ANATOCISMO E USURA

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Cercheremo in estrema sintesi di affrontare il tema attuale dei rapporti tra imprese, consumatori e istituti di credito che tanta parte hanno nei discorsi politici e sociali di questo momento. I due temi principali riguardano i rapporti di conto corrente e i rapporti di mutuo.
Si tratta di due temi ben distinti con presupposti normativi diversi e con effetti ovviamente ben distinti.
La questione inerente i conti correnti riguarda la “capitalizzazione trimestrale degli interessi” che ha per effetto l’anatocismo e cioè il calcolo di interessi su interessi, operazione vietata dal nostro ordinamento: art. 1283 C.C..
Il problema inerente i mutui origina invece da una norma molto più recente la legge 07.03.1996 n. 108, detta anche legge anti usura.
Precisato che i due temi sono quelli più attuali ma non gli unici che concernono i rapporti con gli istituti di credito a seguito di una innovazione o quanto meno di un’afflato innovativo indotto nel nostro sistema legislativo dalle direttive europee e da una maggiore sensibilizzazione dei fruitori del sistema creditizio.

Alcune notazioni circa l’attuale situazione in tema di anatocismo e in tema di ripetizione di interessi anatocistici e di interessi ritenuti usurari.

Questione degli interessi anatocistici.
Presupposti: l’articolo 1283 C.C. recita: “in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.
Mentre l’interpretazione giurisprudenziale aveva ritenuto, fino agli inizi del 1999, che la prassi bancaria di capitalizzazione degli interessi, cioè addizionare gli interessi maturati nel corso del rapporto al capitale ovvero alla somma utilizzata dal cliente in quel periodo, calcolando poi sul risultato dell’addizione gli interessi per il successivo periodo e così di volta in volta ogni tre mesi, una prassi normativa, con diverse sentenze della Corte di Cassazione del 1999 è stato dichiarato uso contrattuale e come tale in contrasto con la norma imperativa contenuta nell’articolo 1283 c.c..
In pratica l’attuale giurisprudenza ha dichiarato nulle le clausole che prevedono la capitalizzazione trimestrale degli interessi contenute in tutti i contratti di apertura di credito in conto corrente fino ad allora e cioè fino al 30 marzo 1999 data di pubblicazione della prima sentenza della Cassazione al riguardo. Più in generale la cassazione ha dichiarato nulle tutte le clausole che prevedono il calcolo di interessi su interessi precedentemente maturati, indipendentemente dal fatto che il calcolo riguardi capitalizzazioni trimestrali o capitalizzazioni per periodi più lunghi.

