Il flop di Salvini agita la Lega. Fallisce pure l’ultimo bluff

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L’estrema giravolta del ministro dell’Interno: il ritiro della mozione di sfiducia, a dimissioni di Conte già annunciate. La stoccata di Giorgetti: “Ha deciso tutto lui, da noi non c’è democrazia”


La realtà è solo quella che il capo del Viminale comunica a ministri, sottosegretari e senatori riuniti permanentemente in una sala di Palazzo Madama: “La responsabilità della crisi deve ricadere per intero su Conte e su Di Maio, deve essere chiaro che sono loro a volere l’inciucio con Renzi”, intima Salvini ai più fidati Bongiorno e Giorgetti, Fontana e Centinaio che gli fanno scudo per ore. Mossa vana e tardiva anche quella, subito smascherata dal presidente del Consiglio che saluta tutti e va dal capo dello Stato.

È stato un precipizio, per Salvini, fino alla disfatta finale. Del resto, a parlare a porte chiuse davanti allo stato maggiore leghista, fin dal vertice di mezzogiorno per definire la strategia, è un “pugile suonato”, come lo descrivono alcuni dei suoi. Alla fine una strategia non c’è, se non quella di cercare di evitare a tutti i costi “il governo dell’inciucio” a costo di compiere una piroetta imbarazzante. Ma nessuno ha il coraggio di rinfacciarlo al capo. Solo Giancarlo Giorgetti a tarda sera ricorderà ai giornalisti che lui l’aveva “detto da mesi che così non si andava avanti”. Rincarando: “Noi siamo un partito, scegliamo il capo e il capo decide. Può decidere bene o male, ma decide il capo. Nella Lega non c’è dibattito, non c’è democrazia, decide uno”, taglia corto con sorriso amaro, più che ironico.

Il partito è un funerale, che scorre mesto sul volto di tutti i senatori, dei ministri e dei sottosegretari ai quali i colleghi 5stelle non hanno nemmeno lasciato posto nelle due file di banchi del governo. Già espulsi, emarginati lassù, sulla fila alle spalle del premier Conte. Spazio concesso solo al vicepremier al fianco di Conte. Dall’altra parte siede Di Maio ma i due non incroceranno mai nemmeno lo sguardo. Su quel banco e su quella poltrona Salvini resterà solo durante la mezzora dell’intervento del presidente del Consiglio, in cui viene trafitto con la flemma e lo stile pacato dell’avvocato del popolo da una sequenza di accuse per lui senza precedenti: “Pericoloso, autoritario, irresponsabile, incosciente”. È una requisitoria che mai il leghista avrebbe immaginato così violenta, come confesserà dopo. Salvini lascia i banchi del governo alle 16 per tenere il suo discorso di replica e non ci tornerà più.

Non lascia ancora il Viminale però. “Fino all’ultimo – si giustificherà in serata – per guadagnarmi lo stipendio che mi pagano gli italiani e difendere i confini e la sovranità del mio Paese”. Una motivazione debole, sulla quale lo infilzeranno avversari ed ex alleati in aula. Fino all’affondo della grillina Paola Taverna, che gli rinfaccerà le presenze in aula (“1,29 per cento di media”) e al ministero (“Solo dieci giorni al mese”). La mano tesa a Conte, la promessa di fare insieme le riforme e la manovra, perfino il ritiro della mozione di sfiducia si rileveranno mosse tardive. Per non dire dell’invocazione al cuore immacolato di Maria e al bacio del rosario in aula, vissute come provocazioni che aizzano ancor più premier e 5 stelle.

È finita. Salvini sembra capirlo più tardi di tutti gli altri. C’è solo il tempo per lo sfogo rancoroso. “C’era un dialogo in corso da mesi tra Grillo e il Pd, l’inciucio è partito all’indomani delle Europee, tra gli uomini di Fico e quelli di Renzi. Ora mi spiego i tanti no. Da Conte solo insulti. Facciano pure le riforme con Boschi”. Ma di Salvini non si libereranno, è una promessa e una minaccia: “Mi ricandiderò premier. Se pensano di togliersi il disturbo mettendosi tutti contro di me… Prima o poi a elezioni ci si va”. Chissà quando, però. 20 AGOSTO 2019
Fonte Link: repubblica.it

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