Attraversamenti

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Gian Carlo Marchesini

Non attraversavo a piedi il centro storico di Roma dal un bel po’ di tempo – da alcuni anni almeno. Per chi vive nella Capitale, le passeggiate in centro il più delle volte originano, a meno di esservi costretti da impegni precisi, da occasioni particolari quali quella della visita di qualche amico o parente cui la passeggiata costituisca meta e piacere irrinunciabili. E’ esattamente quello che lo scorso fine settimana mi è successo, generando le note che state leggendo.

Iniziato da Piazza San Pietro, il percorso si è snodato inanellando via via Piazza Farnese e Campo de’ Fiori, Piazza Navona e il Pantheon, Fontana di Trevi e Piazza di Spagna, Piazza Venezia, i Fori Imperiali e annessa visita al Colosseo. Una abbuffata maiuscola – anche se non del tutto completa, avendo tralasciato, perché un poco eccentriche rispetto all’asse del nostro percorso, Piazze importanti come quelle di S. Giovanni e Piazza del Popolo.

Non ho alcuna intenzione di affrontare qui questioni inenrenti storia, importanza e bellezza delle Piazze visitate, delle chiese, palazzi e musei che, rendendole impareggiabili, le connotano e arredano. Altri molto più competenti di me l’hanno già magistralmente fatto. Intendo semplicemente riportare alcune osservazioni che a me almeno sembrano di qualche utilità e interesse.

La cosa che più colpisce e rimane impressa alla fine del piacevole e sicuramente sempre interessante tour è la marea ipercinetica delle masse di turisti in continuo trasferimento, la valanga incessante di automobili, autobus e motorini che vi assediano saettando rombanti tutt’intorno, il perenne fragore e frastuono di sottofondo, le continue zaffate di odori più o meno molesti, le grida, le voci e i cicalecci declinati in tutte le lingue immaginabili, lo sguardo costretto a soggiacere a una esposizione esibita di una montagna colorata di prodotti e mercanzie – coincidenti spesso con una congerie di costosa e inutile paccottiglia. Non voglio suggerire immagini che inducano a sovrapporre e far coincidere Roma con la peggiore Napoli, o Instanbul o con qualche megalopoli dell’estremo Oriente. Ma anche senza gli eccessi caotici di quelle città, la Capitale sta approdando a un sovraccarico di presenze, di traffici e di commerci che non può non preoccupare e impensierire: e meno che mai può essere affrontato con mentalità e un modello di esaltazione e apologia della crescita continua: di ingressi, presenze, risultati meramente economici, iniziative e attività. Il progresso non ha nulla da spartire con voracità e bulimia – specialmente quello di una città che non a caso è definita eterna.

Al punto da chiedersi: ma spazi monumentali fisicamente circoscritti e limitati come Piazza del Pantheon, Fontana di Trevi o Piazza di Spagna, sono forse fatti per l’assalto e l’assedio, l’invasione e il bivacco per gran parte dell’arco della giornata di migliaia e migliaia di persone? Lanciare una monetina alle proprie spalle, farsi fare una foto, dare una effimera sbirciatina, significa sottostare alla schiavitù di spinte e code da esodo biblico, immergersi nel ventre brulicante e molle di orde straripanti di corpi in continua, ondeggiante transumanza? Io non sono contrario a che la platea dei fruitori della bellezza della nostra Capitale – ma per altre città d’arte come Venezia e Firenze penso valga la stessa riflessione – siano sempre più numerosi: il bello del progresso e della democrazia è anche questo. Ma non ci sarà un limite fisico, la stessa legge di incompenetrabilità dei corpi, una necessità di salvaguardare l’incolumità e l’integrità dei monumenti, a reclamare misure di contenimento e limite? Il numero chiuso suona antipaticamente aristocratico e limitativo: ma il laissez faire ultraliberistico sistematicamente incoraggiato e incentivato non è soluzione alla lunga ancora più dannosa e irresponsabile?

Il centro di Roma è diventato un’unica mangiatoia in ininterrotta sequenza: ristoranti, pizzerie e bar si schierano fitti come una foresta schierata lungo piazze e marciapiedi, anditi e snodi, anfratti e incroci dove la gente seduta e raggruppata bivacca, beve e mangia in continuazione. Alla fine della giornata, l’immagine che meglio potrebbe riassumerla è quella del dimenarsi infaticabile di una gigantesca mascella. Il centro di Roma è diventato un luogo dove l’attività principale sviluppa tutte le possibili variazioni di un enorme e vorace gola, di un sesquipedale magna magna. Non nascondo che anche noi, piccolo gruppo di tre adulti e tre ragazzini, ci siamo tranquillamente seduti, per una pausa di ristoro, a masticare di buon gusto sotto lo sguardo corrucciato e amaro di Giordano Bruno il nostro pezzo di pizza bianca farcita di saporosa mortadella. A risarcirci dei due ladroneschi euri spesi per una bottiglietta di minerale acquistata in un bar, da quel momento in poi siamo gioiosamente ricorsi alle fontanelle di ottima acqua che per fortuna nel centro di Roma gratuitamente abbondano.

