Se la musica classica fa politica: una riflessione necessaria

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Valery Gergiev

Enrico Votio Del Refettiero

Quando il tema è atterrato sulle pagine dell’inserto domenicale della prestigiosa Neue Zürcher Zeitung ha fatto rumore [LINK]. Anche perché nel suo dettagliato articolo del 19 Febbraio scorso il giornalista svizzero Christian Berzins si è permesso di “attaccare” indirettamente due istituzioni musicali di enorme prestigio nel paese come il Festival di Verbier e soprattutto quello di Lucerna, colpevoli di ospitare Valery Gergiev e di conseguenza di ricevere finaziamenti dalla Fondazione Neva di Ginevra, di proprietà del discusso oligarca russo Gennady Timchenko, vicino al presidente russo Vladimir Putin e proscritto nella black-list dei finanzieri colpiti dalle sanzioni dopo l’invasione della Crimea.

Ma Berzins non si ferma qui: si permette infatti di mettere in discussione anche il golden-boy della musica classica di oggi, quel Gustavo Dudamel che da anni è l’emblema del progetto educativo “El Sistema”, per molti uno strumento di propaganda del regime boliviano di Hugo Chavez ieri e dei suoi seguaci oggi. Gergiev e Dudamel – in effetti – un tratto comune ce l’hanno, ovvero l’essersi in qualche modo piegati a un ruolo “politico”: quello di mostrare al pubblico il lato buono di regimi che in effetti più di un problema con libertà e diritti umani ce l’hanno. La novità è che fino a ieri l’unico a essere pesantemente censurato per la sua vicinanza al “tiranno” Putin era Valery Gergiev, più volte inseguito dagli attivisti ucraini fin sulle soglie del palcoscenico, attaccato dalla stampa liberal di mezzo mondo sul tema delle discriminazioni sessuali e sovente costretto a dichiarazioni imbarazzate sul ruolo a-politico della musica; oggi ci si accorge che sulla medesima barca – metaforicamente – da molti anni veleggia anche il riccioluto Gustavo, per anni protetto, insieme al progetto di Abreu, da “santoni” inattacabili del calibro di Claudio Abbado e con lui da tutta l’intellighenzia lib-dem (liberal- Democratici inglesi). Infatti, perché era a tutti lecito attaccare Gergiev che con il suo improbabile cappellino da baseball dirigeva l’orchestra del Teatro Mariinskij al Teatro Antico di una Palmira appena liberata dalle armate dell’ISIS, ma nessuno aveva da ridire sulla altrettanto imbarazzante foto del sorridente Dudamel, infagottato in una egualmente improbabile casacca multicolore, abbracciato a un Hugo Chavez ormai irriconoscibile per quanto gonfio di trattamenti chemioterapici? Ora giustizia è fatta e entrambi – Gergiev e Dudamel – vengono messi sullo stesso piano dall’acuto polemista della NZZ.

Il tema è di quelli pesanti e che impongono una riflessione approfondita, per non rischiare di cadere in banalità e luoghi comuni. Intanto diciamoci la verità: è più facile criticare il “regime” per pianisti e violinisti, magari ottimamente pagati per i loro indubbi meriti artistici da orchestre e promotori in giro per il mondo – vedi nello specifico il caso di Gabriela Montero e Lisa Batiashvili – che per direttori d’orchestra che oltre che a se’ stessi devono pensare alle istituzioni che guidano e alle centinaia, quando non migliaia o addirittura decine di migliaia di persone a esse legate: ed è proprio il caso di Valery Gergiev, da oltre 25 anni al timone del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, una corazzata che oggi conta su tre spazi aperti al pubblico tra teatri e sale da concerto e impiega una massa di oltre tremila adedetti tra musicisti, coristi, ballerini, tecnici e amministrativi ai quali garantire uno stipendio. Ma è anche il caso di Gustavo Dudamel, ormai saldamente alla guida del Sistema e della sua variegata struttura, che educa decine di migliaia di giovani musicisti e si avvale oggi di succursali in tutto il mondo. Possono costoro permettersi di criticare e dissociarsi da leader politici – ma qualcuno li chiama dittatori – che elargiscono i finanziamenti necessari ad esempio a costruire accanto alla storica sede del Teatro Mariinsky un gioiello della moderna tecnologia teatrale da oltre 700 milioni di Euro o che permettono di nutrire un sistema dedicato all’educazione musicale che finisce per redimere la gioventù più disperata del Venezuela, che da anni tutto il mondo invidia e ormai apertamente copia? Con i suoi concerti nelle sale più prestigiose del mondo il Teatro Mariinsky e Valery Gergiev sono gli ambasciatori dell’eccellenza della nuova Russia, come la Simone Bolivar e Dudamel, con le loro residenze nelle migliori istituzioni musicali a partire da Salisburgo sono la dimostrazione vivente che l’educazione musicale in Venezuela è la migliore. Anche se poi il paese è sull’orlo della miseria.

