PARMA, 8 SETTEMBRE 1943

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25 luglio: alla notizia delle dimissioni di Mussolini, annunciata dai microfoni dell’EIAR, i parmigiani si riversano in piazza manifestando il loro giubilo. Un corteo si reca alle carceri di San Francesco per chiedere la liberazione dei detenuti politici.

26 luglio: si forma un corteo che proveniente da via D’Azeglio diretto in piazza ma trova l’accesso bloccato dalla forza pubblica, direttosi verso via Garibaldi si incrocia con un secondo corteo qui viene improvvisato un comizio, ma la forza pubblica disperde l’assembramento lasciando alcuni feriti. I dimostranti si ricomposero in piazza ove l’avvocato Giuseppe Barbieri tentò di tenere un comizio ma viene arrestato. Mentre le sedi fasciste più importanti vengono presidiate dall’esercito quelle rionali, sguarnite, sono prese d’assalto e devastate dai dimostranti. Gli uffici pubblici sono invasi ritratti e busti del Duce sono distrutti. L’Oltretorrente viene presidiato costantemente da pattuglie dell’esercito. L’atmosfera in città è festosa. Nello studio dell’avvocato Paolo Venturini si riuniscono i membri del “Comitato d’azione antifascista” che chiedono un contatto con le autorità, fra i membri più attivi: Primo Savani (PCI), Giuseppe Micheli (DC), Ferdinando Bernini (PSI) e Aristide Foà (Pd’A). Il comitato assunse una veste semilegale, non essendo autorizzato alcun riconoscimento dei aprtiti politici da parte del governo Badoglio.

27 luglio: il comandante di presidio, colonnello Francesco Sebastiani, ordina il coprifuoco secondo le disposizioni impartite ai comandi dell’esercito. Il questore, dott. Spanò, ha un colloquio con Remo Polizzi che sarà liberato dopo due settimane assieme a Giuseppe Isola ed Enrico Montanini.

20 agosto: il PCI affida l’incarico del lavoro politico a livello della provincia a Remo Polizzi, suoi collaboratori sono Giordano Cavestro e Tonino Chiari. In questi giorni la discussione, all’interno del Comitato antifascista locale, della costituzione della Guardia Nazionale si interrompe bruscamente per l’avvicendamento del colonnello Sebastiani con il generale Giovanni Moramarco.
Sebastiani, oltre ad avere frequenti contatti con gli esponenti antifascisti, aveva nominato un suo rappresentante presso il comitato, l’iniziativa non fu di gradimento dei suoi superiori che lo esonerarono dal comando di presidio.

30 agosto: un manifestino del Comitato antifascista di Parma che, preso spunto dal tentativo insurrezionale fascista a Roma, invita i lavoratori “a rintuzzare ogni tentativo del genere, preparatevi a difendere la vostra libertà contro tutto e contro tutti”.

2 settembre: viene diramata ai comandi la memoria 44.OP in cui si allertano i comandi italiani senza parlare dell’imminente armistizio.

3 settembre: avviene la firma dell’armistizio a Cassibile

4 settembre: i tedeschi sono informati della firma dell’armistizio da un informatore che lavorava presso il Comando Generale dell’Aereonautica.

6 settembre: viene diramata la memoria 45 OP che non parla ancora di armistizio ma riporta la frase “ad atti di forza reagire con forza”.

8 settembre: alle 17,30 Eisenhover annuncia l’armistizio da Radio Algeri, alle 19,45 Badoglio legge per la prima volta il proclama alla radio che, registrato, verrà ripetuto più volte. Tra le 17 e le 18 Radio Londra diede notizia dell’armistizio ed i parmigiani si riversano per le strade. Alcuni oratori improvvisano discorsi: Giuseppe Isola, Lanfranco Fava, Luigi Porcari e Laura Polizzi parlano alla folla in piazza Garibaldi. Nel mentre un gruppo di cittadini con Virginio Barbieri si reca alle carceri per chiedere la liberazione dei prigionieri politici. Intanto il Comitato di azione antifascista si riunsce nello studio dell’avv. Foa in via Farini e qui venne stilato un volantino da Bruno Longhi il cui testo subirà alcune correzioni formali da Ferdinando Bernini. Verso mezzanotte Bernini e Foa si recano dal Comandante di presidio per avere notizie ed armi, il generale Moramarco li rassicura affermando che le truppe tedesche stanno abbandonando la città. Successivamente lo stesso Moramarco ordina ai comandanti di reparto di prendere misure di ordine pubblico, il colonnello Boldrini, comandante del 33° carristi propone di far uscire le truppe dalle caserme mettendole in assetto da combattimento. Moramarco interpella il Comando della difesa territoriale di Milano che invece ordina di limitarsi alle sole misure di ordine pubblico, Nel frattempo alla Scuola di Applicazione il col. Ricci impartisce l’ordine di preparare i centri di fuoco dotati di armi automatiche.

