Internet, vietato vietare l’accesso. Per l’Onu ‘la Rete è un diritto umano’

di Guido Scorza* 

“Gli stessi diritti che le persone hanno offline, devono loro essere riconosciuti anche online”. Si apre così la risoluzione approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 30 giugno intitolata “Promozione, protezione e godimento dei diritti umani online”. La natura globale ed aperta di Internet deve essere riconosciuta “come forza trainante per uno sviluppo sostenibile” sociale, culturale, economico e politico della comunità internazionale. La libertà di informazione, anche attraverso la Rete, deve essere promossa e protetta come diritto fondamentale dell’uomo e deve essere respinta e censurata ogni iniziativa governativa volta a censurare o limitare l’accesso a Internet.

Sono queste le risposte forti, corali e condivise (la risoluzione è stata fortemente voluta da oltre ottanta governi, ndr) dell’Onu alle tante, anche recenti, iniziative di altrettanti governi, in giro per il mondo, volte a spegnere Internet per soffocare la circolazione di idee, opinioni o contenuti.

L’ultima, in ordine di tempo, la decisione del governo di Algeri di impedire a quasi 20 milioni di persone di utilizzare i social network per un’intera settimana nel tentativo di evitare che la rete fosse usata per falsare i risultati degli esami di maturità, lasciando circolare tracce, domande e risposte vere o presunte. Ed è secca ed inequivocabile la posizione delle Nazioni Unite: non è questa la strada, non può esserlo, non deve esserlo.

“Cara Francesca, mi sento umiliato fino al midollo”: le lettere di Enzo Tortora dal carcere

Nei sette mesi in cella dal giugno 1983 al 17 gennaio 1984, quando andò ai domiciliari, il presentatore scrisse numerose missive alla compagna Francesca Scopelliti. Pubblicate per la prima volta in un libro arriva in edicola venerdì. Accusato di appartenere alla nuova camorra di Cutolo, la sua vicenda è stata il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra

ROMA – “È stato atroce, Francesca. Uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché. Trovo solo un muro di follia”. Roma, carcere di Regina Coeli, 23 giugno 1983: Enzo Tortora, 54 anni, il famosissimo conduttore di Portobello, spedisce incredulo la sua prima lettera alla compagna Francesca Scopelliti. È finito in una retata di 856 persone, i magistrati di Napoli lo accusano di trafficare droga per la camorra: il più clamoroso errore giudiziario del Dopoguerra. Scrive: “Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. È come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove”. Tra quei giorni di giugno 1983 e il 17 gennaio 1984, quando sarà posto agli arresti domiciliari, Tortora invia 45 missive a Scopelliti. Ora sono un libro: ‘Lettere a Francesca’ (Pacini editore).

PIGIATI IN SETTE IN POCHI METRI
“Mio caro amore, ci pigiano, in sette, in pochi metri. Come puoi immaginare non è esattamente il Circolo del Golf. Martedì o giovedì avrò, a quel che si dice, un confronto con un criminale o due che non ho mai visto, e poi non so. Quello che so è che la lotta fra me, innocente, e l’accusa, ormai impegnatissima a dover dimostrare il contrario (un altro aspetto di questa farsa italiana) continuerà a lungo”. ( 2 luglio 1983)

NON HANNO NIENTE

Dopo il proscioglimento in Corte di Appello, perché non si procede ancora al dovuto dissequestro del socialblog luigiboschi.it?