Il divieto contenuto nell’articolo 1283 C.C. infatti è generale nel vietare che gli interessi scaduti producano ulteriori interessi salvo l’intervento di una domanda giudiziale oppure l’intervento di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi che chiameremo originari e semplici convenuti.
Effetti: il venir meno delle clausole anatocistiche comporta la necessità di “cancellare” dai contratti che le prevedevano, la clausola stessa, con effetto retroattivo in quanto, secondo il principio
generale: quanto era nullo fin dall’origine non può produrre alcun effetto. Nel medesimo tempo tutti i conti correnti e comunque tutti i rapporti che prevedevano la capitalizzazione per periodi trimestrali o più lunghi, degli interessi, vanno rivisti con il ricalcolo degli interessi stessi ovvero con la purgazione da tutti gli interessi calcolati sugli interessi e di quelle competenze che hanno subito aumento a seguito delle capitalizzazioni. Per dare criteri pratici in relazione ai conti correnti preciso:
1.somma di riferimento per il calcolo degli interessi. Gli importi sui quali gli interessi devono calcolarsi sono unicamente quelli effettivamente finanziati cioè quelli che il cliente della banca in ragione dell’apertura di credito ha concretamente utilizzato. Trattandosi di conto corrente cioè di operazioni di dare e avere si dovrà avere riguardo unicamente al capitale prelevato e al capitale reimmesso, senza che in queste partite vengano inclusi interessi di alcun tipo; anche le cosiddette competenze, che concorrono a costituire il costo effettivo del danaro indipendentemente dagli interessi che ne sono una componente, non possono far parte della base di calcolo degli interessi convenuti originariamente
2.calcolo degli interessi. L’interesse da applicare al capitale ricavato secondo quanto indicato al punto 1, è quello convenuto nei contratti o indicato, dopo il luglio del 1992, sugli estratti conto o nei cartelli appesi alle porte delle banche. I contratti indicano infatti il tasso che deve essere calcolato su base annua o per periodi anche inferiori all’anno ma non ai sei mesi.
3.calcolo. L’interesse convenuto in forma semplice e mai composta, deve essere calcolato sul capitale come indicato al punto 1. In pratica per ogni periodo di utilizzazione del credito e in ragione dell’ammontare dello stesso si deve calcolare l’interesse semplice. Il prodotto dell’operazione non deve mai essere portato a capitalizzazione e cioè non deve mai entrare a far parte della somma che compone il capitale, come indicato al punto 1. Per creare un’immagine, ipotizziamo due colonne distinte, nella prima colonna mettiamo il capitale utilizzato per certi periodi e che varia secondo quei periodi in ragione dei prelevamenti e dei versamenti, nella seconda colonna invece poniamo gli interessi che ogni anno calcoliamo in ragione del tasso convenuto contrattualmente. Alla fine di ogni anno avremo il risultato degli interessi calcolati in ragione dei giorni di utilizzazione del capitale. Gli interessi li mantengo sempre sulla seconda colonna senza che vadano mai ad integrare la prima colonna. Nel secondo anno si deve prendere come riferimento sempre il risultato del capitale della prima colonna, cioè quanto in utilizzo secondo i prelevamenti ed i versamenti ed, in ragione dei giorni, calcolo l’interesse semplice annuale. Così procedo per tutto il periodo che interessa (vedremo poi di circostanziare detto periodo). Alla fine del periodo che interessa, andranno verificati i due fattori che risultano sulle due colonne. È tuttavia assai prevedibile che nel corso degli anni il conto corrente che presentava un saldo passivo finale nel 1999, in ragione della espunzione degli interessi anatocistici, in base ai calcoli sopraddetti, si venga a trovare in attivo.
4.i tempi di riferimento e di azione. Le situazioni andrebbero esaminate caso per caso. Come criterio generale diremo che i tempi per l’azione di ripetizione hanno un periodo decennale. Si dovrebbe distinguere tra situazioni ancora in corso e contratti ormai terminati. Altre distinzioni andrebbero fatte in relazione ad eventuali situazioni consolidate
a seguito di azioni giudiziarie e, anche qui, si dovrebbe poi fare un’ulteriore distinzione in relazione al tipo di azione giudiziaria intervenuta. Teniamo come base, visto il tempo concesso, soltanto il termine decennale. Se il rapporto è tuttora in essere il ricalcolo degli interessi andrà fatto da dieci anni fa: ponendo come riferimento la data odierna quindi, dal 4 dicembre 1990 fino al 4 agosto 1999. La data del 4 agosto 1999 assume particolare rilevanza in quanto è a tale data che gli interessi capitalizzati trimestralmente sono stati introdotti nel nostro ordinamento con il D. LGS. 342/1999. Quindi dall’introduzione di questa nuova norma, a parità di trattamento e cioè sempre che anche gli interessi attivi vengano capitalizzati, è legittima la capitalizzazione trimestrale mentre è nulla, anche per intervento della Corte Costituzionale in data 17.10.2000, qualsiasi capitalizzazione precedente. Il calcolo degli interessi, tra l’altro, nel corso dei dieci anni precedenti, comprendendo il periodo considerato anche lassi di tempo anteriori al luglio 1992, data di entrata in vigore della legge 154 del 1992, deve tener conto della nullità dei tassi d’interesse variati in ragione dell’uso su piazza, da parte degli istituti di credito. In caso di variazione dei tassi in quei periodi il ricalcolo degli interessi semplici andrà fatto con l’applicazione non dell’interesse convenzionale originario ma, limitatamente a quel periodo, che nella nostra ipotesi inizia il 4 dicembre 1990 e termina il 1 luglio del 1992, con gli interessi legali.

