Da Parma all’appennino, il racconto di Elena: “Il mio impegno per la biodiversità”

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L’addio all’impiego in azienda, più di dieci anni in un podere a Berceto e la lotta per salvare dal rischio di estinzione la pecora nostrana. “Il futuro deve unire l’innovazione al rispetto per la conoscenza del territorio. Tornare in montagna non da predatori significa tornare nativi

di LUCIA DE IOANNA

“Il ritorno alla natura è un’esperienza che fa cadere le maschere, un battesimo che ti mette a confronto con i tuoi limiti ma ti fa anche scoprire la tua forza”: prima di decidere di cambiare vita trasferendosi in montagna con il suo compagno, Elena Gabbi era area manager per una importante catena di pet store; adesso è custode volontaria della biodiversità nell’oasi naturale dei Ghirardi, a Borgo Val di Taro, e si dedica alla cura e al presidio del patrimonio montano, oggi per lo più abbandonato.

Con un sogno speciale: salvare dal rischio di estinzione la pecora nostrana facendo in modo che possa tornare presente, come era in passato, in ogni fattoria.

Un animale antico, a vocazione non specialistica e quindi fuori da un mercato che vive di sfruttamento e specializzazione, tanto per gli animali quanto per gli uomini.

Elena, nata a Parma, diplomata all’istituto d’arte, insieme al suo compagno Roberto Mangia, di Fiorenzuola d’Arda, decide di cambiare radicalmente vita nel 2003, lasciando la città e i suoi ritmi alienanti – “in macchina mi dava fastidio chi non andava alla mia velocità” – per cercare in montagna un podere da sistemare.

Lasciati i rispettivi lavori, Elena e Roberto acquistano un podere abbandonato a Castellonchio, antico borgo rurale quasi del tutto spopolato, nel comune di Berceto, per dedicarsi all’allevamento delle pecore e delle capre, facendo pascolo aiutati dai cani per radunare e proteggere il gregge.

Un impegno duro, portato avanti per anni, lavorando anche quindici ore al giorno fino alla realizzazione di una fattoria biologica certificata. Oltre al pascolo, la produzione di formaggi freschi e semi stagionati, anche a latte crudo, da vendere poi nei mercatini e nei negozi di montagna.

Dopo dodici anni a Castellonchio, dopo tanto lavoro e anche molte soddisfazioni, la decisione di ridurre l’aspetto commerciale del lavoro a favore di un impegno volontario rivolto alla tutela della biodiversità: “Siamo partiti forse con poca umiltà ma tanto coraggio e dopo alcuni anni ci siamo accorti che gestire tutto per noi due soli era troppo impegnativo. Abbiamo venduto quindi il podere cercando di spostarci più in alto, verso la montagna. Nella Val Taro, ci è stata offerta una casetta chiusa da anni all’interno della riserva naturale regionale dei Ghiradi: un ambiente unico, con habitat tutelati, orchidee particolarissime, querce secolari, laghi, torrenti, innumerevoli specie di animali e piante. Un’area protetta a cui noi facciamo manutenzione sotto la guida del responsabile che è Guido Sardella: noi siamo il suo braccio”.

“E’ lui a dirci quando è il momento di pascolare in un prato perché i bulbi sono al punto giusto di sviluppo, alternando il pascolo di pecore, capre e cavalli a seconda del momento. Finché la biodiversità continua a crescere, ci riteniamo soddisfatti di questo lavoro che svolgiamo come volontari. L’attività che avevamo prima, dovendo rispondere a esigenze di commercio, non ci permetteva di fare le scelte a favore della natura che oggi possiamo portare avanti. Oggi il lavoro della fattoria è sopratutto per auto produzione e ci permette di passare un messaggio anche agli altri, raccontando la nostra esperienza, comprese le difficoltà e gli errori”.

Un lavoro rivolto a salvare saperi antichi dimenticati e beni cancellati perché non rispondono ai canoni stretti del mercato: “Molti anni fa la lana ha perso il valore fondamentale che prima aveva per queste valli, soprattutto per la montagna, e da allora è stata sempre buttata: con due amiche, abbiamo pensato che non avesse senso gettare la lana e abbiamo quindi cominciato a raccoglierla, cercando un modo per farla lavorare: da qualche anno siamo risucite ad avviare un progetto in Val Taro affidando la lana a chi la sa filare a mano, a chi la sa tingere, coinvolgendo anche altri che oggi portano la loro lana a un piccolo artigiano per la filatura. Si è creata una associazione di donne che sta cercando di commercializzare la lana che in questo modo torna a essere un bene per tutta la comunità”.

Un giorno, durante una delle sue ricognizioni attraverso le valli alla ricerca di piccoli allevatori da coinvolgere nel progetto, l’incontro di Elena con una vecchia e le sue poche pecore diverse da tutte le altre viste prima. La passione per la biodiversità e l’occhio allenato a guardare con attenzione forme di esperienza e di vita da preservare fanno la loro parte in questo incontro: “Girovagando per le valli, ho notato una vecchia signora con sei pecore strane, diverse da tutte le altre, di un tipo che non conoscevo. Molto più piccole delle pecore cornigliesi. La donna mi ha spiegato che le aveva ricevute in eredità dalla nonna e che negli anni aveva continuato a fare rinsanguare il suo piccolo gregge, fino ad arrivare a quei pochi capi che avevamo notato per la loro diversità”.

