riflessioni sul vangelo di don Umberto Cocconi: Stupore e timore invadono i cuori dei discepoli mentre Gesù cammina con coraggio e a passo deciso davanti a loro

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servitori

Don Umberto Cocconi

Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà». E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Vangelo di Marco).

La lettura di oggi è focalizzata sul contrasto tra il desiderio di Gesù e quello dei suoi discepoli. La divergenza, se così possiamo chiamarla, nasce dal fatto che, mentre questi ultimi vogliono sedersi alla sua destra e alla sua sinistra, il loro maestro invece si fa loro servo. C’è chi pensa alla propria gloria e c’è chi invece non pensa a se stesso, anzi accetterà l’umiliazione del rifiuto, dell’incomprensione, della derisione e della morte ignominiosa. L’immagine che l’evangelista Marco ci consegna di Gesù nell’incipit di questo brano di vangelo è straordinaria: “Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che gli venivano dietro erano pieni di timore”. Stupore e timore invadono i cuori dei discepoli mentre Gesù cammina con coraggio e a passo deciso davanti a loro, ben sapendo i rischi che ciò avrebbe comportato per la sua vita. Se il suo unico desiderio è quello di vivere la sua vita nel servizio – “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto per servire e dare la propria vita” -, per Giacomo e Giovanni ciò che importa, al contrario, è essere i primi, essere capi, essere grandi e dominare. Non ce lo saremmo mai aspettati che proprio i due fratelli che per primi seguirono Gesù, covassero nel profondo queste mire di potere. Hanno seguito Gesù per un tornaconto? Hanno intuito le potenzialità di quest’uomo e ne hanno approfittato per la loro arrampicata sociale? Rimaniamo poi senza parole al pensiero che uno di questi fratelli diventerà l’autore del quarto vangelo, proprio lui che, a differenza degli altri discepoli, pare maggiormente invischiato nelle cose di questo mondo. Se li guardiamo ad uno ad uno non è proprio una bella compagnia di santi quella dei dodici, ma come avrà fatto Gesù a scegliersi come discepoli una ciurma così poco edificante? Prima Pietro, poi tutti gli altri che sgomitano, che litigano tra di loro per ricercare e avere il primo posto, quello lasciato libero da Simon Pietro etichettato davanti a tutti dallo stesso Gesù come “l’uomo dello scandalo, il satana, perché non ragiona secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Una non velata ipocrisia si cela nel comportamento anche degli altri dieci, se alle parole dei due fratelli essi si dicono indignati, scandalizzati, quando forse anche loro stessi ambivano ad occupare lo stesso scranno importante. Eppure Gesù non si stanca di loro, non li ripudia, accetta le loro fragilità, crede nelle loro possibilità di cambiamento, ha una fiducia incredibile nonostante i loro continui sbandamenti. Gesù, nonostante queste cadute di stile da parte dei suoi discepoli compie nei loro confronti un gesto di profonda tenerezza: li chiama vicino a se. Deve averli chiamati tutti e dodici per nome, per rinsaldare un legame che tra di loro si era sfilacciato e deteriorato. Devono di certo aver perduto la fiducia in se stessi e tra di loro e negli altri. Ma questo essere convocati vicini a Gesù deve essere parso ai loro occhi come la riconquistata stima che il Maestro aveva di nuovo per loro. Gesù presenta la croce come il trono che i discepoli avrebbero dovuto occupare, perché servire è regnare. La politica diventa “trono” quando non è servizio al bene comune, quando perde il contatto vivo con la vita ed i problemi quotidiani della gente. La politica diventa “trono” quando sbiadisce la centralità della persona umana, della dignità, della vita, della solidarietà, dell’apertura, della pace e della giustizia, del rispetto verso il Creato. Ma anche la Chiesa può uscire dalla logica della Croce, del servizio e del dono per diventare “trono”. Ciò accade quando essa s’incammina lungo la strada da cui Gesù li metteva in guardia: “Non così dovrà essere tra voi”. La Chiesa abbraccia la logica del “trono” quando si mondanizza, quando comincia a ragionare, a giudicare, quando diventa sciatta, stancamente ripetitiva, disamorata di Dio e delle persone, quando si sente non partecipe della storia.

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