E’ morto Don Luciano Scaccaglia

Don Luciano Scaccaglia

Don Luciano Scaccaglia, nato a Felino nel 1936, è stato ordinato sacerdote nel 1960. Ha intrapreso il proprio percorso come cappellano nella parrocchia di Noceto, fino al 1969. Fu poi assegnato, come parroco, dal 1969 al 1981, alla nuova parrocchia di Cristo Risorto, in via Venezia, lì ha realizzato la nuova chiesa in un quartiere fortemente popolare ed ha portato avanti la pastorale in questa zona della città ai tempi ancora abitato prevalentemente dalle classi più umili. Fu un’esperienza entusiasmante nella quale don Luciano si impegnò a fondo coinvolgendo quelli che, al tempo, erano definiti “i capanòn”.
Dal 1981, dopo una breve parentesi nella parrocchia di Marzolara, è stato assegnato alla comunità di Santa Cristina, in via della Repubblica a Parma.
Due veglie di preghiera mercoledì 30 e giovedì 31 alle 21 in Santa Cristina. I funerali venerdì ore 10 in Santa Cristina. 

La sua rubrica (LINK) in questo blog

Video in Santa Cristina

INCONTRO A PARMA CON WALTER VELTRONI

PARMA INCONTRA VELTRONI

CARCERE A PARMA

IMMIGRAZIONE E CPT

I VOLTI DELLA INGIUSTIZIA, DELL’ILLEGALITA’ E DELLE NUOVE MAFIE


Don Luciano, il cordoglio del sindaco Federico Pizzarotti

Con don Luciano Scaccaglia Parma perde un grande uomo. La notizia della sua scomparsa ci ha colpito, perchè senza di lui ci sentiamo tutti un po’ più soli.

Il frate cappuccino P. Mosè, Vescovo etiope della diocesi-eparchia di Emdibir, a Parma in Santa Cristina

Comunità di S. Cristina e s. Antonio Abate

Domenica 19 settembre visiterà la  comunità, il frate cappuccino P. Mosè, Vescovo etiope della diocesi-eparchia di Emdibir,.

Il presule presiederà le Eucaristie delle 11.30 e 18.30 in S. Cristina. Ad esse parteciperanno anche i fratelli ortodossi dell’Etiopia e dell’Eritrea.

Tutte le offerte raccolte durante le celebrazioni saranno devolute alla costruzione di un ospedale materno-infantile gestito da suore, nella sua diocesi.

Inoltre lunedì 20 alle ore 21.00, sempre in S. Cristina, stesso vescovo terrà un incontro aperto a tutta la cittadinanza, sul tema attuale e delicato, quale: "La convivenza tra cattolici, ortodossi e musulmani è possibile".

Abbiamo bisogno di un Dio che si presenti anche come Madre

Isaia 66, 10-14;
Salmo 65;
Galati 6, 14-18;
Luca 10, 1-12.17-20.

Abbiamo bisogno di un Dio che si presenti anche come Madre; le religioni, le Chiese sono ancora maschiliste e patriarcali e spesso in esse si annidano l’intolleranza, l’incomprensione e l’autoritarismo.

Abbiamo bisogno di un Dio Madre e non della metafora Dio-Padre-padrone. E’ il messaggio della prima lettura, dolce come la carezza di una madre: "Voi sarete allattati e portati in braccio e sulle ginocchia sarete accarezzati".

Dio non è Padre se non è anche Madre. Ed è Gesù che ci rivela tale pienezza, perfezione e infinità dell’amore di Dio.

Il vangelo contiene un brano presente solo in Luca, dove con ampiezza di particolari viene descritta la missione dei discepoli e delle discepole. Sono settantadue, o 70 in alcuni Codici. Si tratta di un numero simbolico: 70 sono gli anziani del consiglio che aiutano Mosè nel governo del popolo di Dio, 70 sono le nazioni pagane enumerate nella "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi (c. 10). Il richiamo simbolico sottolinea l’universalità dell’annuncio evangelico.

Tutti i popoli sono chiamati a far parte del regno di Dio.