cervello in gabbia

DA 189 giorni (29 settembre 2015 al  05 Aprile 2016) questo socialbog è sotto sequestro senza soluzione di continuità, su ordinanza del Tribunale di Parma, per un articolo (oscurato non più visibile) di denuncia sul console onorario Cileno di Modena.
Siamo in attesa del dissequestro a seguito della sentenza di proscioglimento dal reato della Corte di Appello di Bologna.
Chi pagherà ora per il danno esistenziale subìto? Mi tolgono il lavoro per vivere, e la libertà di opinione. 
Non solo, il sistema Giudiziario italiano ha sepolto volutamente tutto il mio lavoro di oltre 10 anni e persevera. E’ la prigionia della libertà di opinione.
Come fecero con Gramsci, il PM Michele Isgrò disse: “dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per 20 anni”. La storia gramsciana e le lettere dal Carcere sono di grande attualità: “si è responsabili di ciò che si fa, ma anche di ciò che non si fa… La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro famiglie [ndr], se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.
Avreste dovuto dissequestrare questo sito contestualmente alla sentenza, emettendo l’ordinanza e trasmettendola alla Polizia Postale che dovrebbe solo togliere l’inibizione attraverso i DNS, affinché rendano ancora accessibile in Italia questo progetto editoriale. Cantone (ANAC) parla di “scorribande deliquenti di ogni risma” e voi impedite la lettura del mio socialblog per un reato di presunta diffamazione, inesistente e prescritto? Erri De Luca sostiene, a ragione, di “sabotare”  e viene assolto ed io, invece sono ancora qui sotto sequestro? Un vero delirio!

L’eredità di Gaber dieci anni dopo: “La giustizia, macchina infernale”

In una versione successiva all’originale della potente invettiva «Io se fossi Dio», il cantante-intellettuale si scaglia ferocemente contro l’esibizionismo e il carrierismo di certi giudici

Dieci anni senza Gaber. Dieci anni dalla morte di Giorgio Gaberscik, il «signor G» della canzone italiana.
Autore, attore, chitarrista rock, intellettuale. Un personaggio unico. E un intellettuale. Anticonformista, anarchico, bastian contrario. A un decennio esatto dalla sua scomparsa (il 3 gennaio 2013 morì in Versilia) Gaber è stato celebrato e ricordato in molti modi. Non sono molti, però, a ricordare quel che Gaber pensava della giustizia italiana. Per scoprirlo, o riscoprirlo, basta andarsi a risentire uno dei suoi pezzi più potenti, la notissima «Io se fossi Dio», una lunghissima, dirompente canzone politica concepita come una teatrale invettiva contro tutto e tutti, che uscì nel 1980, e fin dall’uscita fu tormentata. Nella versione originale il pezzo durava quasi un quarto d’ora. Ma non fu solo per questo che le case discografiche si rifiutarono di pubblicarla: temevano cause e polemiche. Il contenuto di quella sorta di monologo-canzone, apocalittica e feroce, era scioccante, per l’Italia di 35 anni fa. Scritta nel 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro, non risparmiava proprio nessuno.

Milena Gabanelli: “Conformismo nell’informazione? E’ più facile e non ti fai nemici”

La conduttrice di Report fotografa i media nel nostro Paese: “Chi fa giornalismo indipendente, accurato e approfondito, non è premiato, nemmeno dai cittadini. Renzi? Confonde i gufi con i cani da guardia”

L’abbiamo intercettata al volo, mentre è alle prese con la nuova serie di Report, da domenica sera su Rai 3. Milena Gabanelli è impegnata a preparare la prima puntata che si occuperà diConfindustria: quanto è moderna, flessibile, indipendente e trasparente l’associazione di imprenditori che dovrebbe essere il motore economico del Paese? Lo scopriremo tra qualche giorno. Intanto ci occupiamo di informazione e conformismo.

Cosa pensa dell’operazione Stampa-Repubblica? Di questa fusione tra due dei più importanti quotidiani italiani non si è praticamente parlato. Eppure pone problemi, anche di concorrenza.
Immagino che ci siano delle ragioni economiche, e come avviene in ogni fusione, salteranno un po’ di teste; mentre se è vero che le testate manterranno l’autonomia editoriale, per i lettori nulla cambia. Per quel che riguarda la concorrenza direi che quel che manca non sono i giornali, ma gli editori puri e anche un po’ illuminati.

Giulio Anselmi ha detto: raramente i giornalisti sanno di cosa parlano (e dunque non fanno domande). Da cosa dipende questo, secondo lei?
Per sapere di cosa parli serve tempo, che mal si concilia con la necessità di riempire pagine alla velocità della luce, su qualunque argomento.