Ma facciamo un passo indietro: nel 1930, a seguito dello scoppio della crisi finanziaria mondiale causata dal crollo di Wall Street, la città di Berlino era sull’orlo della bancarotta. Nonostante gli appelli del Direttore Musicale Wilhelm Furtwängler i musicisti della Filarmonica di Berlino, la più prestigiosa e formidabile orchestra sinfonica al mondo, non ricevevano lo stipendio e per sopravvivere doverano dedicarsi alle attività più diverse, abbandonando prove e concerti che venivano sistematicamente annullati. Seguirono due lunghi anni di disperazione, pochi concerti spesso pagati dai musicisti di tasca propria, una desolazione assoluta. Fino a quando il 5 Marzo del 1933 il Partito Nazional Socialista di Adolf Hitler riceve il 43,9% dei voti dei tedeschi e arriva al potere. Tra i primi atti del neonato Ministero della Propaganda guidato da Joseph Goebels (come ha recentemente messo in luce un prezioso libro di Misha Aster pubblicato in Italia dalla meritoria iniziativa della casa editrice Zecchini con il titolo “L’orchestra del Reich”) c’è la stabilizzazione finanziaria della Filarmonica di Berlino che riceve un finanziamento annuale garantito da parte del Ministro della Propaganda che permette all’orchestra di uscire dalla crisi e a Wilhelm Furtwängler di ritornare a pensare solo alla musica. Il prezzo da pagare è stato altissimo, quello di diventare appunto “Das Reichsorchester”, lo strumento principe della propaganda dell’odioso regime nazista.

E’ emblematico che nello stesso giro di anni – dopo lo schiaffo bolognese del Maggio 1931 – un grande direttore d’orchestra italiano, Arturo Toscanini, entrava in rotta di collisione con il regime di Benito Mussolini e decideva di lasciare l’Italia per stabilirsi negli Stati Uniti. Continuava però a frequentare la vita musicale tedesca dirigendo stabilmente ai Festival di Salisburgo e Bayreuth fino al 1936 quando a seguito dell’inasprirsi delle leggi razziali contro gli ebrei lascia polemicamente entrambi i Festival per fondare, nell’estate del 1937, un Festival Internazionale proprio a Lucerna: una manifestazione musicale che doveva accogliere tutti quei musicisti che erano stati appunto banditi dalla Germania nazista. Nato come un atto decisamente politico, un inno alla libertà di espressione della musica di fronte alle angherie dei nazisti, il Festival di Lucerna si confronta oggi con un tema scomodo, che l’articolo della NZZ sembra riproporre in maniera ineluttabile: può la musica classica esimersi dal prendere una posizione? (22/02/2017)

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2 pensieri riguardo “Se la musica classica fa politica: una riflessione necessaria

  1.  i musicisti, in quanto cittadini, possono e devono
    prendersi anche responsabilità politiche. E’ invece un abuso
    intollerabile che giornalisti faziosi, ideologizzati e incompetenti
    pretendano di giudicarne le prestazioni musicali in base al loro
    allineamento con “la linea” dettata dai mass media che li pagano.
    Carlo 

  2. Di fronte al potere oppressore, vi sono sempre stati sostenitori o fiancheggiatori ed oppositori. E, riguardo a  quest’ultimi, oppositori che si sono dichiarati senza mezzi termini ed anche pagato, con l’esilio con il carcere quando non anche con l’eliminazione fisica, ed altri che, invece, hanno preferito continuare a lavorare, senza scontrarsi apertamente con il potere, insomma a resistere ‘passivamente’ per salvare il salvabile.