I missionari devono andare "a due a due": e questo per essere creduti, seguendo la mentalità del tempo, e per essere di aiuto reciproco in caso di bisogno o di pericolo.

Molte sono le provocazioni attuali presenti nel brano di Luca.

-L’annuncio di Cristo Salvatore è compito di tutti e di tutte, non monopolio del clero. Così è stato per secoli. S. Francesco d’Assisi infatti per poter predicare il Vangelo ha dovuto ricevere l’ordinazione diaconale e quindi appartenere al clero. Purtroppo questa mentalità, nonostante il Concilio Vaticano II, è ancora presente in molti cristiani.

LIBERATI PER LA LIBERTA’

1Re 19, 16b. 19-21;
Salmo 15;
Galati 5, 1.13-18;
Luca 9, 51-62.

"Ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo". Gesù di Nazareth per scelta personale non aveva una casa sua, era un nomade, povero, terapeuta itinerante e annunciante la priorità del regno di Dio su ogni altro vincolo o convenzione sociale e politica.

Tuttavia tutti hanno diritto ad una casa propria, o in affitto, con un canone equo e non iniquo. Tanti invece hanno molte case, troppe, che regalano o danno a prezzi stracciati, di favore, ai potenti di turno, per uno scambio di privilegi.

Altri gruppi hanno diritto a vivere come nomadi; è la loro storia, la loro cultura e in questo vanno rispettati ed aiutati, soprattutto dalle Istituzioni.

Gesù era un nomade. Non era un sedentario. Appare chiaro dal vangelo di Luca: per ben dieci capitoli (dal 9, 51 fino al 19, 27) è scandito da una lunga marcia verso Gerusalemme, verso la croce, verso la pienezza dell’amore, alla quale Dio risponderà con il dono della Pasqua di Risurrezione.

Durante l’ultimo viaggio verso la città santa avviene un incidente di percorso: Gesù non è accolto in un villaggio di Samaritani. Scatta subito ed esplode il fanatismo religioso e razziale di Giacomo e Giovanni: "Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?". Vogliono cioè un Gesù Messia-taumaturgo, combattente, che usa  "ferro e fuoco" nei confronti di chi non accetta il loro messaggio, un Gesù vendicativo nei confronti di donne e uomini che non sottostanno ai loro princìpi e ai loro valori, soprattutto se, come i Samaritani, sono ritenute persone appartenenti ad una razza impura.

SONO INFORMATO E DUNQUE SONO

Zaccaria 12, 10-11; 13,1;
Salmo 62;
Galati 3, 26-29;
Luca 9, 18-20
.

Gesù di Nazareth, Icona di Dio, uomo innocente, schierato a favore degli ultimi, allergico al potere sia politico che ecclesiastico è oggi più che mai presenza critica, punto di riferimento e forza dirompente per contestare una società civile aggredita da corrotti-corruttori e una Chiesa incagliata in scandali morali ed ora anche in scandali finanziari ed economici.

Ma chi è veramente Gesù, in cui poniamo ogni speranza per il rinnovamento personale, sociale ed ecclesiale?

Lui stesso, nel vangelo di oggi, vuole sia fatta chiarezza sulla sua identità e quindi fa un sondaggio d’opinione: "Chi sono io secondo la gente?".

I discepoli riferiscono le opinioni del tempo su Gesù, tutt’altro che trascurabili: infatti mettono Gesù tra i grandi personaggi del mondo ebraico: Giovanni il Battista ed Elia, assunto in cielo.

Ma ora i preamboli sono finiti, i discepoli devono uscire allo scoperto. Gesù li inchioda con un’altra domanda: "Ma voi, chi dite che io sia?".

Risponde Pietro il quale indica in Gesù "Il Cristo di Dio", cioè il consacrato nello Spirito divino che offre all’umanità la parola e la presenza perfetta e definitiva di Dio all’interno della nostra storia.