9 settembre: alle ore 1.00 scatta l’operazione Nordwind tesa a disarmare e catturare tutte le unità italiane. La prima operazione militare tedesca è quella operata dalle truppe del colonnello Hansen per assicurarsi il controllo del ponte di Casalmaggiore, successivamente, lo stesso reparto, inizia a procedere all’occupazione della Bassa Parmense. I reparti tedeschi, a differenza di quelli italiani, sono dotati di buona mobilità accompagnata dalla massima potenza di fuoco ottenibile.

Per la conquista di Parma era stata approntata una colonna costituita da:
1° battaglione del 1° Reggimento Granatieri corazzati SS rinforzato da diversi plotoni delle compagnie reggimentali: 800 uomini.
1° Gruppo del 1° Reggimento Corazzato SS con 3 battaglioni: 450 uomini.
1ª Compagnia del Battaglione trasmissioni: 150 uomini
1° Plotone del Battaglione anticarro equipaggiato con 2-3 Marder III da 75 mm.

Il colonnello Frey si presenta al comando di Presidio intimando al resa al generale Moramarco con  la minaccia di bombardare la città, il comandante di Presidio accetta la proposta del tedesco chiamando i comandanti del 33° e del 19° e comunicando loro le modalità della resa, agli altri reparti le modalità di resa sono comunicate dall’aiutante maggiore capitano Augusto Tonelli. Il comandante tedesco abbandona il presidio e si recò al suo posto di comando alla testata del ponte Umberto dal lato di viale Basetti.

Dopo l’allontanamento del comandante tedesco il comandante di presidio si pone in contatto con il comando di zona di Piacenza, comandato dal generale Assanti, che ordina di resistere con tutti i mezzi a disposizione. Vengono prese, tardivamente, tutte le misure di mobilitazione necessarie alla difesa della città.

I tedeschi, per prevenire le mosse della guarnigione avevano bloccato i ponti e dislocato i propri reparti in posizione davanti alle caserme ed avevano richiamato una batteria d’artiglieria in piazza Garibaldi.

Disponibili per le prime operazioni erano 500 uomini del 1° Reggimento Granatieri Corazzati con altri 1000 uomini di riserva nella zona via Spezia – Scarzara o presso il comando di Frey a Ponte Umberto.

Le ostilità iniziano alla sede centrale delle Poste dove 9 soldati agli ordini del sergente maggiore Ferdinando Scotti resistono alle intimazioni del plotone tedesco, richiesti rinforzi al proprio reparto che giungono al comando del tenente Cesare Ardrizzoia; questi ha radunato la forza in caserma cuochi, attendenti, scritturali e con lo scarso armamento disponibile (36 colpi e 2 bombe a mano per ogni uomo) si appresta a resistere. Alla centrale della TIMO vengono mandati di rincalzo 50 uomini della caserma della Pilotta.

La notte dell’8 settembre 1943 il servizio in Corpo di Guardia del Comune era svolto, come al solito, da un brigadiere e tre vigili allorché si presenta un drappello di soldati tedeschi che, al comando di un ufficiale, prendono possesso del Corpo di Guardia e, dopo un attento controllo, occupano tutto il Comune. Dal Corpo di Guardia trasformato in avamposto delle truppe d’occupazione, i tedeschi intimano la resa al Presidio Militare, alloggiato nel Palazzo del Governatore, dando il termine perentorio di venti minuti per cedere le armi.

Nel frattempo fatti affluire rinforzi e circondate caserme e posti di polizia i tedeschi piazzano tre cannoni, uno all’imbocco di via Farini, uno nell’attuale via Repubblica ed un terzo in via Mazzini. Trascorso il breve periodo di tregua vennero sparate due cannonate contro il Palazzo del Governatore mentre gli uomini del Presidio non possono che rispondere a fucilate costringendo il Presidio alla resa. Nel combattimento perderà la vita il sergente Tragni.

Un plotone tedesco, con l’appoggio di un semicingolato, attacca il Distretto Militare, la forza impossibilitata a resistere – sono armati con moschetti mod. 91 arrugginiti che si inceppano uno dopo l’altro – fugge dal vicino convento e così si mettono in salvo anche i militari del magazzino militare, i tedeschi riusciranno a catturare solo una qualche decina di uomini. Alla caserma del Castelletto, comandata dal capitano Modesti, l’inesperienza e la titubanza dell’ufficiale permette ai tedeschi di completare l’accerchiamento e costringere alla resa l’intero reparto.

