Il voto in Emilia e i senza bandiera di Bologna

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STEFANO CAPPELLINI

Una bellissima piazza senza bandiere, come quella gremita di piazza Maggiore a Bologna, convocata con il tam tam digitale e la sola forza delle idee, è al tempo stesso un soffio di speranza e un grido di disperazione. Negli ultimi mesi le uniche manifestazioni capaci di lasciare un segno progressista nel dibattito pubblico sono state quelle autorganizzate: gli anti-razzisti di Milano, le madamine pro Tav di Torino, gli anti Raggi in Campidoglio a Roma, fino alle stipatissime “sardine” di Bologna che non si rassegnano all’avanzata di Matteo Salvini in Emilia Romagna. In altri tempi si sarebbe detto che queste mobilitazioni hanno avuto uno straordinario successo nonostante l’assenza dei partiti tradizionali nella macchina organizzativa. La verità, oggi, è che hanno successo proprio grazie a questa assenza.

Nessun partito della martoriata sinistra di questo Paese ha oggi, prima ancora che la forza, la credibilità per mobilitare le persone: convincere un cittadino a scendere in piazza, ritagliando parte del suo tempo per l’impegno civile e politico, è un’operazione che al momento appare fuori dalla portata di chi dovrebbe invece farlo per missione e professione. I partiti non scaldano, non convincono, raccolgono ancora – ciascuno per la propria sempre più ristretta parte – il consenso elettorale di una buona quota di quei manifestanti autoconvocati, che però rimangono un popolo senza la rappresentanza politica che merita.

In questo c’è una differenza fondamentale con il passato, quando altri movimenti della società civile, da quello per i diritti civili negli anni Settanta ai girotondi di Nanni Moretti dei primi anni del secolo, sono scesi in piazza con l’idea di vivificare la sinistra. Allora c’era conflittualità, e pure aspra, ma esistevano vasi comunicanti tra alto e basso, tra il Palazzo e il fuori. I movimentisti, a torto o a ragione, criticavano il ritardo o le timidezze della classe dirigente, ma gli uni e gli altri partecipavano lo stesso campo vivo, che poi alla fine di questa dialettica di scontro restava un comune granaio elettorale.

Oggi queste mobilitazioni non nascono nemmeno più in contrapposizione con i partiti, surrogano un vuoto di rappresentanza e di idealità che, il giorno dopo le strade affollate, appare ancora più divorante. Non vogliono disarcionare i capi, casomai ne cercano di nuovi, perché l’obiettivo non è sovvertire nomenclature e cercarvi spazio bensì invocare un’agenda di sinistra degna di questo nome. Il governo giallo-rosso non ha soddisfatto questa ansia, anzi, se possibile ha acuito l’angoscia di quanti vedono un esecutivo paralizzato dalle ambiguità del Movimento 5 Stelle, orfano spesso inconsolabile della sintonia populista con la Lega, e le prudenze di un Partito democratico che fin qui ha vestito esattamente i panni che Nicola Zingaretti riprometteva di non far indossare al suo partito, quelli di sostituto in corsa dei leghisti passati all’opposizione. Aver bloccato l’aumento dell’Iva o aver ripristinato il galateo nelle trattative con Bruxelles sono vanti deboli per argomentare le ragioni di un governo di legislatura.

Ci pensi anche Stefano Bonaccini. Il presidente uscente della Regione è impegnato dall’inizio della campagna elettorale a depoliticizzare il voto, ricordando che si sceglie sul governo delle cose concrete – asili, ospedali, infrastrutture – e che su questo terreno la sua proposta è più forte di quella della sfidante Lucia Borgonzoni.

C’è da credergli. Ma il popolo di Bologna ricorda che serve anche altro per fermare l’onda salviniana, in Emilia come nel resto del Paese: innanzitutto il coraggio di rivendicare un’appartenenza di campo sui valori, esercizio nel quale ormai da anni eccelle solo la destra sovranista, mentre la sinistra si dibatte e contorce nel terrore di spaventare elettori che, ormai, sono già morti di un’altra paura, non avere più un’offerta di politica all’altezza della domanda.15 NOVEMBRE 2019

fonte Link: repubblica.it

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