Egli è il Salvatore, è la potenza liberatrice di Dio che penetra come lievito nella massa fredda della nostra umanità. Ma la definizione di Pietro ha ancora attorno un alone che falsa il vero volto del Cristo. Non dimentichiamo, infatti, che in quell’epoca il messianismo aveva forti connotati politici e trionfalistici.

La certezza del perdono di Dio

2Samuele 12, 7-10.13;
Salmo 31;
Galati 2, 16.19-21;
Luca 7, 36-8,3.

La certezza del perdono da parte di Dio, perdono sempre liberante, deve spingere ogni essere umano a imparare quest’ "arte" assai difficile da praticare.  In merito scrisse Martin Luter King, leader dell’Associazione per il progresso della gente nera: "Innanzi tutto, dobbiamo sviluppare e conservare la capacità del perdono. Colui che è incapace di perdonare è incapace anche di amare". Questo comporta il credere che vi è qualcosa di buono anche nel peggiore di noi, e qualcosa di malvagio anche nel migliore; quando ce ne rendiamo conto, siamo meno inclini ad odiare i nostri nemici.

Questa riflessone iniziale serve come fondale per meglio comprendere le Letture di questa domenica.

Nella Prima Lettura Natan, come ogni profeta, risveglia la coscienza deviata del re Davide: l’unto del Signore, il consacrato, l’antenato di Gesù, ma non per questo meno peccatore.

Il peccato attraversa tutti, per tanto via l’illusione di essere a posto!

LODA LA SS. TRINITA’ CHI DIFENDE L’UOMO

Proverbi 8, 22-31;
Salmo 8;
Romani 5, 1-5;
Giovanni 16, 12-15

Dio è comunione e condivisione: così è annunciato e proclamato nel Libro Sacro della Bibbia, soprattutto da Gesù di Nazareth e da Paolo di Tarso, e così è celebrato dai cristiani di tutte le confessioni, oggi e sempre.

Noi però siamo cattivi imitatori del mistero trinitario, perché divisi in classi, in razze, in poveri e ricchi, in onesti che pagano con scrupolo le tasse e allegri disonesti che evadono ed eludono. E la nuova manovra finanziaria è un cappio al collo dei lavoratori pubblici e degli Enti locali che compenseranno, con un taglio secco dei servizi e delle prestazioni sociali, il mancato trasferimento di sei miliardi da parte dello Stato.

E nessun prelievo sui grandi patrimoni!

Dov’è l’equa condivisione che il Dio trinitario ci insegna? Siamo chiamati alla lotta; infatti come dice uno slogan "Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso".

Il mistero trinitario che ricordiamo ed adoriamo, non è solo una dottrina rivelata da contemplare, ma anche un’etica da vivere.

E’ un segreto circa la vita intima di Dio, in parte svelato, che incide profondamente e positivamente sul nostro vivere quotidiano a livello personale e sociale.

Così scriveva un vescovo, profeta e teologo: "Nel cielo, più persone mettono così tutto in comunione sul tavolo della stessa divinità, che a loro rimane intrasferibile solo l’identikit personale  di ciascuna, che è rispettivamente l’essere Padre, l’essere Figlio, l’essere Spirito Santo. Sulla terra gli uomini sono  chiamati a vivere secondo questo archetipo trinitario: a mettere, cioè, tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità, trattenendo per sé solo ciò che fa parte del proprio identikit personale" (T. Bello, Benedette inquietudini ,p. 73).

NESSUNO HA IL MONOPOLIO DELLO SPIRITO

Atti 2, 1-11;
Salmo 103;
Romani 8, 8-17;
Giovanni 14, 15-16.23b-26.

Lo Spirito di Dio, che oggi ricordiamo in modo particolare, è fonte di luce e di forza; infatti Egli  effonde su tutti, credenti e non credenti, i suoi sette doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore di Dio (timore= amore).

Illumina gli scienziati e i ricercatori, perché le loro scoperte, come la cellula artificiale, siano sempre al servizio della vita umana, contro ogni malattia e a difesa della salute del pianeta. E illumina e dà forza alle donne e agli uomini perché portino amore sempre e ovunque.