Le figure che lungo il percorso si propongono e si ingegnano nello sforzo estroso di spillare al passante qualche moneta, sono sempre più numerose. A parte le classiche e risapute figure del mendicante, e quelle del venditore di strada che insiste petulante per rifilarti qualche inutile ammennicolo, nelle Piazze di Roma si sta diffondendo quella dell’artista abile in qualche arte dell’intrattenimento: da quella del musico e cantante a quella del mimo, dalla maschera e camuffamento, al gioco di abilità e prestigio. Mummie egizie e paggi rinascimentali occhieggiano immobili per ogni dove, giocolieri, musici e mimi sono pronti ad allietarvi e stupirvi per commuovervi e indurvi al regalo di una moneta. Niente di nuovo, sotto questo profilo dell’arte di arrangiarsi e sopravvivere. In questa passeggiata che ho rinnovato dopo anni sono incappato in un esemplare del ramo che mi ha veramente colpito e turbato.

E’ un ragazzo che può avere superato di qualche anno i venti, di struttura corporea piuttosto regolare, i lunghi capelli incolti e neri ad attraversare in ciocche e ciuffi il collo, la fronte e il viso. Se non facesse quello che fa, se non si esibisse in un formidabile corpo a corpo con una sfera in vetro trasparente della misura di una normale palla, passerebbe forse inosservato. Ma è quello che mette in scena a impressionare e colpire. Immobile su piedi, gambe e tronco, il confronto acrobatico con la sfera di vetro è attuato grazie ai movimenti di testa e collo, braccia, mani e petto. La sfida consiste nel far passare la palla lungo il percorso costituito dal gioco intelligente e interattivo tra quelle parti, da quegli arti, in apparente facilità e destrezza, velocità e leggerezza, senza mai che la sfera non solo non cada, ma neppure si stacchi dal contatto costante con le parti del corpo coinvolte. Quello che si svolge in estrema semplicità di mezzi – una sfera di vetro, la parte superiore del corpo del ragazzo attiva – è una dimostrazione superba di capacità e maestria nell’arte dell’equilibrio e controllo, di padronanza e misura nel produrre un risultato di grazia e perfezione. In quel gioco di scambio e relazione, nell’ alternarsi di passaggi ora accelerati e fulminei, ora lenti e quasi sospesi, ho assistito a un piccolo prodigio di arti, poteri e facoltà di cui l’ essere umano è dotato.

Ciò che noi nel profondo desideriamo ardentemente essere – noi, immersi nel quotidiano banale e ordinario dell’imprecisione e dell’approssimazione; noi, maldestri e goffi, inadeguati e indegni; noi, che incarniamo il pathos dolente delle intenzioni velleitarie e delle vocazioni eternamente mancate – succede che all’improvviso ce lo troviamo davanti agli occhi sotto forma sfolgorante di esempio di come precisione, equilibrio e armonia non siano chimera intravista nelle nebbie di un sogno, speranza eternamente infranta e delusa, ma appartengano interi alle nostre corde e possibilità, abbiano in noi legittimità piena e diritto di cittadinanza.

Solo così si spiega perché, via via, intorno al ragazzo, si siano raccolte decine e decine di persone, e – negli sguardi eccitati e umidi, nelle posture dei corpi immobili e frementi – manifestati gli effetti di un piccolo miracolo, di una epifania che, inaspettata, suscita insieme gratitudine e turbamento. E’ come se quel ragazzo, nella sua performance di abilità apparentemente così semplice ma in realtà strepitosa, dicesse: voi che soffrite perché perennemente invalidi, voi che siete depressi perché inetti e deboli, voi che subite la piccola catastrofe quotidiana del peso delle vostre inadeguatezze, vi dimostro che la perfezione dell’uomo non è idea astratta, non è evanescente chimera, è anzi meta pienamente fruibile e attingibile.

Come l’attraversamento delle Piazze di un Centro storico urbano, in ennesima ricognizione e a contatto delle sue bellezze, può inaspettatamente regalare una felice sorpresa sotto forma di ragazzo sconosciuto, un artista inaspettato e anonimo osservato con sguardo rapito per qualche minuto.

Quando a volte l’attraversamento più proficuo si ha nell’accettare di essere attraversati.

 

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