I CONTI DI FINI

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"Il governo cadrà, intesa subito oppure è meglio il referendum".
Intervista a Gianfranco Fini: riforma elettorale in un anno, altrimenti il voto. E a Casini manda a dire: "Il sistema tedesco è la tomba del bipolarismo"

di MASSIMO GIANNINI

(Repubblica.it) ROMA – "Comunque vada, il governo Prodi ha i giorni o al massimo i mesi contati. Cade presto, e allora non si scappa: si torna a votare". Gianfranco Fini traccia la sua road map per uscire da una crisi che considera tutt’altro che conclusa. "Se Prodi vuol provare a cercare un accordo sulla legge elettorale – dice il leader di An – si accomodi pure. Io sono pronto a discutere, ma alle mie condizioni. Gli do un anno di tempo per provarci, poi la parola passerà comunque agli elettori con il referendum. Noi lo sosterremo, perché almeno quello è una garanzia per il bipolarismo". Fini riconosce la "diversità di vedute" nella Cdl, e lancia un messaggio chiaro a Casini: "Il sistema tedesco non passerà: sarebbe la tomba del bipolarismo".

Onorevole Fini, il governo ha incassato la fiducia. Ci siete rimasti male?
"Non direi proprio. Ormai è chiaro a tutti che questo è un governo di fine legislatura. Persino voi, sul vostro giornale, avete parlato di ‘operazione sopravvivenza’. Al fondo di questa crisi non c’è nessuna svolta, nessun nuovo inizio. E chi nell’Unione si illude di poter durare altri quattro anni in queste condizioni, confonde il sogno con la realtà".

Dalle consultazioni e dal dibattito parlamentare è emersa anche un’altra verità: ormai esistono almeno quattro opposizioni diverse, come vi ha cantato Fassino in aula…
"Fassino ha fatto finta di non capire quello che è successo…".

E’ successo che Maroni ha detto una cosa, Casini ne ha detta un’altra, Berlusconi ne ha detta un’altra ancora, e lei ha cercato di pattinare sulle vostre contraddizioni interne. Non è così?

"Senta, esisteranno pure due, tre, quattro, otto opposizioni diverse. Ma stiamo ai fatti: il governo Prodi è caduto perché l’opposizione ha tenuto una linea unitaria. Ieri in aula nessuno di noi ha offerto il benché minimo appiglio al governo. Sulla legge elettorale tutti ci siamo dichiarati pronti a discutere. Non mi pare che di fronte a questa realtà, oggettiva, si possa parlare di un’opposizione divisa".

Se non vogliamo dire divisa, diciamo allora confusa. Secondo il leader Ds, per esempio, la linea di An non è molto chiara. Ha torto?
"Eccome se ha torto! La linea di An è chiarissima. Questo governo è in stato pre-agonico. Io personalmente sono convinto che reggerà ancora poche settimane o pochi mesi…".

Però lei, a dispetto del Cavaliere, non ha chiesto al Capo dello Stato e non chiede oggi le elezioni anticipate. Non è una bella differenza, questa?
"Chiariamo l’equivoco. Io le elezioni le avrei fatte ieri, o le farei domani. Ma un conto è fare propaganda, altro conto è fare politica. Serve realismo: se anche le avessimo chieste tutti insieme a Napolitano, le elezioni anticipate non ci sarebbero state, perché la legge elettorale vigente non garantisce la governabilità".

Ecco perché al Quirinale voi e l’Udc vi siete presentati chiedendo un governo tecnico-istituzionale, guidato da Amato o Marini, facendo infuriare il Cavaliere…
"Questa è una leggenda metropolitana. Al Capo dello Stato ho chiesto solo che, per poter proseguire il suo cammino, stavolta il governo di centrosinistra avrebbe dovuto contare al Senato su una maggioranza politica, a prescindere dal voto dei senatori a vita. Sono stato il primo a porre questa questione, e sono molto compiaciuto del fatto che l’abbiano condivisa personalità come Scalfaro, e soprattutto che ne abbia tenuto conto il presidente della Repubblica, nel rinviare Prodi alle Camere".

E allora perché Berlusconi ce l’ha con lei e con Casini per la gestione della crisi, e vi continua a trattare da volgari "politicanti"?
"Su questo ho già precisato quello che penso. So per certo che Berlusconi, con quelle parole, non si è riferito ad Alleanza nazionale".

Comunque avete perso l’attimo. Di elezioni anticipate non si parla più…
"Si sbaglia. Resto convinto che al voto si andrà molto prima di quanto spera qualcuno, perché questo governo ha i giorni o tutt’al più i mesi contati".

Ma intanto Prodi ha aperto il cantiere della riforma elettorale.
"Ecco, questa è l’unica novità emersa dalla crisi. E di fronte a questa novità il mio ragionamento è molto semplice. Se vogliamo provare ad usare i pochi mesi di vita che restano a questo governo per verificare se esistono i margini per un accordo bipartisan, io sono pronto. Ma pongo due condizioni precise, e per me irrinunciabili".