Tutti abbiamo bisogno di questo Spirito che, purtroppo, pochi invocano e pregano, specie nella nostra Chiesa, dove altre devozioni meno importanti, a volte superstiziose, riempiono le nostre chiese, i nostri Santuari, offuscando così la centralità di Cristo e del suo Spirito nella nostra vita di credenti. Eppure è lo Spirito Santo il grande "esegeta", l’ interprete che ci fa capire il Libro Sacro. E’ Lui che ha ispirato le Scritture Sacre di tutte le religioni autentiche, non solo la Bibbia, ma anche il Corano, i Veda e altre ancora.

Occorre però ricordare che la Parola di Dio, nei libri sacri, è spesso nascosta dentro una corteccia, una cultura umana, del tempo, da togliere per evitare letture fontamentaliste o letteraliste.

E’ lo Spirito Santo che suscita il vero amore e purifica le religioni dalla paura di Dio o da false sicurezze, anche religiose, come ci ricorda un mistico innamorato di Dio: Fratel Carlo Carretto: "Ecco dove sta il vero problema: io corro il pericolo di essere un nulla, perché non so amare. Non chiedetevi più se credete o non credete in Dio; chiedetevi se amate o non amate".

TRE VALORI UNIVERSALI: PACE, GIUSTIZIA E CREDIBILITA’

Atti 15, 1-2.22-29;
Salmo 66;
Apocalisse 21, 10-14.22-23;
Giovanni 14, 23-29.

"Vi do  la mia pace". E’ il grande dono di Cristo Risorto dopo quello dell’amore. La pace non è solo assenza di guerre; per essere vera ha bisogno di una compagna inseparabile: la giustizia.

Così recita infatti il Salmo 85[84]: "giustizia e pace si baceranno".

Ora non c’è giustizia e quindi non c’è pace dove regna la corruzione, come nel nostro Paese, dove aumenta la disoccupazione e dove avanza paurosamente la precarietà.

Un terzo colore dipinge la pace: è la credibilità. Abbiamo bisogno di una politica credibile, di una Chiesa credibile, sempre schierata dalla parte degli ultimi; ma non è sempre così.

La pace, all’interno della Chiesa,  è anche frutto di un confronto sincero e di una vera dialettica, perché il Vangelo  non sia né monopolizzato, né offuscato da parte di gruppi o movimenti elitari.

E’ la tentazione che minacciava la Chiesa del primo secolo, come appare nella Prima Lettura.

A Gerusalemme si celebra il primo "Concilio ecumenico", convocato per la seguente questione: i pagani (i non Ebrei) che si convertono al Cristianesimo, devono praticare la circoncisione, segno di appartenenza al popolo ebraico?

UN AMORE “ECCENTRICO”

Atti 14, 21b-27;
Salmo 144;
Apocalisse 21,1-5a;
Giovanni 13, 31-33a.34-35.

C’è chi vive senza amore vero, perché un egoismo senza limiti lo blocca. Non è vita.

C’è chi dice di amare, ma in realtà strumentalizza gli altri e così ama solo se stesso. Non è vita.

C’è chi ama un gruppo ristretto di persone, ignorando i tanti che elemosinano il suo amore; non ha capito che il vero amore non ha confini. Anche questa non è vita.

C’è chi vorrebbe amare ed essere amato da qualcuno; ma questa dolce esperienza non gli è concessa. Pure questa non è vita, perché "tu non sei nessuno, finché nessuno ti ama".

Siamo tutti, tutte, ricercatori e ricercatrice appassionati di amore, di quello vero, di quello "eccentrico", che ti spinge fuori dal tuo ego, dal tuo io, dal tuo centro, per volere il vero bene dell’altro, quello che Dio vuole per lui, per non ingabbiarlo nei tuoi progetti egoistici.

Oggi è davanti a noi l’Amante perfetto, Gesù di Nazareth: non basta ammirarlo, quasi invidiarlo, dobbiamo imitarlo.

E’ il messaggio del vangelo di oggi. Ma non possiamo tacere le provocazioni presenti nelle altre due Letture.

