DONNE CHE SI PENTONO DI ESSERE MADRI

Francesca Avanzini, libri recensioni presentazioni, Milano
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Pentirsi di essere madri

Dall’incontro con la scrittrice/sociologa Orna Donath e Michele Murgia il 22 aprile 2017 al salone del libro di Milano durante “Tempo di Libri” 

Francesca Avanzini 

A ben vedere il dibattito non è nuovissimo, è quello tra nature and nurture, natura e cultura, di shakespeariana memoria, ma nuovo, forse, e impensabile prima è il modo di porlo, che tocca uno dei tabù della società: ”Pentirsi di essere madri” è infatti il titolo che la sociologa israeliana con nonna italiana, milanese per la precisione, Ornah Donath, dedica all’argomento, intervistando donne che si sono pentite della suddetta condizione.

Ne ha parlato il 22 aprile a Milano, a “Tempo di Libri”, insieme a Michele Murgia, la scrittrice che, come più volte da lei stessa spiegato, ha scelto di non essere madre adottando però, secondo la tradizione sarda, un “figlio d’anima”, la giornalista e scrittrice Serena Marchi, che ha appena dedicato il libro “Mio tuo suo loro” all’argomento della gestazione per altri, e l’attrice Veronica Pivetti.

Le due scrittrici si muovono a latere di un pensiero forte italiano, “mater sempre certa”, e “di mamma ce n’è una sola”. A volte invece, come nel caso delle donne  pentite, non ce n’è nessuna, oppure più di una, quella che fa il figlio e quella che lo “riceve”.

“Volevo dar voce al non detto”, esordisce Ornah Donat. “La società dice sempre alla donna, ‘Se non fai figli, te ne pentirai’, usando il rimpianto per allineare le donne e spingerle alla maternità. Ma il contrario? Donne cioè che possono essersi pentite della maternità? Nessuno ne parla mai, ma ero certa che esistessero, per il semplice motivo che il rimpianto è una delle emozioni umane più diffuse, e dunque doveva esistere anche riguardo a ciò.”

Operazione simile ha fatto Simona Marchi. “Ho preso una sedia scomoda, ma era lì ed era vuota. Mi rendo conto di essere in controtendenza, perché il femminismo italiano si è schierato contro la gestazione per altri. E però in tutti questi anni si è parlato partendo dalla propria idea, mentre io sono andata in stati simili al nostro, europei o americani, a intervistare donne che hanno messo al mondo un figlio per qualcun altro e non lo considerano figlio loro. Non l’hanno fatto per bisogno, come potrebbe essere in India o Thailandia. Volevo capire le loro motivazioni…”

Michela Murgia fa notare il livello di aspettativa sociale circa la maternità è altissimo, ma se poi trovi modi “altri” di fare figli ti stigmatizza. “È possibile”, si chiede, “staccare il nostro essere dalla maternità, dalla nostra capacità generativa?”

“Io ”, interloquisce Veronica Pivetti, “ho prodotto altre cose. Sono felicissima senza figli. Sono più egoista se faccio figli che non desidero. Sono convinta che la maternità sia per pochissime. È uno dei mestieri più difficili.”

“Se ricorro a un utero in affitto”, prosegue Michela Murgia, “devo avere una forte vocazione alla maternità. Perché nel 2017 sono ancora così legata a ‘carne della mia carne’”?

“C’è grande pressione sociale”, rileva Simona Marchi. “Sono gli altri, madri, suocere, amiche, giornali, papi, che spingono, ad esempio, per il secondo figlio. ‘Ma quando lo fai?’ ‘Dopo c’è troppa differenza tra il primo e il secondo…’ In Italia sei donna solo se hai il ciclo e se sei madre.”

“Se dici di no a un figlio”, interviene Ornah Donat, “la gente dubita di te. Non si fida a lasciarti in mano la tua scelta, la tua vita, ma è certa invece che saprai tirare su dei bambini. Le donne sono sempre giudicate. Se non vuoi un figlio, senz’altro è perché vuoi fare carriera. Invece no, rivendico il mio diritto di starmene in casa a tirare aeroplanini di carta al muro, se mi va. La mia identità deve essere riconosciuta ugualmente, non devo provare niente.

Molte delle donne che ho intervistato mi hanno detto, ‘Amo mio figlio/a, ma odio essere sua madre. Lo amo come essere umano, ma non voglio essere con lui/lei in questo tipo di relazione.’ E ancora, ‘Non voglio mentire a mia figlia, non voglio che soffra come me. Come posso prepararla alla vita se le nascondo che sono pentita di essere madre? Lei potrebbe fare lo stesso errore.’ Una studentessa mi ha detto: ‘Per la prima volta mi rendo conto che mia madre rimpiange di avermi avuto. È stata spinta alla maternità dalla società. Per la prima volta non le do colpe e provo empatia. Ho le parole per parlare con lei.’    

Non si pongono le stesse domande agli uomini, perché la paternità è sempre stata considerata culturale”.

“La maternità è culturale anch’essa?” chiede Michela Murgia.

“Certamente”, risponde la Pivetti. “Non essere madre è altrettanto naturale che esserlo.”

Michela Murgia: “È forse più contronatura di tutto fare un figlio e darlo ad altri?”

Simona Marchi: “Sono molto combattuta al riguardo. Occorrerebbe una legge. Certo è che le donne dovrebbero mollare il tesoretto della maternità.”

Ornah Donat: “Essere madri non è naturale per tutte noi. Ci sono donne che sanno di voler essere madri sin dai primi giorni della loro vita, e altre che non lo vogliono. Non sono contro la maternità, le madri o i bambini. Sarei patronizzante, se sapessi che cos’è meglio per ciascuno, rispecchierei il patriarcato.”

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