Dario Fo: “I miei 90 anni di scellerataggine. Che gioia ridere del potere con Franca”

Dario Fo in una galoppata di ricordi sincera, dal  ’53, dal suo primo spettacolo al Piccolo Teatro di Milano, “Il dito nell’occhio”, a Mistero Buffo, il Nobel, le ultime rappresentazioni. Tanto teatro e tanta vita a fianco di Franca Rame, “la mia vera religione”, il mio “jeux d’équilibre” per non vantarmi mai. Con la certezza che “il regno dei cieli non esiste” e la gioia di ridere e far ridere del potere, dell’ingiustiziua, delle furberie. Con un nuovo amore, Papa Francesco, “un uomo stupendo”

Fonte Link repubblica.it

LIBERTA’ E GIUSTIZIA: INNO ALLA GIOIA. BOSCHI PROSCIOLTO IN APPELLO A BOLOGNA

Pertini: Libertà e Giustizia

La Corte d’Appello di Bologna ha prosciolto per prescrizione del reato Luigi Boschi dalla condanna di Primo Grado comminata dal Tribunale di Parma

In data odierna 17 marzo 2016 la Corte di Appello di Bologna esaminato il ricorso e le motivazioni aggiuntive presentate dall’avvocato Andrea Artusi, nuovo difensore di Boschi, ha prosciolto il giornalista blogger parmigiano dalla condanna subita in Primo grado a Parma (PM Liliana Papotti, Giudice Monocratico Eliana Genovese).
Il socialblog luigiboschi.it ancora sotto sequestro, ad oggi, da 170 giorni,  verrà dissequestrato secondo le indicazioni presenti nelle motivazioni (occorreranno circa 60 giorni) e secondo l’ordinanza che disporrà direttamente la Corte di Appello di Bologna alla Polizia postale.

Sotto sequestro da 151 giorni

DA 151 giorni (29 settembre 2015 al 27 Febbraio 2016) il socialbog luigiboschi.it è sotto sequestro senza soluzione di continuità su ordinanza del Tribunale di Parma per un articolo (oscurato non più visibile dal 1 giugno 2009) di denuncia sul console onorario Cileno di Modena (Vi sono persone che opprimono, dominano e si fanno chiamare benefattori”). Mai smentito sui fatti, nemmeno nelle udienze. Fatti da me poi usati nel paradosso satirico. Chi non sa leggere il contesto e ignora i fatti, non può capire né la critica, né la satira. Nel mio caso, si sequestra e si condanna senza aver fatto le dovute indagini, senza conoscere.
La libertà di opinione e di satira garantita dalla nostra Costituzione nel Tribunale della città del maiale non è garantita. Sequestrano tutto il socialblog (come con il maiale, non buttan via niente). Praticamente sono ai domiciliari senza sapere quando potrò tornare libero. 
Tutto questo per un articolo del 26 maggio 2008 (di critica satirica) già oscurato il 1 giugno 2009 dalla Polizia Postale di Parma su ordinanza della Procura di Modena.

L’Onu si schiera con Assange: “Detenzione illegittima”

Il fondatore di Wikileaks, rifugiato nell’ambasciata ecuadoregna di Londra, si era detto disposto a farsi arrestare

LONDRA – ll gruppo di lavoro Onu incaricato di dare un parere sulla condizione di Julian Assange, denunciata come “ingiusta detenzione” dalla difesa, ha deciso di riconoscere le ragioni del fondatore di Wikileaks. Se confermata, questa decisione allontana la prospettiva che Assange lasci l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove è rifugiato da tre anni, e si consegni alla polizia britannica. 

Secondo il  Wgad (il gruppo di lavoro Onu sulla detenzione illegale), al quale Assange ha presentato una denuncia contro Londra e Stoccolma, la reclusione del fondatore di Wikileaks è “illegale”: Svezia e Gran Bretagna devono rilasciarlo immediatamente e pagare un risarcimento. La decisione non è stata ancora diffusa ufficialmente ma, secondo quanto riporta la Bbc, sarebbe stata già inviata ai governi di Londra e Stoccolma. Una sentenza che non ha alcuna influenza formale sulle autorità inglesi e svedesi, ma va ricordato che in passato altre persone sono state rilasciate sulla base delle decisioni del comitato Onu.