Nella prima la Chiesa nascente vuole chiudere la novità cristiana entro il recinto giudaico e obbligare i pagani convertiti al Cristianesimo, alle pratiche mosaiche. Lo Spirito Santo, soprattutto mediante Paolo, getta scompiglio in queste grette mentalità nazionalistiche e impone alla Chiesa un respiro universale e il superamento di ogni razzismo religioso e sociale.

Nella terra di Gesù, oggi, la grande novità si chiama riconoscimento di due Stati liberi e sovrani: Palestinesi e Israeliani; a ciascuno la sua terra, la sua religione e leggi democratiche. E nessuno deve costruire insediamenti nel territorio altrui, altrimenti il sangue innocente continuerà a scorrere senza fine.

VOCAZIONI A TEMPO PIENO E NON BRICIOLE DI VOLONTARIATO

Atti 13, 14.43-52;
Salmo 99;
Apocalisse 7, 9.14b-17;
Giovanni 10, 27-30.

Una grande festa civile, della Liberazione, coincide con una importante festa cristiana: la quarta domenica di Pasqua.

Felice coincidenza, perché la fede autentica, biblica, è anche liberazione politica da ogni dittatura, dal nazifascismo, da poteri oppressivi e da mentalità ed iniziative razziste e discriminanti, penalizzanti il Sud dell’Italia, presenti anche in movimenti e partiti, nonché in tanti cittadini.

Il 25 aprile, festa della Resistenza, non è quindi la festa di tutti, come spesso si afferma. E’ la festa di chi vuol coniugare libertà, giustizia e solidarietà a favore di tutti, cittadini indigeni e cittadini provenienti da altri paesi.

Seguendo la Prima Lettura siamo chiamati a rigettare ogni nazionalismo, l’idolo della razza, l’idolo di una religione fanatica, intollerante, esclusivista che pensa di avere il monopolio della verità e della morale.

Paolo e Barnaba,  capi storici del movimento voluto da Gesù di Nazaret, rifiutati da alcuni Giudei, portano il messaggio cristiano ai pagani, agli stranieri.

Infatti: "Tu Signore, non sei legato

a nessuna città e a nessun nome:

la tua realtà è misteriosa e inesauribile

e il tuoi regno è sempre mobile,

esso può passar anche ora in altre mani:

così noi possiamo presumere

di essere cristiani e non lo siamo,

presumere di possedere il regno

ed avere invece le mani vuote;

Signore, che non avvenga anche per noi

quanto è accaduto per il primo Israele".

La seconda lettura apre alla universalità e dipinge molte nostre assemblee liturgiche.

Vi si legge infatti:

"Apparve una moltitudine immensa…di ogni nazione, popolo, lingua".

“Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”.

Atti 5, 27b-32.40b-41;
Salmo 29;
Apocalisse 5, 11-14;
Giovanni 21, 1-19.

"Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini".

La frase di Pietro ci spinge verso l’amore per il mondo in cui viviamo, verso la nostra Chiesa, ma anche verso una sana, costruttiva, sofferta critica nei riguardi delle Istituzioni sia civili che ecclesiastiche; esse, a volte, tradiscono Cristo e il suo amore per i più deboli.

Su questa strada ci porta anche il Concilio Vaticano II che afferma: "La Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento" (Lumen gentium, 8).

Oggi più che mai siamo chiamati a contestare, ad andare contro, ad essere critici, a non seguire la massa, a non salire sul carro dei più forti… ,come gli apostoli della prima Lettura.

Forti della fede in Cristo Risorto, osano sfidare l’autorità locale, quella religiosa. Un’autorità che ostentava rotolini di Bibbia attaccati ai vestiti, portava abiti liturgici sfarzosi, pregava negli angoli, per farsi vedere, ma opprimeva il popolo in molti modi.

Siamo chiamati a difendere le nostre città, quindi la nostra salute dall’inquinamento, dall’inceneritore, proponendo e seguendo progetti alternativi che tutti conosciamo.

Il futuro della società e della Chiesa è nelle nostre mani, e nel nostro stile di vita.

