Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Guardatevi dagli scribi…

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guardatevi dagli scribi

Don Umberto Cocconi

Gesù nel tempio diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Vangelo secondo Marco)

Gesù è davanti al tempio, il luogo più affollato di Gerusalemme, quando si trova ad osservare il passaggio, con solenne e altezzoso incedere, proprio di quegli uomini religiosi che ostentavano, tra le altre cose, una loro presunta irreprensibilità e purezza. Gesù li vede passeggiare in lunghe vesti, ricevere i saluti di tutti – e ci tengono – li vede sgomitare per avere i primi posti d’onore. Proprio coloro che dovrebbero amare Dio e il prossimo, non solo ne sono così distanti, ma addirittura si rivelano spietati contro i poveri, in questo caso, i più poveri tra i poveri: le vedove. Esse, non hanno nessuno che le difenda e i farisei spesso e volentieri se ne approfittano. I religiosi lasciano solo supporre uno stare dalla loro parte: uomini di Dio che dovrebbero tutelare la causa di Dio, degli orfani, delle vedove e dello straniero, ma in realtà fanno tutto il contrario, come lupi rapaci divorano anche le case delle vedove. Tutti guardano con ammirazione questi uomini religiosi che, all’apparenza, sembrano tali ma in realtà sono degli ipocriti. Ipocrisia deriva dal verbo greco hypokrinein, “entrare nel dialogo sulla scena”, “interpretare una parte”. La persona religiosa diviene così un “commediante”, anzi un “dipinto”, “un colorato”: qui l’immagine non è tratta dalla sfera del teatro o dell’oratoria in generale, ma proprio da quella della tintura e della cosmesi. Questi apparenti religiosi amano la vanità, sono pieni di sé, vogliono apparire come gente degna di frequentare salotti elitari perché si credono persone che contano. Vivono un’identificazione crescente con la funzione che rivestono, fino al definitivo prevalere del loro ruolo; in tal modo, poco per volta tutto è pensato e vissuto in vista del fine da loro prefissato, il decoro della religione, e ciò finisce per legittimare comportamenti anche ingiusti, ma ritenuti necessari per dare gloria a Dio ad ogni costo; giustificano tutto con la gloria che spetta a Dio, ma in realtà danno gloria solo a sè stessi. L’esito di tutto ciò è una doppia vita, all’insegna della falsità, nella quale il peccato non è più percepito né condannato, se non negli altri. Sì, Gesù è severo verso costoro, perché nel loro comportamento vengono negate le relazioni, la solidarietà e la misericordia per gli altri, dai quali finiscono anche per distaccarsi e separarsi, vestendosi in modo “unico”, con sfarzo, con lunghe vesti e paramenti abbaglianti, ornandosi di oro, di copricapi gemmati come i faraoni e i potenti di questo mondo. Inutile che dicano di farlo per la gloria di Dio, oggi più nessuno ci crede! La fede vera è quella che ci rende misericordiosi, più onesti e più umani; è quella che ci porta a vedere nell’altro non una persona da giudicare, ma un fratello da amare, da servire; ci porta al coraggio di perdonare chi ci offende, al dare una mano a chi è caduto. Dio gradisce solo la fede professata con la vita, perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Come quella donna vedova che nel tesoro del tempio, senza essere vista da nessuno, dona tutto quanto ha per vivere, offre tutta se stessa a Dio. Non è di certo sufficiente l’osservanza esteriore della legge per essere considerati dei buoni cristiani. Come allora, esiste anche per noi il pericolo di considerarci a posto o, peggio, migliori degli altri per il solo fatto di osservare delle regole, delle usanze e di rispettare dei riti. Gesù condanna aspramente chi utilizza il nome di Dio per un tornaconto personale, mentre innalza al cielo chi dona tutto sé stesso a Dio. Ci viene mostrato dove stia Dio, ovvero nelle ferite dell’uomo, tra i marginali, i difficili, gli oppressi e i dimenticati. La sua grandezza sta proprio in questo, nel porsi cioè come il primo fra gli ultimi, facendo così degli ultimi, i primi. Se ci pensiamo bene, questa sarebbe la soluzione a gran parte dei mali che ci affliggono. Se nelle nostre vite imparassimo a sovvertire l’ordine di questo mondo moderno, fatto di lupi e di pantere, di lotta per il dominio sull’altro e dell’altro, focalizzandoci invece sul “non lasciare indietro nessuno”, sarebbe tutta un’altra storia.

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