Un plotone di tedeschi, rinforzato da due semicingolati si ripresenta alle poste e tenta di scardinare la serranda di accesso. Immediatamente la reazione italiana, con le bombe a mano viene distrutta la camionetta ed un semicingolato prende fuoco, i tedeschi si disperdono mettendosi al riparo, Anche l’intervento di un mezzo corazzato non riesce ad avere ragione della resistenza italiana. Le poste cadranno in mano tedesca solamente con la resa della città. Alle tre e mezza mentre la situazione in Pilotta sta precipitando il comandante, col. Rocco, chiede l’intervento dei reparti di Fidenza per una operazione di OP (ordine pubblico). Il reparto di Langhirano, che avrebbe dovuto funzionare da rincalzo, non riesce ad essere raggiunto dal portaordini che è bloccato nella  caserma ormai circondata dai tedeschi. Dei militari presenti in Pilotta solo 200 sono armati con moschetti e tre bombe, il tenente colonnello Musa fa approntare le 8 camionette per tentare una sortita ma i tedeschi riescono ad irrompere nella caserma e disarmano ufficiali e soldati alle 5,30 la caserma è in mano tedesca. Nel frattempo alcuni soldati riescono a fuggire calandosi dalle finestre verso viale Toschi e verso il Teatro Reinach.

Subito dopo, con tempestività, le truppe germaniche disarmano i carabinieri della caserma di via Garibaldi catturando una quarantina di carabinieri; alle quattro si sono impadroniti della Cittadella forzando l’accesso con un mezzo corazzato. Intanto il generale Moramarco, dal suo ufficio di Presidio, non ancora occupato cerca di coordinare la resistenza delle truppe  riuscendo a collegarsi con il generale Ruggero a Milano che conferma le disposizioni di Assanti; Ruggero che aveva ricevuto la memoria OP44 e la OP45 avrebbe dovuto allertare per tempo i comandi territoriali per porli in grado di resistere.

La caserma di borgo Pipa è in stato di allarme, il maggiore Mori ha fatto disporre uomini armati sui tetti pronti a far fuoco, all’alba la caserma si arrenderà su ordine di Moramarco. I soldati fuggono nel convento di San Giovanni dove dalle finestre vicine vengono buttati abiti civili per permettere loro di travestirsi e sfuggire alla cattura; i tedeschi catturano tre-quattrocento uomini, durante il percorso di trasferimento in Cittadella numerosi soldati riescono a rifugiarsi nelle case ove vengono riforniti di abiti civili da persone che non hanno mai visto e posti in salvo.

Alle tre era iniziata l’operazione contro la Scuola di Applicazione dapprima dall’ingresso principale e, successivamente, dal lato di viale Piacenza. I centri di fuoco predisposti reagiscono violentemente tanto che i tedeschi chiederanno uomini di rinforzo appoggiati da un semovente ed un carro armato. Gli uomini si asserragliano all’interno del palazzo ove la resistenza dura fino alle sette quando il colonnello Ricci dà l’ordine di deporre le armi. Al termine della battaglia i morti italiani sono il capitano Franco Racchi ed il sottotenente Giuseppe Modugno ed i soldati  Taglierini Dante e Maffei Antonio, anche il sergente Tragni morto nell’attacco al Presidio era in forza alla scuola di applicazione.

Le uniche forze ancora in campo sono costituite dalla colonna del 433° Battaglione complementi carri M costituito da volontari al diretto comando del maggiore Venceslao Rossi. Forti di un carro armato M15 e 7 semoventi da 75/18 armati con soli 5 colpi, cioè la dotazione da esercitazione, in appoggio alla colonna è aggregata la compagnia cannoni con 12 pezzi da 20 mm. montati su autocarri SPA “Dovunque”, la compagnia carri è al comando del tenente Giuseppe Riservato e la compagnia cannoni al comando del cap. Pinotto Marogna.

