Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»

Spread the love

Don Umberto Cocconi

Mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada (Vangelo di Marco). 

“Coraggio! Alzati, ti chiama” … tre parole che fanno risorgere Bartimeo. Il buio del mantello con cui si copre, sta a indicare il buio che lo ancora alla terra, quel grave stato interiore nel quale ancora vive, o meglio sopravvive: la cecità, infatti, costringe Bartimeo a restare seduto immobile lungo la strada. Il figlio di Timeo si trova fuori dalla città, è a terra, è ai margini della strada, è solo, abbandonato da tutti. Però, quando si sentì chiamato, gettò via il suo mantello, balzò in piedi per raggiungere Gesù. Il mantello era la sua sicurezza, la sua casa, non solo la coperta per la notte. Dinnanzi a quella chiamata, che lo toglie dalla sua immobilità, sente in lui una forza che gli dà il coraggio di credere in se stesso al punto tale da permettergli di liberarsi da quelle sue false sicurezze, balzando così in piedi. Passa così dall’essere un uomo ai margini della strada, a essere un uomo sulla strada! Con repentina rapidità Bartimeo si è alzato in piedi e si mette in cammino. Noi, forse per un’indole all’abitudinarietà, amiamo la staticità, le comodità, amiamo restare fermi nelle nostre belle poltrone, nel bel caldo di una coperta. «Tu Signore ci chiami! Chiami ognuno di noi a balzare, a incontrare Te, a presentarci a Te. Alziamoci, saltiamo in piedi, Lui ci chiama. Ci chiama ad amare, Ci chiama a seguirLo lungo la via che conduce alle porte di Gerusalemme, fin sotto la croce, fin dentro il sepolcro, per ridonarci quella vita eterna che è ben più della vista» (I novizi passionisti). Coraggio, chiama te! Gesù chiama proprio Bartimeo, colui che è a terra ed è messo da parte. Dal buio del mantello è uscito il grido di Bartimeo e al buio del mantello è tornata la voce di Gesù, che sa rimettere in movimento l’esistenza. Kum (alzati) è – per Massimo Recalcati – una parola che bene si presta a riassumere il senso generale della cura: restituire la vita alla vita, consentire la ripartenza, riaprire in modo nuovo l’orizzonte del mondo. Sigmund Freud include le pratiche della cura, insieme a quelle dell’educare e del governare, nella serie dei mestieri considerati “impossibili”. La pratica della cura è tale solo se si rivela capace di preservare l’attenzione per il particolare, per l’uno, per il carattere assolutamente singolare dell’esistenza. Possiamo vedere questa attenzione per il singolo nel fatto che Gesù si ferma; quel grido nella notte lo blocca. Chiediamoci dunque: è possibile rialzarsi anche quando l’esperienza della caduta, della malattia, del fallimento e della catastrofe appare senza rimedio, insormontabile? È possibile ridare Vita a una vita che sembra oramai perduta, ricostruire una città distrutta, ritrovare un popolo che sembra privato di ogni forma d’identità, restituire un volto umano alla vita dopo l’esperienza dell’orrore? Nella grande esperienza della resurrezione è proprio in gioco la forza della vita che resiste alla tentazione della morte e della distruzione. Ma più in generale la resistenza alla distruzione e la sorpresa della vita che non cede alla morte, accompagnano anche i passi quotidiani della nostra esperienza più comune: testimoniare che non tutto è morte, non tutto è devastazione, non tutto è destinato a finire, che risorgere è un compito della vita. “Bartimeo, proprio perché si sente chiamato, cammina finalmente sulla carreggiata della strada e non è più costretto a stare immobile ai margini del sentiero. Quest’uomo «sceglie una strada precisa, quella di Gesù, e si mette a percorrerla da discepolo alla sequela del proprio maestro» (Franco Miano). Anche a noi Gesù dice: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Potremmo dire: “aiutaci a volgere lo sguardo dall’occidente all’oriente. Dalla morte alla vita”. L’Oriente è il luogo dove sorge il sole, il luogo della nascita e della novità, ed è nel profondo di ognuno di noi. È l’ambito di tutti i cambiamenti e di tutte le cose nuove, anche di quelle che forse nessuno ha il coraggio di sperare. Alzarsi significa partire, andare altrove. «Significa diventare levatrici dell’aurora, e prendere coscienza delle novità che sono davanti ai nostri occhi. Se guardiamo verso Oriente presto il cielo s’illuminerà per svelare ogni cosa, che era nascosta, ma che già esiste. Per farle nascere è necessario vedere le persone e le cose con complicità, con simpatia: senza condizionarle, senza possederle, senza giudicarle. L’Oriente si vede nella freschezza del mattino, in due persone che si amano, in un bambino che nasce. In due popoli che dialogano, e negli imperi che crollano» (Arrigo Chieregatti).

Lascia un commento