Da Savoini a Siri quelle inchieste che spaventano la Lega

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Indagini aperte anche su esponenti di Pd, Fdi, Fi e 5 Stelle: nel caso del partito di Salvini sono più vicine alla conclusione

Chissà se i magistrati osserveranno una tregua prima del voto. La prassi di sospendere retate e incriminazioni nei confronti dei politici in periodo d’elezioni è stata inaugurata da Francesco Saverio Borrelli ai tempi di Mani Pulite e poi seguita da altri procuratori, come Giuseppe Pignatone. Nessun codice però l’impone e tutto è affidato alla discrezionalità degli uffici giudiziari. Che negli ultimi mesi hanno avviato tante istruttorie, potenzialmente esplosive. 

In linea teorica, ce n’è per tutti. Persino Fratelli d’Italia nelle scorse settimane ha visto alcuni esponenti locali finire nei guai per mafia. La compagine berlusconiana è sotto inchiesta in Lombardia mentre i pentastellati possono soffrire per gli sviluppi delle indagini sul Comune di Roma. Il Pd d’altro canto è spesso nel mirino dei pm e ci sono fascicoli aperti sia sulla Regione amministrata da Nicola Zingaretti sia su familiari e collaboratori di Matteo Renzi, senza che i due leader siano mai stati convolti. Il più preoccupato però sembra Matteo Salvini, che nel suo comizio di Pescara ha aperto la campagna elettorale dedicando parole di fuoco ai magistrati e promettendo una riforma definitiva della Giustizia.

In effetti dalla scorsa primavera i fronti giudiziaria sulla Lega si sono moltiplicati. E paiono tutti a un passo dalla conclusione. Oggi infatti le indagini hanno una tempistica dettata dall’informatica. Si parte dai controlli sulle banche dati, grazie a software che evidenziano subito le operazioni anomale: bonifici, mutui, acquisti di immobili, presunti prestanome o società di copertura. Poi si passa al vecchio stile, approfondendo questi elementi con sequestri e interrogatori. Infine si definiscono le eventuali ipotesi di reato, facendo scattare intercettazioni, perquisizioni e arresti. Stando ai rumors, a Milano e a Roma diversi fascicoli sono ormai arrivati alla fase finale di questa trafila.

C’è la vicenda di Armando Siri. Con la contestazione di corruzione per la promessa di 30 mila euro che è già oggetto di incidente probatorio da parte della procura di Roma, quindi a un passo dalla chiusura. Nei confronti dell’ex sottosegretario, padre della Flat tax e dello Sbloccacantieri, però, altri episodi anomali sono emersi: ad esempio il mutuo senza garanzie concesso dalle banche di San Marino, che ha determinato a Milano l’accusa di autoriciclaggio. E la ragnatela di verifiche finanziarie potrebbe riservare nuove sorprese.

Quindi c’è l’affaire di Gianluca Savoini, con la trattativa al Metropol su cui il leader leghista si rifiuta ostinatamente di rispondere. Il colloquio registrato a Mosca ha fatto aprire un procedimento per corruzione internazionale, condotto dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale – il primo a ottenere la condanna definitiva sia di Bettino Craxi che di Silvio Berlusconi – che non interrompe mai il suo lavoro. Le verifiche delle Fiamme Gialle avrebbero già individuato una serie di bonifici “sensibili” sull’asse Mosca-Milano che adesso vengono analizzati alla luce delle attività dell’associazione Lombardia-Russia.

I pm milanesi si sono convinti che ci siano stati altri incontri prima della serata al Metropol, sempre dedicati allo stesso argomento: finanziare la Lega attraverso concessioni di favore da parte di entità governative russe. E le rivelazioni dei siti investigativi Bellincat e Insider sui 17 voli di Savoini a Mosca, spesso in compagnia di Claudio D’Amico, consigliere del vicepremier, non fanno che aumentare i sospetti anche perché i due avrebbero goduto di un trattamento privilegiato alla frontiera russa. Non solo. In questi giorni gli investigatori stanno decifrando la memoria dello smartphone di Savoini, con l’obiettivo di capire chi fosse informato delle sue trattative: forse potrebbero venire da lì le risposte che Salvini non ha voluto dare in Parlamento.

Meno noto è l’intreccio di criminalità e politica che nasce da Latina, con collaboratori di giustizia che parlano di voti venduti da esponenti rom in favore di esponenti locali della Lega. Il fascicolo adesso è passato alla Direzione distrettuale antimafia della Capitale, guidata da Michele Prestipino, che sta approfondendo testimonianze e riscontri. A rendere delicata la materia è il fatto che gli esponenti citati nei verbali fanno capo a Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro sempre più spesso presente sul palco accanto a Salvini.

Ma non bisogna dimenticare la madre di tutte le istruttorie, ossia quella che riguarda il destino dei 49 milioni spariti dai conti del partito. La caccia al tesoro intreccia il lavoro di tre procure – Bergamo, Milano e Roma – che si sono coordinate per ricostruire in Italia e all’estero la galassia di bonifici e società dove orbitano fondi destinati o provenienti dagli uomini d’oro della Lega, a partire dal cassiere Giulio Centemero, indagato per illecito finanziamento. Una rete che si somma a quella della fondazione “Più voci”, usata per raccogliere pagamenti di imprenditori, le cui attività sono state ricostruite dalle Fiamme Gialle. Più voci, appunto, che potrebbero turbare la corsa di Salvini verso i “pieni poteri”. Anche se pochi credono che – a 25 anni dal primo avviso a Berlusconi – le questioni giudiziarie siano ancora in grado di influenzare l’elettorato in maniera decisiva. 10 AGOSTO 2019

Fonte Link: repubblica.it

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