riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Io e il Padre siamo una cosa sola.

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Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Vangelo secondo Giovanni).
La voce è un evento che non solo “colpisce” uno dei nostri sensi, ma è anche in grado di suscitare emozioni. Inoltre dalla voce posso riconoscere l’altro, sapere chi è, e chi/cosa vuole essere per me. «La senti questa voce, chi canta è il mio cuore, amore, amore è quello che so dire ma tu mi capirai» cantava Nicola di Bari in una sua vecchia canzone. Come non andare poi alle parole della fanciulla del Cantico dei cantici: «Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltellando per i monti…». L’amata sente quella voce anche se è lontana, perché nel suo cuore c’è l’amore. Perché le pecore ascoltano la voce del loro pastore? «Perché il pastore non si impone, si propone; perché quella voce parla al cuore, e risponde alle domande più profonde di ogni vita. Per questo la voce tocca ed è ascoltata: perché conosce cosa abita il cuore» (Ermes Ronchi). Prima ancora delle cose dette, conta la voce, che altro non è che il canto dell’essere. Riconoscere una voce vuol dire vivere dell’intimità di una relazione con una persona che già abita dentro di noi. Il buon pastore si dona totalmente, dà la vita per le sue pecore, e il dono che esse ricevono è la vita eterna. L’evangelista Giovanni accompagna alla parola “vita” l’attributo “eterna”. Tale termine ha due valenze: denota, prima di tutto, la durata della vita donata da Cristo, una vita senza fine, contrapposta a quella temporanea e caduca e, allo tempo stesso, palesa la qualità della stessa, la vita della sfera divina contrapposta a quella terrena. Solo Dio dona la vita, è lui che la possiede, e donare la vita è il più grande atto di amicizia che Dio possa fare all’uomo. Donare la vita eterna permette all’uomo di partecipare alla vita divina; per questo la vita divina ti rende figlio. È una vita che la morte non può distruggere, in quanto è sedimentata in una relazione che non può morire. L’uomo non entra nella vita da sé, né trova la vita nel profondo del suo essere, ma entra nella vita solo ed unicamente attraverso una rinascita dall’alto. Nella vita di Dio si entra come neonati, gratuitamente. Questa vita donata al credente si esprime e si afferma in un modo nuovo di vedere, di conoscere, di costruire rapporti e di valutare le cose del mondo: è realmente un nuovo modo di esistere! «Nessuno le strapperà dalla mia mano»: la vita eterna che cos’è se non un posto fra le mani di Dio? Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani e nella sua voce. I credenti sanno di essere nelle mani di Gesù e nelle mani del Padre, nessuno potrà mai strapparli dalle loro mani. “Il tuo nome è scritto nelle mie mani”, troviamo nel libro del profeta Isaia, noi siamo nelle mani di Dio e nessuno potrà mai separarci da Lui. Anche l’apostolo Paolo afferma: «chi ci potrà mai separare dall’amore di Dio, la spada, la nudità, il pericolo, il nostro peccato? No! Nulla, niente ci potrà mai separare da colui che ha dato la sua vita per noi». Questo discorso, che tiene davanti alla porta delle pecore, dalla quale si accede al tempio, Gesù lo conclude con una frase apertamente scandalosa, che irrita gli uomini religiosi: “io e il Padre siamo una cosa sola”. È il culmine della rivelazione di Gesù. Al sentire questa parole i giudei portarono di nuovo pietre per lapidarlo. Gesù, però, invece di sottrarsi alla lapidazione, si mette di nuovo a parlare. Il suo è un discorso di autodifesa, fondato sulle opere che giustificano le sue parole: “molte opere belle vi ho mostrato dal Padre, per quale mi volete lapidare?”. Le “opere belle” di Gesù sono quelle di rifare la creazione come era al principio, di salvare il mondo dalla morte. L’opera di Dio è creazione e liberazione continua. E “l’opera bella” per eccellenza, si va compiendo adesso: dà la sua vita a vantaggio di chi lo vuole lapidare. Per loro Gesù ha bestemmiato, perché lui che è uomo si fa Dio. La sua umanità ci rivela un Dio totalmente diverso da quello che le religioni professano e che gli atei negano. Ciò che per ogni religione suona come una “bestemmia”, è l’essenza del cristianesimo e la definitiva salvezza dell’uomo. Tutte le opere di Gesù, soprattutto quella di deporre la vita a favore dei fratelli, lo rivelano come il Figlio che ama con lo stesso amore del Padre. Il nostro peccato non fu quello di aver pensato di diventare come Dio, ma quello di far diventare Dio come lo pensiamo noi: un dio di schiavitù e di morte, invidioso della libertà e della vita dell’uomo.

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