SI TORNA A VOTARE IN SIERRA LEONE

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Elezioni in Sierra Leone, dopo la guerra civile si torna alle urne
. La consultazione elettorale segna un momento storico per la vita politica del Paese africano

(lastampa.it) FREETOWN Dieci anni di guerra civile, 120.000 morti, migliaia di mutilati. Disoccupazione al 70%, aspettativa di vita di 41 anni, prodotto interno lordo di 220 dollari per abitante, decine di migliaia di sfollati. È la Sierra Leone, che oggi si reca alle urne per eleggere il proprio presidente. E voltare definitivamente le spalle al passato. Alla guerra civile (1991-2001), al presidente uscente Ahmad Tejan Kabbah, alla supervisione dei caschi blu dell’Onu. E dimostrare, per la prima volta, di poter programmare un futuro di pace e sviluppo.

Il Paese alle urne per la seconda volta dalla fine della guerra. Ma sarà la prima senza l’Onu, sotto la cui egida si erano svolte le prime elezioni nel 2002. E senza Kabbah, il presidente eletto, deposto, rimesso in carica durante la guerra civile e confermato 5 anni fa con oltre il 70% delle preferenze. Ma che non potrà correre per un terzo mandato. Per questo il voto dell’11 agosto appare come il vero punto di svolta per la Sierra Leone, che dovrà anche eleggere 112 dei 124 deputati del parlamento monocamerale tra 566 candidati.

«È un test decisivo che mostrerà a che punto si trova la Sierra Leone nel cammino verso la democrazia», ha dichiarato l’analista politico Ibrahim Kargbo, ricordando proprio che le elezioni del 2002 furono tenute sotto la supervisione dell’Unamsil, la missione dell’Onu.

Ma gli scontri tra militanti dei vari partiti politici che hanno agitato la campagna elettorale in diverse città preoccupano gli osservatori: «Temiamo che la polizia possa non essere neutrale, visto che è controllata dal partito al potere», ha dichiarato Valnora Edwin, direttrice dell’Ong «Campagna per il buon governo».

Le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno lasciato il Paese, ma non lo hanno dimenticato: non solo sono stati cancellati 1 miliardo e 600 milioni di dollari di debito, ma il sostegno economico internazionale, in particolare della Gran Bretagna, copre il 60% del bilancio statale. Una dipendenza dall’estero che il prossimo governo di Freetown dovrà dimostrare di poter interrompere.

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