Alle 5,30 la colonna parte da Fidenza con velocità di 25 km orari con l’obiettivo di raggiungere il ponte Caprazucca. L’ordine è di reagire al fuoco di qualunque provenienza. A Pontetaro è scomparso il posto di blocco della territoriale, poco dopo alcuni motociclisti tedeschi intercettano la colonna, la superano e ripassano in direzione di Parma. A Barriera D’Azeglio la colonna svolta per viale dei Mille, giunta a Barriera Bixio è fermata da una colonna di camion tedeschi che sfilano in modo da guadagnare tempo per la messa in batteria dei cannoni anticarro. I tedeschi sono pronti per l’imboscata agli italiani. Un plotone munito di mitragliatrice è sistemato dietro un muretto fra viale dei mille e via Volturno, un secondo plotone munito di cannone anticarro è posizionato tra via Villetta e via Solari mentre un terzo gruppo con un cannone anticarro è posizionato di fianco a Ponte Umberto. I carri sfilano a Barriera Bixio diretti per viale Caprera in formazione da esercitazione. I due ufficiali in motocicletta hanno visto i cannoni, Cornini si dirige verso via Solari, ma deve tornare indietro perché è preso di mira dai tedeschi, Riservato prosegue la perlustrazione verso Ponte Italia ma qui è catturato dai tedeschi. Alle 6,30 il primo colpo di cannone centra il quarto semovente della colonna che si incendia, dell’equipaggio il sergente Jovino si lancia fuori dal mezzo ma è falciato da una raffica di mitragliatrice, il carrista Strapponi riesce ad uscire ma, ridotto ad una torcia umana, morrà di fianco al carro. Il capocarro, Grassi, esce dal carro ma si accascia ferito poco distante, sarà soccorso da alcuni civili. Un carro si avventa, le testimonianze sono controverse se è quello del s.ten. Semproni o del s.ten. Valente, contro l’anticarro spingendolo giù dalla scarpata. Il semovente comandato da Valente viene colpito al cingolo destro, e precipita nel torrente. Giavazzoli muore sul colpo, Semprini sviene e quando si riprende riuscirà a nascondersi fino a sera e, camminando lungo il greto, con il favore delle tenebre troverà asilo dalle suore delle “Piccole Figlie”; il terzo componente dell’equipaggio, del quale non si hanno  notizie certe della sorte potrebbe essere identificato con l’uomo che da sotto il ponte – durante il combattimento – chiama: “mamma”. I carri che attraversano indenni ponte Umberto e ad imboccare lo Stradone sono tre, quello del s.ten. Semprini, quello del s.ten. Bagnoli e quello del serg. Magg. Cavirani: Il primo si arresterà all’altezza di via Passo Buole, il secondo all’altezza di via Vitali ed il terzo poco prima di Barriera Farini, i tre capicarro, dopo che Bagnoli ha centrato un anticarro tedesco, decidono di raggiungere la  caserma l Castelletto. Semprini verrà catturato col suo carro e portato in Cittadella, gli altri due sono centrati dagli anticarro tedeschi e gli equipaggi catturati dai tedeschi. Intanto a Barriera Bixio il maggiore Rossi è rimasto con tre carri superstiti che dispone in modo da poter battere via Spezia, via Solari e via Caprera, i cannoni da 20 mm. vengono posti in batteria attorno ai cancelli della barriera, nel frattempo i tedeschi hanno recuperato il pezzo anticarro dalla scarpata cui si sono affiancati i due semoventi gia in azione nella zona dello Stradone. Il tenente Cornini cerca di raggiungere il comando della Pilotta ma è ferito dai tedeschi. Intanto il maggiore Rossi ha ricevuto l’ordine di resistere, con un messaggio scritto di Boldrini, la situazione per gli italiani è piuttosto critica:n il semovente posto all’inizio di via Caprera è messo fuori uso, una cannonata – proveniente da via Solari – mette fuori combattimento un secondo carro piazzato di fianco alla Barriera, gli italiani continuano a sparare con i cannoni da 20 mm esposti al fuoco tedesco – i cannoni non sono scudati – e colpiscono il Marder immobilizzandolo. Nel corso dello scontro cade il s.ten. Villari ufficiale allievo della Scuola d’Applicazione che –impossibilitato a raggiungere la scuola – si è aggregato alla colonna dei carristi, viene mortalmente ferito il s.ten. Manazza della compagnia cannoni.. Alle 7,30 salta l’autocarro delle munizioni, alle 8 cessa lo scontro. L’ultima azione di disarmo operata dai tedeschi è quella contro l’aeroporto che poco dopo le otto viene sorpreso da due camionette della Wehrmacht ed il col. Sisti dà l’ordine della resa. Un centinaio di avieri si sono dati alla fuga, gli altri vengono condotti in Cittadella. L’episodio è ricordato da Mons. Loris Capovilla, allora tenente cappellano dell’aereoporto: “Ancora mi punge il ricordo dell’umiliazione dei nostri ufficiali, sottufficiali e avieri inquadrati in divisa, senza armi, in cammino verso la cittadella. Ma quante porte, specialmente in strada Massimo D’Azeglio, si aprirono ed inghiottirono numerosi ragazzi. Nelle case dei parmigiani, dal cuore grande come il mare, vennero rivestiti alla bell’e meglio da borghesi e salvati dall’internamento”.

(Tratto da: Mario Zannoni, Parma 1943, 8 settembre, Parma, PPS editrice, 1997)

ADE SpA – CIMITERI DI PARMA – Luoghi della Memoria. 175

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