privo di fiducia. Se vogliamo raccogliere frutti dobbiamo preparare il terreno, fare una buona semina e dedicarci con amore alla pianta, uomo o albero che sia la fiducia è l’acqua: l’acqua è fonte di vita!

Un cordiale saluto da Don Umberto 
Pastorale Universitaria Parma

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