Nelle scorse ore era stato lo stesso Assange, su cui pende un mandato di cattura europeo, ad annunciare di essere pronto a farsi arrestare laddove il parere Onu gli fosse stato sfavorevole. “Accetterò di essere arrestato domani dalle autorità britanniche se l’Onu si esprimerà contro di me” aveva scritto sull’account Twitter di Wikileaks.

Fonte Link repubblica.it
 

Ultimo tango a Parigi”, 40 anni fa la condanna al rogo

Il 29 gennaio 1976 un giudice ordinava la distruzione delle copie del capolavoro di Bernardo Bertolucci, ultimo capitolo di un’odissea giudiziaria che decretava la scomparsa del film dalle sale per “esasperato pansessualismo fine a se stesso”

Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

“Esasperato pansessualismo fine a se stesso”. Sì si legge proprio così nella sentenza del giudice che il 29 gennaio 1976  condannava “al rogo” il film Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Nella storia del cinema pochi altri film hanno avuto vita tanto difficile e hanno segnato così profondamente pubblico e critica. Per non dire del regista Bernardo Bertolucci, che con questa pellicola si guadagnò la consacrazione ad autore e insieme una condanna per offesa al senso del pudore, con tanto di privazione dei diritti politici. E se per il protagonista Marlon Brando il film significò una rinascita professionale, insieme a Il padrino – l’altro capolavoro di cui era protagonista nello stesso 1972 – per la partner diciannovenne Maria Schneider questo debutto si rivelò un boomerang e il ruolo della scandalosa e ribelle Jeanne le rimase appiccicato addosso con conseguenze dolorose: la droga, un tentato suicidio e la depressione.

Cassazione, Canzio: «Il Paese ha sete di giustizia ed efficienza»

ROMA – Giustizia, legalità, efficienza ed efficacia della giurisdizione. Sono queste le cose di cui l’Italia ha bisogno e che i cittadini chiedono a gran voce, secondo il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, che ha parlato all’apertura della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Il Paese chiede che la legge venga applicata in modo uniforme e rapido e che tutti abbiano un uguale trattamento in casi simili o analoghi”, ha detto Canzio.

Il giudice che ha assolto Erri De Luca: “Dire di sabotare la Tav non è per forza reato”

Se il processo si fosse tenuto a Parma, come sarebbe andata? Visti i precedenti, con il mio socialblog, non sarei così sicuro che sarebbe stato assolto. Sono felicissimo per Erri De Luca con cui sono stato sempre solidale, ma credo che la Giustizia non sia uguale per tutti. Con il mio giornale online sotto sequestro, io sono di fatto ai domiciliari senza soluzione di continuità dal 29/9/2015. Condannato in primo grado per diffamazione su fatti mai smentiti da nessuno. Questa è la considerazione della libertà di opinione nella Procura ducale. Spero che il caso De Luca diventi precedente giudiziario per tutti. Si deve rispondere solo alla Costituzione; e non c’è un’autorità superiore alla Costituzione. Sono stato privato del più prezioso frutto della civiltà, il diritto alla libera espressione individuale. So di aver agito nell’ambito dei diritti costituzionali e non ho commesso alcun reato. Quindi chiedo in Cassazione il dissequestro del socialblog e in Appello a Bologna la revisione della sentenza di primo grado che mi è stata inflitta ingiustamente dal Tribunale di Parma. E questo vale sia per il procedimento Vergara, sia per quelli della Assistenza Pubblica, nonché dell’orchestra di Sergio Pellegrini. LB 

Le motivazioni della sentenza dopo l’assoluzione del tribunale di Torino. Le frasi dello scrittore non erano “idonee a istigare attualmente e concretamente qualcuno” a commettere reati contro il cantiere della Val di Susa

di OTTAVIA GIUSTETTI