I mutui.
Presupposto: la legge 108 del 1996 ha modificato l’articolo 644 del Codice Penale e l’articolo 1815 del codice civile. L’attuale articolo 644 del codice penale, precisa che si consuma il reato di usura col farsi dare o promettere, quale corrispettivo di danaro o altra utilità, interessi usurari. La legge 108/96 all’articolo 2 precisa che sono interessi usurari quelli pari al tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, relativamente a determinate categorie di credito, aumentati della metà. Recenti interventi giurisprudenziali hanno applicato il principio anche ai mutui che seppure stipulati prima della legge 108/96, hanno prodotto effetti successivamente alla pubblicazione dei tassi medi. Il tasso medio aumentato della metà costituisce insomma una soglia invalicabile sia che si chiedano interessi superiori in ragione di un rapporto sorto successivamente alla legge 108/96 sia che ci si faccia dare o promettere interessi superiori a quella soglia, in base ad un rapporto sorto prima della legge 108/96. La pattuizione di interessi divenuti usurari, seppure in forza di accordi conclusi in un periodo antecedente alla legge anti usura, diventa nulla per effetto del principio introdotto con valore generale ed assoluto nel nostro ordinamento con la suddetta legge. Il punto focale è se il creditore mutuante si è fatto dare o promettere interessi usurari dopo la pubblicazione dei tassi soglia: 1.01.1997. Nella eventualità vengano richiesti interessi usurari, la legge 108/96, modificando l’articolo 1815 C.C. ha disposto che la clausola usuraria è nulla e “non sono dovuti interessi”. Per la verifica del tasso di interesse applicato ai fini del raffronto col tasso soglia si deve tener conto del tasso annuo effettivo globale e cioè di tutti gli oneri e costi del rapporto di mutuo che il creditore mutuante ha applicato.

Effetti: come si è detto si dovranno di fatto considerare le effettive richieste da parte dei mutuanti ed il tasso effettivamente applicato dopo l’1.01.1997. Se in certi periodi successivi l’1.01.1997, il mutuante ha chiesto interessi che superano i tassi soglia per i mutui, per quello stesso periodo non sarà dovuto nessun interesse. Precisiamo che il tasso soglia varia ogni tre mesi dall’1.01.1997 ad oggi (le prime soglie fissate sono le seguenti: 15,42; 15,90; 15,43; 14,09; 14,22; 12,44; 11,76; 9,00; nel 1999 le soglie trimestrali sono 8,70; 7,64; 7,36; 7,35; i riferimenti non tengono conto dei coefficenti del massimo scoperto, che non rientrano nel calcolo del TAEG). Orbene chi ha pagato rate di mutuo successive all’1.01.1997, che comprendono interessi superiori alle soglie indicate, può
chiedere la integrale restituzione di tutti gli interessi corrisposti (tutti e quindi pretendere che la banca trattenga unicamente la parte della rata costituente il capitale), chi inoltre riceve pretese di pagamento di rate che includono interessi superiori alla soglia può rifiutarsi di pagare l’intero importo d’interessi compreso nella rata. Chi, ancora, subisce azioni in ragione di interessi calcolati successivamente all’1.01.1997 superiori alle soglie, può opporsi a quelle azioni e pretendere l’applicazione dei criteri di cui sopra e cioè la purgazione di qualsiasi interesse.
Ci auguriamo di essere stati sufficientemente chiari per dare idonee informazioni sui principali temi di discussione in materia di rapporti bancari, senza pretendere di essere stati completi.
Cordiali saluti.
avv. Fabrizio Pelizzoni

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