Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconii: Ogni albero si riconosce dal suo frutto

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Don Umberto Cocconi

Disse Gesù ai suoi discepoli: «Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Vangelo secondo Luca).
L’albero è simbolo dell’uomo perché con le sue radici profonde, si erge sopra la terra, non striscia come l’animale, si staglia eretto protendendosi verso il cielo. Anche il regno di Dio è stato paragonato da Gesù a una pianta, su cui gli uccelli del cielo fanno il loro nido. Questa volta però Gesù parla di una pianta cattiva che – a suo parere – di certo non può produrre frutti buoni. È, tranchant, Gesù: “Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni”. Come mai questo modo di ragionare di Gesù? Da lui non ce lo saremmo aspettati. Lui che non chiude mai la porta, lui che non si ferma neppure davanti all’evidenza, non ha paura di affermare: “l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male”. Io però dissento. Questa volta sono un po’ in disaccordo con Gesù. Un albero cattivo – mi chiedo – perché non potrebbe dare frutti buoni? Risposta: Perché è cattivo! Ma allora uno non può cambiare? Si è prigionieri della propria storia, del proprio passato? Vogliamo forse sostenere che sia impossibile ribellarsi alla propria natura? Tutto farebbe pensare che lì di certo, non si caverebbe un ragno dal buco, ma poi avviene qualche cosa di inatteso. Quell’albero ritenuto ormai da tutti una bala persa inaspettatamente germoglia, inizia a rifiorire. Un peccatore può diventare santo? Mi capita, andando in carcere, di incontrare persone che abbiamo lasciato marcire lì dentro, non abbiamo più investito su di loro, le consideriamo ormai perse. Non ritenevamo di certo ipotizzabile un loro recupero. Ma il tempo ha dato a queste persone la possibilità di mutare, di trasformarsi, di essere diverse. Non più il passato li determina, ma il futuro, la voglia di riscatto, d’iniziare una nuova partita. C’è nel vangelo un’altra parabola, dove si racconta di un albero che da tre anni non portava frutto. Il padrone decide di tagliarlo, ma il contadino interviene: “lascialo ancora un anno. Vedrai che darà frutto. Io mi impegnerò, gli zapperò intorno, concimerò il terreno”. Sarà proprio questa determinazione dell’agricoltore che porterà la pianta “cattiva” a produrre frutti buoni. Quel contadino nonostante l’evidenza ha creduto in quella “pianta cattiva”, ha avuto speranza contro ogni speranza: spes contra spem. Lo sperare contro ogni speranza lo intendo come volontà di non arrendersi, anche quando le circostanze sono le più avverse. È credere che una persona non è solo i suoi sbagli, ma è anche futuro e nuovo inizio. Dio è uno che non si arrende mai, neppure davanti all’evidenza, alla dura realtà, crede che il nostro cambiamento sia possibile. Proprio in carcere a Parma un po’ di tempo fa ho visto un cortometraggio intitolato: Spes contra spem. Criminali, mafiosi, autori di numerosi omicidi accompagnano lo spettatore in un viaggio inimmaginabile. Un viaggio dentro ad anime oscure, in un buio profondo, spezzato solo da squarci di luce che, come dei lampi, accecano chi li guarda. Emerge con chiarezza non solo un cambiamento interiore dei detenuti – nel loro modo di pensare, di sentire e di agire – ma anche la rottura esplicita con logiche e comportamenti del passato e una maggiore fiducia nelle istituzioni. E’ successo però, contro ogni evidenza, che una pianta di per sé buona ha fatto frutti cattivi. Perchè è successo questo? Forse avete intuito di chi stiamo parlando? La Chiesa abbassa lo sguardo, arrossisce in volto, si batte il petto, chiede perdono per gli abusi sui minori perpetrati tra le sue mura da consacrati. La tentazione, in questi anni, di soffocare gli scandali ha portato a minimizzare, nascondere le denunce, le ferite, le lacrime delle vittime. La pedofilia – ha detto papa Francesco – è «la manifestazione attuale dello spirito del male» e il prete che abusa di adolescenti diventa «uno strumento di satana». Umilmente e coraggiosamente dobbiamo riconoscere che siamo davanti al mistero del male, che si accanisce contro i più deboli perché sono immagine di Gesù. I peccati e i crimini dei consacrati si colorano di tinte ancora più fosche d’infedeltà e di vergogna, arrivando persino a deformare il volto della Chiesa minandone così la credibilità. «Il santo e paziente Popolo fedele di Dio, sostenuto e vivificato dallo Spirito Santo, è il volto migliore della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nel donarsi quotidiano. Sarà proprio questo santo Popolo di Dio a liberarci dalla piaga del clericalismo, che è il terreno fertile per tutti questi abomini» (papa Francesco).

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