E’ morto Emanuele Severino, l’ultimo filosofo parmenideo

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Scompare a quasi 91 anni uno dei più grandi pensatori italiani, artefice di un sistema centrato su un Essere unico e immutabile come la verità. Nel 1969 fu condannato dalla Chiesa

di CLAUDIA MORGOGLIONE

Addio a un grande filosofo italiano. Emanuele Severino ci ha lasciati il 17 gennaio scorso, anche se solo adesso è trapelata la notizia della sua scomparsa: a funerali avvenuti, e in forma strettamente privata, come da sue volontà. Avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 26 febbraio. Un intellettuale portatore di una visione originalissima, capace di conciliare la tensione speculativa ed etica alle radici del pensiero occidentale, greco in particolare, con le ansie e le inquietudini dei nostri tempi travagliati. Una sfida titanica compiuta da un uomo dalla personalità forte, carismatica, deciso a spendere l’intera esistenza alla ricerca di una “ben rotonda verità” – per citare un’espressione celebre di Parmenide, suo maestro riconosciuto e sua maggiore fonte di ispirazione. 

Nato a Brescia nel 1929, il giovane Emanuele si laurea all’università di Pavia e poi intraprende una lunga carriera accademica, che lo porta prima alla Cattolica di Milano, e poi, per decenni, alla Ca’ Foscari di Venezia. Qui è uno dei fondatori della facoltà di Lettere e filosofia; diventa ordinario di filosofia teoretica; si ritrova a insegnare anche logica, storia della filosofia moderna e contemporanea, sociologia; viene proclamato professore emerito. Prima di trascorrere l’ultimo periodo presso l’università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Accademico dei Lincei, storico collaboratore del Corriere della Sera, ha pubblicato numerosi saggi: uno dei più noti è e resta Ritornare a Parmenide, uscito nel 1965 su una rivista, che fece scalpore e generò grande dibattito nel mondo filosofico. Quelli in volume sono stati pubblicati per la maggior parte da Rizzoli e soprattutto dalla casa editrice più affine al suo spirito speculativo, la Adelphi di Roberto Calasso. Fra i tanti ricordiamo La struttura originaria (1957),  Essenza del nichilismo (1972), Legge e caso (1979), Le radici della violenza (1979); Destino della necessità (1980). L’ultimo uscito è Testimoniando il destino (2019), in cui tutti i punti della visione “parmenidea” di Severino vengono recapitolati: “Non basta possedere un campo: bisogna coltivarlo – è scritto – E anche questo libro intende indicare l’autentica ‘pianura della verità'”.

E già queste ultime parole danno un’idea della portata filosofica – anzi, ontologica – del pensiero di Emanuele Severino. Un’elaborazione che parte, come quasi tutta la filosofia novecentesca, da Martin Heidegger e dalla sua scommessa sull’Essere con la “e” maiuscola: verità autentica contrapposta all’inautenticità di tanti aspetti della nostra vita. Una sfida che il filosofo italiano raccoglie con una radicalità davvero unica. E che lo porta a trovare risposte molto indietro nel tempo, in epoca presocratica. Ed ecco allora il suo abbracciare il sistema di Parmenide di Elea, nato intorno alle 510-515 avanti Cristo, che afferma l’esistenza di un Essere unico, ingenerato, eterno, immutabile, immobile, omogeneo. Perché ciò che è non può che – appunto – Essere.

Secondo Severino l’unica ricetta possibile, in un mondo di cui prima Nietzsche e poi Heidegger hanno svelato gli inganni e le illusioni legate al progresso tecnico, è dunque l’abbandonarsi a quest’Essere di tipo parmenideo. Cercare la verità a qualsiasi costo, con un’ansia conoscitiva che è l’esatto opposto del concetto di “utile” che permea il mondo contemporaneo, e che è lontanissima da qualsiasi forma di accettazione passiva. Un atteggiamento che lui chiama Gioia. Il tutto, spiega sempre Severino, senza indulgere nell’errore di quasi tutti i filosofi venuti dopo il maestro di Elea, concentrati invece sul divenire. Cioè su qualcosa che, al contrario dell’Essere, non è. E che poi la religione, così come il già citato progresso tecnico, hanno tentato in qualche modo di esorcizzare, di addomesticare. Proprio per queste sue critiche alla fede e al cattolicesimo, il Santo Uffizio proclamò tra il 1969 e il 1070 la totale contrapposizione tra la filosofia di Severino e il Cristianesimo, costringendolo ad allontanarsi dall’università Cattolica: “La procedura adottata nei miei riguardi era la medesima che aveva riservato a Galilei nel 1633”, raccontò poi lui, che alla vicenda dedicò il libro Il mio scontro con la Chiesa (Rizzoli, 2001).
Una dimostrazione indiretta di quanto il suo modo di pensare sia stato eretico, scandaloso, o, come direbbe Nietzsche, meravigliosamente inattuale. Etico, nel senso migliore del termine, lontano da qualsiasi moda. Filosofica e non. Come gli hanno sempre riconosciuto i suoi amici a colleghi, a partire da Massimo Cacciari che gli è stato vicino fino all’ultimo. E che ricorda ora, con dolore, il maestro, la sua irriducibile “fame di verità”. Un desiderio che trasuda anche dalle ultimissime righe del suo ultimissimo libro, scritte col consueto linguaggio affascinante e un po’ oscuro: “Nell’apparire infinito del destino è oltrepassata la totalità delle contraddizioni… Culmine della volontà del destino, l’apparire infinito ottiene eternamente tutto ciò che da esso è voluto”. 21 gennaio 2020

Fonte Link: repubblica.it

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