66 anni fa l’ecatombe nel deserto egiziano

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(ansa.it) EL ALAMEIN (EGITTO) – El Alamein fu una delle battaglie chiave della seconda Guerra Mondiale, di importanza strategica pari a quella di Stalingrado e a quella delle Midway, nel Pacifico, che salvò gli Stati Uniti dall’attacco della marina giapponese. El Alamein bloccò l’accesso al Canale di Suez e al Medio Oriente alle forze dell’Asse, l’Africa Korps guidato dalla "volpe del deserto" Rommell.

A El Alamein Roma e Berlino persero il dominio dell’Africa e il controllo del Mediterraneo. La battaglia, in questo senso, aprì le porte allo sbarco degli Alleati in Sicilia, che sarebbe avvenuto qualche mese dopo, a luglio del 1943. La battaglia fu combattuta nel 1942 sulla sponda mediterranea del deserto egiziano. In realtà si trattò di tre epiche quanto cruente battaglie, combattute tra giugno e novembre 1942. Furono contese aspramente ogni duna, ogni metro di sabbia, ogni altura di dieci o più metri, fra cui la mitica Quota 33.

Gli italiani e i tedeschi, che combattevano fianco a fianco, alla fine capitolarono, schiacciati dalla superiorità tecnologica e travolti dalla difficoltà di assicurare rifornimenti alle truppe. Ma furono sconfitti con onore, combatterono con onore. Lo ricorda una lapide posta all’ingresso del Sacrario italiano. Dice: "Mancò la fortuna non il valore". Il valore fu riconosciuto anche dagli avversari vittoriosi, l’VIII Armata britannica guidata dal generale Montgomery. Da molti anni, le potenze che allora si combatterono convivono pacificamente nell’Unione Europea e nelle grandi organizzazioni internazionali e celebrano ogni anno con una cerimonia solenne l’ecatombe di quei mesi per rendere a quelle vittime un omaggio in cui da tempo non c’é più alcun riflesso di nazionalismo. Ormai questi morti sono davvero tutti uguali, vengono accomunati nel rimpianto e nei sentimenti di condanna degli orrori della guerra.

Quest’anno la celebrazione è stata affidata all’Italia, e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha perciò deciso di presenziare, come fece il suo predecessore al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi nel 2002 per il 60/o anniversario. Napolitano è accompagnato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Nel Sacrario sono custoditi i resti di 4.643 caduti italiani (di cui 2.196 ignoti). I corpi di altri 38 mila italiani risultano dispersi, come ricorda una lapide all’ingresso, mai restituiti dal deserto e dal mare. Sono stati 35 mila i caduti britannici, 22 mila i tedeschi, 16.500 i americani. Alcuni di loro sono sepolti nel vicino Sacrario tedesco e nel cimitero militare inglese. Ogni anno migliaia di reduci e di familiari dei caduti vengono dall’Italia in questo sperduto lembo di deserto, a cento chilometri da Alessandria, a rendere omaggio a questi morti. Vengono a esprimere un compianto che ormai esprime solo affetto e non risente delle convinzioni politiche di oggi e di allora.

 El Alamein racchiude anche la storia di un valoroso colonnello, Paolo Caccia Dominioni. In quelle battaglie era il comandante del 31/o battaglione guastatori del Genio. A guerra finita, per oltre dodici anni, impegnò tutto sé stesso nell’ardua, rischiosa e volontaria missione di recuperare le salme dei caduti, disperse nel deserto, fra montagne di sabbia e campi minati. Le mine gli provocarono varie ferite e causarono la morte di sei beduini suoi aiutanti. Caccia Dominioni, decorato nel 2002 con una medaglia d’oro al valor militare alla memoria, fu una straordinaria figura di architetto, ingegnere ed esploratore del deserto.

 I suoi progetti sono fra quelli esposti in questi giorni alla Biblioteca di Alessandria, in una mostra dedicata agli architetti e ingegneri italiani attivi in Egitto nel Novecento. Fu anche l’ideatore e il costruttore del Sacrario ottagonale eretto nel 1959, un luogo di straordinario impatto emotivo. Il presidente egiziano Mubarak, qualche mese fa, ha promesso di trasferire all’Italia in via permanente la proprietà del suolo su cui sorge il monumento.

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