Di Maio lascia, M5s allo sbando: “Il nemico è dentro di noi”. Stoccate a Di Battista

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Il discorso d’addio del leader: “Serve una rifondazione, ma non siamo finiti”. La difesa del governo e l’accusa: “Troppi pensano solo a sé”. Crimi reggente, l’ipotesi di un ritorno dopo gli Stati generali di marzo
DI TOMMASO CIRIACO
Dieci secondi. Venti. Trenta. Un minuto di applausi. Nel tempio di Adriano nessuno smette per primo di battere le mani a Luigi Di Maio. Non un ministro, un sottosegretario, un parlamentare. Scacciano il sospetto di essere tra i congiurati, tra quelli – e sono tanti, quasi tutti – che hanno spinto il leader alle dimissioni dalla guida del Movimento. Si spella le mani chi l’ha isolato, giocato di sponda con Beppe Grillo, ammiccato nei mesi scorsi a Giuseppe Conte, “meno male che ci sei tu, presidente, va solo risolto il problema di Luigi…”. Li saluta tutti con un commiato velenosissimo, il ministro: “Nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo, ma per la loro visibilità”.

Quando Emilio Carelli sale sul palco per presentare il “team del futuro”, la prima vera struttura del Movimento, l’effetto è grottesco: nessuno può spacciare una giubilazione (sia pure autoinflitta in modo da anticipare i propri nemici) per una festa. E quindi il video sui misteriosi “facilitatori” scorre in fretta, l’interesse in sala è pari a zero. Tutti vogliono ascoltare Di Maio. Paola Taverna in prima fila, accreditata per la leadership. I ministri più contiani, Federico D’Incà e Alfonso Bonafede, con cui i rapporti sono complicati. Parlamentari come Dessì, che lo combattono apertamente. Dopo studiata attesa, Di Maio entra, saluta, raccoglie l’ovazione, “Luigi, Luigi”. E traccia quello che sembra un programma di ricandidatura al vertice.

Lo schema del leader sembra chiaro, non serve neanche il sussurro strappato a Virginia Saba, la fidanzata giornalista che lo applaude piangendo, commossa. “Sì – annuisce alla domanda maliziosa – forse qualcuno lo sta già rimpiangendo. Io e Luigi, comunque, non abbiamo perso il sorriso, andiamo avanti”.
Vanno avanti e senza autocritiche. Se peccato c’è stato, è di “fiducia”, dice il leader, e chiude così un anno e mezzo di sconfitte. La verità è che vuole piazzarsi lì, nel petto del Movimento, pronto a rigiocare la sua partita. “Tanti mi hanno scritto non mollare – confida – Ma io non mollerò mai il Movimento, è la mia famiglia”. Di certo non lascia il governo, anzi, da ministro elenca i risultati e chiede che vada avanti fino al 2023, “poi ci giudicheranno, ma non dopo venti mesi, non adesso”.
E però c’è di più, in questo discorso. C’è un’alternanza studiata e un po’ nevrotica tra risentimento e orgoglio, una miscela di tossine e battute. E quindi racconta del libro sul significato del nodo della cravatta che gli aveva regalato Gianroberto Casaleggio – lui, che sembra indossarla dalle scuole medie – e usa quel ricordo per sfilarsela ostentatamente assieme ai galloni di capo politico. Ma poi affonda come mai fino ad ora, “c’è chi è stato nelle retrovie e senza prendersi responsabilità è uscito allo scoperto solo per pugnalare alle spalle”.

Tutti capiscono subito che il vero obiettivo è Alessandro Di Battista. Dicono che non si candiderà, che resterà in Iran, che non si è mai assunto una responsabilità che sia una, ma è meglio non rischiare. Il suo ritorno, Di Maio lo sa bene, archivierebbe l’esecutivo, l’era alla Farnesina e le ambizioni di un bis da capo. E infatti si scaglia neanche troppo implicitamente contro il grillino di Roma Nord: “Pochi hanno lavorato per se stessi, moltissimi per il Movimento”, premette, molte fratture si sono consumate per “dare visibilità all’ego di qualcuno”. Il modo migliore per stroncarlo, allora, è far balenare un pensiero: quale Movimento volete, quello di chi mi ha trascinato dai Gilet gialli, preferisce Maduro, avversa gli Stati Uniti, segue istinti terzomondisti e se potesse uscirebbe pure dall’euro? Oppure il grillismo di governo che ho costruito? “Per me – sostiene non a caso – l’Italia è nel patto atlantico, nell’Unione europea, nell’euro. Ho fatto campagna elettorale dicendo queste cose e tutti, eletti e non eletti (Di Battista, appunto, ndr) erano con me. Perché adesso mi accusano?”.

Finisce con un ringraziamento alla fidanzata in lacrime, “grazie, Virginia, mi sei stata vicina in un anno così difficile”. Con gli occhi lucidi del suo staff. Con il pianto di molti dei congiurati. “Si chiude solo una fase, ci vediamo agli Stati generali”. Chi lo avversa proverà a soffocare “l’amico Luigi” creando un organo collegiale. “Non è finita – promette Di Maio – è appena cominciata”. Vero, la guerra è appena cominciata.22 GENNAIO 2020

Fonte Link: repubblica.it

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