La prima parte del vangelo di Giovanni ci presenta la terza manifestazione di Cristo, dopo le prime due avvenute nella sala a porte chiuse.

Ora il contesto è la pesca nel lago. La presenza del Signore convince gli apostoli-pescatori a gettare le reti nel punto giusto e prendono centocinquantatre pesci.

L’evangelista ne ricorda il numero preciso, non per soddisfare una curiosità o precisarne la quantità.

CREDERE O NON CREDERE

Atti 5, 12-16;
Salmo 117;
Apocalisse 1, 9-11a.12-13.17-19;
Giovanni 20, 19-31.

Credere o non credere; è il problema di tanti, anche dei credenti. La fede infatti è un percorso in salita con molti ostacoli, spesso duri da superare.

E’ difficile credere in Dio quando gli innocenti e i giusti sono torturati, quando sofferenze insopportabili azzannano il corpo e la psiche; è difficile credere quando i disonesti trionfano e i poveri sono calpestati da tutti, anche da leggi inique.

Dice il Cardinal Martini: "C’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere".

Per questo desidero entrare nelle letture pasquali con un’arguta frase di S. Gregorio Magno: "A noi giovò di più l’incredulità di S. Tommaso che la fede degli Apostoli".

Gli altri apostoli, infatti, fanno un cammino di fede quasi lineare e senza sobbalzi: vedono e credono.

Tommaso segue una strada più tortuosa, in salita: lui non vede e non crede.

Non vuole credere per paura, per sentito dire: la fede è incontrare Lui, Gesù, il Cristo, di persona: non basta che altri gli parlino di Lui. E’ la grande lezione di oggi.

 Ma non è la sola, perché anche la Prima Lettura ci scuote ed è attualissima.

Tutte le Chiese si proclamano "ortodosse", nel senso etimologico di vere Chiese, anzi uniche Chiese di Cristo: fanno adepti, proseliti e battezzano.

Spesso annunciano più se stesse che il Regno di Dio, mentre Cristo ha predicato il Regno di Dio, più che la Chiesa (112 volte nei vangeli).

La comunità nata dalla Pasqua e descritta dalla Prima Lettura, batte un’altra pista, più evangelica: non si preoccupa tanto di dire cose giuste su Cristo (ortodossia), quanto di fare cose giuste, come Lui: atti di guarigione, di salvezza fisica e morale, di liberazione totale (ortoprassi).

NON BASTA LA CULTURA DEL “FARE”.

Isaia 43, 16-21;
Salmo 125;
Filippesi 3, 8-14;
Giovanni 8, 1-11.

Chiedere scusa e dare il buon esempio: solo così la Chiesa, le Istituzioni, i partiti, la politica potranno ricuperare la credibilità perduta.

Non ha senso scagliarsi contro i giovani, alcuni di essi poveri di valori, quando gli adulti sono incoerenti, arroganti e arrivisti.

"L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri. O, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni", ricordava Paolo VI. Monito sempre attuale. Occorre lavorare sulle menti e sui cuori, più che sui ruoli; sulle motivazioni, più che sugli esiti. Oggi, si insiste molto sulla cultura del "fare", trascurando quella dell’"essere".

Verso la cultura dell’essere, del perdono e della conversione, ci spinge Gesù nel vangelo. C’è una donna che sta per essere condannata da soli uomini; è trascinata a forza nel tempio: il tempio degli osservanti, dei conservatori della religione, dei lapidatori che non conoscono né giustizia né l’amore, ma solo condanne.

E Gesù li  attacca: "Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra".

Il brano che contiene questa frase, così scandalizzante perché molto comprensiva verso un’adultera, con fatica e assai tardi, alla fine del I secolo, è entrato nel Secondo Testamento; e non nel vangelo della misericordia, quello di Luca, ma in quello di Giovanni, l’ultimo ad essere scritto.

Questo episodio faceva e fa problema. I moralisti di tutti i tempi insorgono: mortale è il peccato di questa donna contro il matrimonio, mortale deve essere il suo castigo!

E’ bene scavare profondamente nel testo.