Di Maio lascia la leadership 5Stelle.

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Oggi l’annuncio in una riunione dei ministri 5S dopo vari tentativi di rilancio. Gelo con Grillo. Zingaretti: “Non mi fa piacere se si dimette”. Altri due deputati abbandonano il Movimento

Si dimetterà da capo politico del Movimento cinque stelle, Luigi Di Maio. Oggi pomeriggio. A quattro giorni dalle regionali in Emilia Romagna, a due mesi dagli stati generali grillini. Darà seguito a quanto anticipato negli ultimi giorni al suo staff ministeriale, come gesto di garbo verso chi lo segue in giro per il mondo: “Resto alla Farnesina, ma è il momento di un passo indietro dal partito. Sono stanco, esausto, deluso, incaz…”. È l’unico modo per uscire dall’angolo, a dire il vero, poi domani si vedrà. Di certo, il leader di Pomigliano sceglie di lasciare subito prima del probabile schianto nella tornata elettorale di domenica e parecchio dopo aver perso la fiducia di chi lo aveva promosso: Beppe Grillo. “Si è rotto qualcosa – confida nelle ore più complicate della sua carriera fulminante – inutile nascondercelo”.

L’appuntamento con questo nuovo trauma a cinquestelle è per le 10. Di Maio vedrà i suoi ministri. Gli diranno “resta, Luigi”, fa parte della liturgia di chi perde il posto. Poi, alle 17, presentando i misteriosi “facilitatori” regionali al Tempio di Adriano, comunicherà al mondo il passo. Il primo effetto, inevitabilmente, sarà quello di scuotere l’esecutivo. Di farlo ballare, ancora prima che il voto in Emilia plasmi i nuovi equilibri politici. Eppure, il senso delle sue dimissioni da capo resta uno soltanto: stabilizzare. Tenere in piedi la baracca. Ammortizzare per quanto possibile le prossime, probabilissime sconfitte. Non di segare il ramo su cui siede assieme a Giuseppe Conte. Evitare che nuove elezioni politiche certifichino il rischio di estinzione.

E Conte? Ufficialmente, la comunicazione di Palazzo Chigi nega che il premier fosse avvertito della decisione. In realtà, lo era da giorni. Aveva chiesto al ministro degli Esteri di non lasciare la guida del Movimento. Preoccupato dal vuoto di leadership, dalla guerra di successione. E dai numeri parlamentari che continuano a ridursi. Anche se per adesso soprattutto alla Camera, dove non esiste un problema di pallottoliere: anche ieri altri due deputati, Nadia Aprile e Michele Nitti, sono passati al Misto. Ciononostante, il premier considera l’esecutivo stabile. E confida ai ministri che lo contattano a sera un futuro comunque giallorosso: “Siamo solidi. Ci saranno un po’ di ovvie turbolenze, ma senza conseguenze per il governo”. Che è poi la stessa sensazione del Partito democratico, almeno della fazione governista che fa capo a Dario Franceschini: “Andiamo avanti, nessuno tra loro vuole far cadere l’esecutivo. Per andare dove, tra l’altro?”. Chi non gradisce la scelta, invece, è Nicola Zingaretti. “Di Maio si dimette? Non mi fa piacere. Non commento indiscrezioni, ma nel M5S si sottovaluta che di fronte a un centrodestra organizzato non si può dire che Zingaretti e Salvini siano la stessa cosa: non rafforza l’alleanza”.

Il leader del Movimento, in realtà, lascia soprattutto per il sodalizio ormai archiviato con Grillo. Per giorni, anzi settimane, Di Maio aveva provato a salvarsi lasciando trapelare alcuni ambiziosi piani di rinnovamento. L’idea, ad esempio, di una “Cosa grillina” tutta nuova, prima ancora il tandem con altri dirigenti, magari una donna. Non però quell’organismo collegiale che l’avrebbe mortificato, svilito, di fatto pensionato da leader, peraltro lasciandogli i galloni del “semi-capo”. Il problema è che “nessuna risposta” è arrivata dal Fondatore – da agosto il primo sponsor dell’alleanza con il Pd e della leadership politica di Conte – evidentemente poco convinto dai progetti di “Luigi”.

Senza Grillo, impossibile per Di Maio resistere al prevedibile massacro dei grillini in Emilia Romagna. Inevitabile ripiegare e aprire la corsa alla successione. L’unico modo per poter magari tornare in partita tra qualche settimana. “Ma ora lasciatemi in pace, voglio staccare per un po’, sono esausto”. 21 GENNAIO 2020

Fonte Link: repubblica.it

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