E quali sono queste condizioni?
"La prima è una condizione temporale. Io non accetterò mai che questo governo usi il tema della legge elettorale per tirare a campare. Il ministro Chiti ha fatto la sua istruttoria, ora metta tutte le carte sul tavolo e vediamo se si trova un’intesa in Parlamento, senza inventare altri sedi o altri tavoli dei volonterosi. Si fa presto a verificare tutto questo: non è che ci manchino le istruttorie. Se l’accordo si trova, bene. Si fa la riforma, e il giorno dopo il governo Prodi va a casa e si torna a votare. Se l’accordo non si trova, nella primavera dell’anno prossimo la parola passerà ai cittadini elettori: decideranno loro, con il referendum, come modificare l’attuale legge elettorale. In tutti i casi, una cosa deve essere chiara: come ha detto Violante, c’è solo un anno per decidere, e non oltre. E nel frattempo, aggiungo io, nessuno si illuda: se c’è chi pensa di usare le riforme per allungare surrettiziamente la vita di questo governo, si sbaglia di grosso. Non glielo consentiremo".

Mi pare di capire che lei scommette tutto sul referendum. Non confida granché sulla possibilità di un accordo parlamentare?
"Vediamo. Certo, quando sento che nel centrosinistra c’è chi torna a parlare di Bicamerale non sono molto ottimista. Comunque, io so una cosa: non è vero che va bene qualsiasi legge elettorale. Quella che c’è oggi non va bene, ma ce ne possono essere di molto peggiori. E poi so anche un’altra cosa: il referendum rafforza il bipolarismo. Per questo An lo sostiene e lo sosterrà".

E anche su questo vi dividerete da Berlusconi.
"Su questo discuteremo. Le posizioni non sono così distanti come sembrano. Le faccio notare che Silvio, in aula, ha citato espressamente due passaggi del mio intervento, per dire no agli espedienti dilatori dell’Unione e per ribadire che le maggioranze non si decidono a tavolino dai partiti. Questo qualcosa vorrà pur dire, no?".

Se ci crede lei. E qual è l’altra condizione per il dialogo sulla legge elettorale?
"È una condizione di merito. Ove mai raggiungessimo un’intesa parlamentare, per me la soluzione prescelta deve garantire obbligatoriamente un principio di fondo: l’elettore deve poter scegliere il candidato premier, il partito e la coalizione in cui quello stesso partito è collocato. Qualunque approccio che non rispetti questo principio equivale a una sepoltura del bipolarismo, e quindi è per me inaccettabile".

Lei insiste sul maggioritario, la Lega e l’Udc puntano al sistema tedesco, Berlusconi non si sa bene cosa vuole. Mi sbaglio?
"Sui modelli elettorali ognuno ha le sue idee. Intanto, ognuno di questi modelli andrebbe approfondito alla luce del sistema politico e istituzionale nel quale è calato. Quando si parla del maggioritario alla francese, non si può non tener conto del fatto che in quel Paese esiste il doppio turno, e il capo dell’esecutivo come il presidente della Repubblica sono eletti dal popolo. Allo stesso modo, quando si parla del proporzionale alla tedesca non si può non tener conto che in quel Paese non esiste il bicameralismo perfetto, che il Bundesrat è eletto dai Laender e il numero dei parlamentari è variabile".

D’accordo sulla premessa. Ma ora mi risponda: non è vero che avete idee totalmente differenti tra voi?
"E’ vero che ci sono idee diverse. È noto a tutti che, storicamente, il profilo della destra italiana è di tipo presidenzialista. Io, al contrario di Casini, sono e resto contrario al sistema tedesco. Lo considero la tomba del bipolarismo, perché rischia di riprodurre in Italia la vecchia logica dei due forni e delle mani libere. E su questo anche Berlusconi la pensa come me".

Proprio a Berlusconi, ieri, Fassino a Montecitorio ha detto una cosa molto chiara, e se mi permette anche molto efficace: "La Cdl è divisa perché i suoi alleati ormai si sentono definitivamente affrancati dalla sua leadership". Lo può negare?
"Certo che lo nego. Primo perché non siamo divisi, e secondo perché oggi il tema della leadership non è in agenda. D’altra partre, anche su questo non ci sono preclusioni. Non è stata proprio Forza Italia a parlare di primarie? Comunque capisco che a voi giornalisti interessa solo questo, ma tra noi non è proprio tempo di polemiche. Semmai dobbiamo rilanciare la federazione del centrodestra".

Onorevole Fini, se scommette sulla crisi dovrà pazientare. Il governo non cadrà sull’Afghanistan: il premier ha dichiarato che il decreto sul rifinanziamento "passerà con almeno 300 voti al Senato". Vuol dire che proprio voi sarete la sua stampella?
"Qui non si tratta di fare la stampella. Noi il decreto sull’Afghanistan lo voteremo perché siamo persone serie, e abbiamo a cuore i destini della nazione. Ma se come è prevedibile la maggioranza al Senato non sarà autosufficiente e si reggerà sui nostri voti, si porrà un serio problema di credibilità internazionale dell’Italia, e di dignità politica del premier e del ministro degli Esteri. Sarà l’ennesima finzione di una classe dirigente che chiude gli occhi, per non vedere il baratro nel quale ha trascinato il Paese". (3 marzo 2007

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