Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: rimettersi in viaggio, per le strade del mondo

Spread the love
i due apostoli di Emmaus

Rileggiamo l’episodio evangelico di EMMAUS
In quello stesso giorno – il primo dopo il sabato – due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Vangelo secondo Luca).

Desidero condividere alcune riflessioni tratte dalla lettura del libro Rimessi in viaggio di don Giuliano Zanchi. 
Erano in cammino: solo adesso comprendiamo che questa pagina – i discepoli di Emmaus – parla di noi. Se loro hanno lasciato Gerusalemme, noi abbiamo lasciato Roma, la città della gloria, della sicurezza, della potenza e del riconoscimento. Per restare in compagnia del mondo, siamo stati chiamati ad abbandonare quella città che i nostri avi avevano costruito. 
Il mondo del resto non ha forse abbandonato le nostre chiese e i nostri templi? Per qualche secolo ci siamo illusi di aver una fissa e ben salda dimora nel pur mutevole mondo. Invece la storia ci ha rimessi in viaggio. Anzi è proprio papa Francesco che invita la sua Chiesa a rimettersi in viaggio, per le strade del mondo, lasciandosi “contaminare”, o meglio “profumare”, dalla storia: vivendo in mezzo alla gente, lasciando le sagrestie, cercando prima di tutto la compagnia di quest’irrequieta umanità che, con innegabile coraggio, continua a cercare le ragioni del vivere. 
Ma in tutto questo mobilitarsi il cammino dei cristiani apparentemente sembra essere ancora una volta una fuga dalla realtà. Non ha il passo convinto di qualcuno che sa dove andare! 
Ci si vuole forse allontanare da quel luogo che si ritiene ostile e nemico, alla ricerca di una patria più rassicurante. 
Discorrevano e discutevano insieme: non sembriamo gente che se ne va per la propria strada immusonita e borbottante? Quasi con ossessione siamo tentati di continuare a parlare tra di noi del passato e di questo presente vissuto come una debacle, come la perdita di tutto, di come era bello una volta, del perché non esiste più quel mondo, di chi sia la colpa per la sua fine. 
Noi speravamo … lo hanno crocifisso: la nostra storia ha nutrito a lungo aspettative di gloria che il tempo sembrava concederle. 
L’idea che nel nome di Gesù si potesse creare sulla terra una grande società cristiana, forte, egemone, vincente, titolata per principio a rappresentare in esclusiva il bene, a imporlo se necessario, con il diritto e il dovere di allargarsi in tutto il mondo questo glorioso passato di un cristianesimo trionfante, la storia ha finito per crocifiggerlo. 
Si accostò e camminava con loro: perché rimettessimo a fuoco il nostro compito nel mondo è sempre stato necessario che uno “straniero” si facesse a noi prossimo; sia esso un particolare evento storico, il sorgere di una nuova cultura, o un umano bisogno. 
Un cristianesimo non è meno vero per il fatto di aver apparentemente perso il controllo delle società! L’estraneo che ogni volta si accosta al nostro cammino mettendoci sulla strada dell’autocritica, è il modo con il quale lo Spirito parla alle Chiese, sospingendole, talvolta con la forza, a percorrere i sentieri del dubbio e delle domande. La storia è il modo con cui Gesù ci parla e si accosta a noi, senza rendersi subito riconoscibile. 
Cominciando da Mosè e da tutti i profeti: nei momenti di crisi i cristiani provano a tornare alle Scritture, ai fondamenti, alle origini, cercano di ripartire da Mosè e dai profeti, per congedarsi da aspettative improprie, e rimettere a fuoco l’essenziale del loro compito. 
Resta con noi perché si fa sera: congedare questo straniero significherebbe condannarsi per sempre a quell’autismo con cui una testimonianza religiosa diventa ideologia. Bisogna restare fraterni commensali del presente, del proprio tempo, dell’umanità di oggi, perché quello è il volto che Gesù di volta in volta sceglie per rivolgersi alla nostra stanca inquietudine. 
Cominciamo a ritrovare noi stessi quando accettiamo ancora una volta di stare a tavola con il mondo e con gli uomini che sono nostri compagni di viaggio. 
Stare a tavola significa dividere il pane della medesima umanità, ascoltare domande nuove, sentirsi partecipi di un cammino comune, scambiare umilmente la parola, mettersi al servizio, soccorrere le fragilità, occuparsi di quelli che nessuno vede, ma anche interessarsi delle cose straordinarie che gli uomini continuano a fare. 
Ed ecco si aprirono loro gli occhi: quando ritroviamo questa capacità di dividere con tutti il pane dell’umanità, improvvisamente si aprono i nostri occhi, cominciamo a vedere le cose in modo nuovo. Quando realmente si divide il pane con la comune umanità, molti occhi si aprono. 
Non appena accettiamo di stare a tavola con il mondo di tutti, disposti ancora a con-dividere il pane, sentiamo subito che Gesù è presente. 
Questo tempo che infrange i nostri sogni è capace però anche di aprire i nostri occhi e questo non è poco.
E partirono senza indugio: tornare là fuori, in mezzo agli uomini, nel mondo, per le strade, anche quelle avvolte nella penombra, perciò dobbiamo uscire di casa. Il Signore è già la fuori con le maniche tirate su ad aspettarci.

Lascia un commento