     In quale di queste categorie entri anche il celebre caso di Furtwaengler non è così facile definire. Secondo alcuni egli tacque, per comodità, secondo altri egli non si oppose apertamente al potere per ‘salvare il salvabile’, assecondato dal potere medesimo che  così voleva dimostrare al mondo che in fondo tanto cattivo non era.

     Ora sono trascorsi molti anni dal quando Furtwaengler mantenne un certo rapporto con il potere nazista in patria, ed anche molte cose che dovrebbero indurre coloro i quali hanno voce in capitolo – e gli intellettuali veri, ed i musicisti anche sono fra questi – a parlare e denunciare. Mentre, ad esempio, non lo fanno personaggi come Lang Lang che sa bene che nel suo paese i fondamentali diritti umani sono calpestati.  A differenza del direttore Fischer che ha denunciato, addirittura attraverso un’opera, la repressione nella sua Ungheria, o come il pianista compositore turco, Fazil Say che fu condannato per aver criticato il potere del suo paese.

     Quando in Sud Africa  dominava l’apartheid, si discusse spesso dell’argomento, senza arrivare mai ad una conclusione univoca e soddisfacente, anche perchè direttori celebri come Bernstein, tanto per fare un nome, non disdegnava di andare a dirigere in quel paese il cui potere, alla luce del sole e senza vergogna, si dichiarava razzista.

     Veniamo ai nostri giorni, per i quali abbiamo citato i casi – esemplari ed encomiabili! -del direttore ungherese e del pianista iraniano; mentre potremmo, per l’altro verso citare il caso Gergiev che ha ottimi rapporti con Putin che certamente non è un campione di democrazia, ma che comunque protegge il Marijnsky di San Pietroburgo, mettendo Gergiev nelle stesse condizioni di Furtwaengler, sebbene il potere russo non sia paragonabile a quello nazista, però in Cecenia…

    Potremmo anche citare il caso di Claudio Abbado assiduo frequentatore, per dar sostegno al ‘Sistema’, del Venezuela di Chavez ed anche di Maduro, come anche della Cuba di Castro, dalla cui bocca non ci pare di aver mai sentito parole di condanna dei rispettivi dittatori, ma solo lodi per qual che facevano per la musica.

     Adesso che la situazione in Venezuela è precipitata – mentre per fortuna quella di Cuba sembra aver preso  una piega migliore – anche i nipotini del grande direttore si comportano come il loro modello: tacciono. Colpevolmente o no ?

     Poprio in questi ultimi giorni è scoppiata una polemica, alimentata da una brava pianista venezuelana, Montero, residente negli USA,  che su quotidiani internazionali, si è dichiarata molto critica, contro Gustavo Dudamel, il quale contro i dittatori che hanno governato il suo paese ( Chavez) e lo governano tuttora ( Maduro) non ha detto una sola parola. Ha taciuto, ben conoscendo la drammatica situazione, tragica, del suo paese, alla faccia del Sistema, per la cui difesa egli si è giustificato.

     Dudamel non ha detto una sola parola – accusa Montero – perchè teme di perdere i privilegi e gli agi di cui gode ( lui è stabile a Los Angeles, e sembra fottersene  della tragica situazione del suo paese, dove mancano i beni  di prima necessità ed anche i medicinali; il popolo è allo stremo, sull’orlo di una catastrofe, se non fa prima una rivoluzione per cacciare Maduro). Il riccioluto direttore s’è giustificato dicendo che non ha mai detto una sola parola di appoggio ai dittatori del suo paese,  ha taciuto come accusa la Montero, e che vuole difendere il ‘Sistema’ fondato da Abreu.

     Ma anche altri accusa Dudamel di aver sbagliato tacendo, anche perchè se non parla lui che  è conosciuto e fa opinione, chi altri dovrebbe farlo? la povera gente che nonostante la tragedia che sta vivendo, continua a suonare e cantare  ‘ per sopravvivere’? Come facevano nei vari campi di concentramento i musicisti torturati ed internati, senza  che però in quella occasione il mondo conoscesse le atrocità dei vari campi di prigionia e concentramento, mentre  oggi l’opinione internazionale conosce e denuncia la tragica situazione venezuelana, e Dudamel tace.

    Pietro Acquafredda 

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