Elena si rivolge al dottor Alessio Zanon, zootecnico con grande esperienza di razze rare, autoctone e in via di estinzione, e con il suo aiuto, affidandosi alle testimonianze orali degli anziani, ai dipinti e alle foto della Val Taro, della Val Ceno e della Val di Vara, “abbiamo ricostruito quale era l’aspetto della pecora originaria di questi posti: a partire da qui si è attivato un tam tam per rintracciare altri esemplari di queste pecore ‘antiche’. Usando anche i canali social, siamo andati alla ricerca di testimonianze su questa pecora fino a organizzare una assemblea in cui Alessio ha mostrato tutti i dipinti e le immagini che aveva a disposizione per ricostruire l’aspetto della pecora nostrana e trovarne esemplari ancora esistenti. Tra i partecipanti alla riunione, c’erano due ragazze che hanno riconosciuto, negli esemplari ereditati dai nonni, le caratteristiche della pecora nostrana. Da allora abbiamo trovato altri piccoli allevatori con gruppi di cinque, sei o sette pecore tutte molto simili tra loro che corrispondono alle antica pecora nostrana che nelle fattorie della zona erano sempre presenti, preziose per il latte, la carne, la lana”.

Un sesto senso per la biodiversità che ha portato Elena a riconoscere il valore di un animale in via di estinzione, la cui presenza, seppure rara, resiste a dispetto delle selezioni dettate dall’economia: “Il problema di queste pecore, comune a tutti gli animali di razze antiche, è quello di non essere né da carne, né da latte, né da lana: si tratta di animali a triplice attitudine perché un tempo alla famiglia di piccoli contadini della zona serviva tutto per poter vivere. Ma il mondo moderno è andato sempre alla ricerca della specializzazione: la lana deve essere solo di una certa qualità oppure non va bene, le pecore da carne devono avere un certo peso mentre quelle da latte se non producono abbastanza litri sono da scartare”.

Controcorrente e tenace, il sogno di Elena, sostenuto da un lavoro serio e uno studio approfondito, “è quello che in ogni fattoria possano tornare a esserci, come nel passato, anche solo quattro o cinque pecore. Non ha senso l’attuale iper-specializzazione per cui magari un allevatore ha cinquanta vacche ma nemmeno una gallina o cento pecore e nemmeno un cavallo o un asino: la specializzazione porta problemi perché distrugge l’antico equilibrio che esisteva nella fattoria e che serviva da sostentamento agli uomini. Un equilibrio utile a tutti: alcuni parassiti non passano da un animale all’altro per cui, se i pascoli vengono mangiati alternativamente da specie diverse, si contengono anche le malattie”.

L’impegno del tutto pionieristico di Elena per evitare l’estinzione della pecora nostrana, “una pecora piccola e molto rustica”, sta dando esiti positivi con la nascita dei primi agnelli anche se la richiesta del mercato è ancora troppo bassa.

Per riuscire a salvare la pecora nostrana Elena porta avanti un lavoro in rete con altre due piccole allevatrici, Elisa Picasso di Val Fontanabuona e Federica Figone di Varese Ligure: “Senza di loro non potrei fare nulla: per evitare il rischio consanguineità, devono esserci tanti piccoli allevatori. Sono grata a Alessio Zanon per avermi messo in contatto con Federica che aveva alcuni esemplari di pecore di questo ceppo antico che si è tramandato nelle valli ma che oggi esiste in pochissimi esemplari.”
Per un futuro più sostenibile, Elena guarda al passato, a un animale antico inserito nel suo territorio: “Il futuro deve unire l’innovazione al rispetto per la conoscenza del territorio. Tornare in montagna non da predatori significa tornare nativi, sapere ascoltare lo spirito del luogo, l’esperienza dei vecchi, di chi in quel territorio ha vissuto tanti anni e sa dove sono le sorgenti, dove devi mettere le patate, quali alberi da frutto possono resistere bene senza azzardare nuovi frutteti fantastici che richiedono acqua dove l’acqua non c’è: abbiamo bisogno di tornare alla natura ma questo ritorno deve nascere da una rivoluzione del vedere e dell’ascoltare. Imparando dall’esperienza e dagli errori. Noi stessi, all’inizio, non abbiamo saputo ascoltare il luogo in cui eravamo: abbiamo comprato delle bellissime pecore lattifere in Sardegna, in luglio, e le abbiamo portate in Appennino. Un temporale ha fatto scendere la temperatura di 15° e alle pecore è andato via il latte: quello è stato per noi il primo insegnamento su quanto sia importante rispettare l’equilibrio di un luogo: assurdo portare una pecora isolana in montagna”.

Esiste un accordo tra ambiente, forme di vita, territorio, risorse e biodiversità e questo accordo va conosciuto e tutelato: “Penso alle vacche cabannine che si arrampicano come capre e che fanno poco latte ma quando viene l’inverno hanno bisogno di poco cibo perché sono piccole: la cabannina è una vacchetta da fattoria e non è certo produttiva come la frisona che grazie ai mangimi produce moltissimi litri di latte ma che vive pochi anni. Non basta studiare sui libri per conoscere lo spirito di un luogo: per sapere quanto tira il vento o quanto a lungo resta l’acqua nel terreno bisogna ascoltare i vecchi che in quel luogo hanno vissuto. Una volta, generazione dopo generazione, le persone nascevano nelle stesse cascine e sapevano già tutto mentre noi dobbiamo rimparare tutto e per farlo occorre, sopratutto, molta umiltà”.

Fonte Link: parma.repubblica.it


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