Vegetariani, vegani, carnisti di ritorno

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Libro di Hal Herzog

di Annamaria Manzoni

Ovunque si assiste al fenomeno dei carnisti di ritorno, svariati i motivi, e certi media lavorano contro i veg 

‘Amati, odiati, mangiati‘ libro di libro Hal Herzog , uscito in Italia nel 2012, riecheggia fortemente nel titolo il contemporaneo ‘Perché amiamo i cani, indossiamo le mucche, mangiamo i maiali‘ di Melanie Joy. E in effetti analoghe sono le domande che entrambi gli autori si pongono, alla ricerca del  bandolo della matassa intricata dei nostri comportamenti scombinati, schizofrenici, dissociati che ci portano a trattare come un principino il nostro cane e a lasciare con indolente indifferenza che il maiale venga scannato nel più turpe dei modi. Pur compiendo un percorso investigativo nella psiche umana per certi versi coincidente, i due autori, entrambi per l’appunto studiosi di psicologia,  pervengono a conclusioni fortemente divergenti, lei ad abbracciare uno stile di vita vegano, lui a santificare quella virtù che per definizione sta nel mezzo e quindi a perorare il  consumo di ogni prodotto di origine animale, però in modo moderato, senza esagerare.

Lasciando per il momento ad altri contesti una disamina completa delle argomentazioni, in questa sede è utile entrare nel merito di una ricerca di cui il suddetto Herzog parla diffusamente nel suo libro, ricerca che lui usa senza sconti a sostegno delle sue tesi per cui è bene mangiare carne senza eccedere: si tratta del fenomeno degli onnivori di ritorno, di coloro cioè che, dopo avere per un periodo di tempo variabile praticato una dieta vegetariana  o vegana, ritornano baldanzosamente al loro precedente carnismo: è utile farlo anche perché l’argomento è a quanto pare di attualità,  affrontato e amplificato  nel numero di aprile 2016 della rivista di psicologia e neuroscienze ‘Mente  e Cervello‘, il chè testimonia di  un fenomeno in atto, o forse due: l’uno riferito ad una dinamica che induce vegetariani e vegani a ritornare sui propri passi alimentari –«Hanno visto la luce e ricadono nel peccato», nelle sarcastiche parole di Herzog- e un’altra che induce ad usare mediaticamente il fenomeno per una denigrazione, variegatamente dissimulata, del multicolore universo animalista, polarizzato sulle proprie tesi ‘con fervore religioso’. 

Herzog, esperto di zooantropologia, vale a dire della relazione uomo-animali, si concentra sulla negoziazione personale dei dilemmi etici nell’ambito di tale relazione, sulla base dei suoi studi e delle sue ricerche in terra americana.  La situazione di riferimento è quella  di una Nazione, gli Stati Uniti, in cui si mangiano ogni anno circa 10 miliardi di animali per un totale approssimativo di  33 miliardi di kg, non esattamente un’inezia né un problema da sottostimare. E non può stupire che almeno una parte dell’esercito delle persone che se ne nutre, si trovi a fare i conti con diffusi sensi di colpa connessi al consumo per lo meno di qualche specie animale, diversa a seconda della cultura. Né è di poco conto il fatto, comprovato da ricerche scandinave oltre che dall’esperienza diffusa, che più un taglio di carne è rosso e sanguinolento più avversione induce, soprattutto all’interno del genere femminile, avversione tre volte più comune di quella alle verdure e sei volte più comune di quella ai frutti: insomma, più le carni sono naturali e meno piacciono alla vista, e bisogna dissimularne l’origine, in direzione diametralmente opposta alla ricerca di naturalezza che sempre di più investe le nostre preferenze alimentari generali, all’insegna dell’eco e del bio, qualunque cosa intendano e sottendano esattamente questi prefissi. Il consumo di carne sempre meno è considerato frutto di una preferenza neutra, ma è, invece, sottoposto ad un processo di moralizzazione, vale a ad un giudizio etico: per motivi salutisti ed ambientali, perché comporta sofferenza per gli animali, perché il lavoro sporco degli addetti ad allevamento e macellazione è terribile. Nonostante tutto questo, e la presunta ondata di vegetarianesimo che sembra spazzare l’America, i consumatori, ancorchè occasionali, di carne oscillano, in quel Paese, tra il 97 e il 99%. E non è raro il fenomeno di chi si riconosce nella categoria veg (complesso di  vegetariani e  vegani, vegetarismo e veganesimo,  è inevitabile in quanto nello scritto di Herzog le due categorie vengono spesso unificate) pur mangiando magari solo ogni tanto qualche animale:  ma pazienza, in fondo un cattolico integerrimo che cade nel peccato non cessa di considerarsi tale. E se è vero che, a quanto Herzog sostiene,  circa la metà dei veg sentirebbe desiderio di carne e manterrebbe le proprie scelte con grande sacrificio, il richiamo alla religione è ancora esplicativo: che fatica non cadere nel peccato! Su questa realtà si inserisce il dato sconcertante che riguarda il fenomeno del carnismo di ritorno: un numero di persone triplo rispetto a quello degli attuali vegetariani  lo è stato nel passato, ma poi è tornato alle antiche abitudini, talvolta  rendendole un po’ più soft, ma talaltra avventandosi sulle carni in una sorta di crisi da decompressione e mettendo in atto una logica tanto stringente quanto discutibile: «Pensavo che sarebbe stato ipocrita mangiare solo pollo o pesce, così passai da niente carne a tutta la carne»: davvero un bel modo per essere in pace con la propria coscienza. Se i dati sono questi, visto che non esistono motivi per metterli in discussione, molto meno incontrovertibili sono le spiegazioni che Herzog dà al fenomeno. Per esempio quando afferma che «il desiderio di mangiarli è la più naturale delle interazioni umane»: in questo modo con un’asserzione tanto lapidaria dà la soluzione al problema, vale a dire che mangiare carne sarebbe del tutto naturale; e di conseguenza sarebbe un movimento contro natura quello di chi ha deciso di non farlo. Non sembra accorgersi  di quanto queste tesi siano antagoniste rispetto ad altre sue affermazioni riferite a  disgusto, avversione, sensi di colpa, connessi al consumo di carne. Non si può, per altro, prescindere dal fatto che la visuale da cui osserva il fenomeno, oggetto dei suoi studi e delle sue ricerche, non è certo equidistante nè asettica. Di sé stesso racconta, infatti, che nella vita non si è fatto mancare nulla, mangiando, qua e là per il mondo,  cervello di pecora, intestini di maiale e culatta di orso nero; che a 36 anni gli capitò di menare fendenti sul corpo ancora caldo di un manzo da 600 kg; che non si è neppure astenuto dall’aiutare un amico cacciatore a spellare i procioni, che questi amava esporre nella sua casa di campagna: insomma un amante degli animali davvero sui generis, che, però, si vanta oggi, sì di mangiare  carne, ma non, bontà sua, di vitello, in quanto, combattuto sui limiti dei nostri obblighi etici nei confronti degli animali, vive in un universo morale complesso, in cui si muove con scelte a suo dire sfumate Per altro, la sua descrizione di pasti con amici tutto può essere considerata tranne che neutrale, visto che parla di lussuria della carne, di piacere  trascendente nel consumarla, di cene a base di bistecche oscenamente costose, di purezza platonica nella pancia di maiale. Non si può non  sentirsi irritati da posizioni di questo genere all’interno di un discorso che fa riferimento all’etica. Ma l’irritazione è reazione emotiva che nulla toglie ai numeri, quelli appunto degli onnivori di ritorno: il problema resta e da lui in fondo arrivano ben poche illuminazioni al proposito, se non quelle che fanno sarcastico riferimento a cadute di volontà di vegetariani in crisi di astinenza, personaggetti da quattro soldi che depongono le armi e perdono la battaglia alimentare allo  sfrigolio delle ali di pollo fritte in olio e lamponi. E che, una volta abbandonata la lotta, si gettano senza renitenza su fegatini  a partire dalla prima colazione , passando poi per i pasti successivi: e per fortuna la notte dormono. 

Fonte Link lindro.it 

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