Un’inchiesta giornalistica francese chiama in causa le multinazionali delle sementi

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 Andrea D’Ambra

I pomodori e le altre verdure vendute oggi nei supermercati hanno fino al 60% di sostanze nutritive in meno rispetto a 60 anni fa: a scoprirlo i giornalisti d’inchiesta della francese Cash Investigation che hanno ritrovato la tabella della composizione degli alimenti di sessanta anni fa e l’hanno usata per analizzare e comparare le quantità di vitamine e minerali della frutta e verdura che consumiamo oggi. Per cercare di vederci chiaro, i giornalisti hanno comparato anche i valori nutritivi di un pomodoro di una varietà tradizionale e non ibrida, coltivato a terra, con uno di una varietà ibrida coltivato fuori terra (coltivazione idroponica): i risultati sono stati simili, a sfavore di quest’ultimo anche qui fino al 50%.

pomodori in Bretagna, nel nord della Francia, sono coltivati in serre riscaldate a 21 gradi (invece del più mite e soleggiato sud) e fuori terreno, dove piante gigantesche dalle sembianze extra terrestri piantate in lana di roccia producono pomodori standardizzati alimentati da tubicini. Uno scenario surreale e fantascientifico? Niente affatto, produzioni come questa rappresentano il 90% delle coltivazioni odierne di pomodori in Francia (che di certo non si fermano al confine).

I pomodori ibridi (incrociati tra specie diverse per aumentarne produttività e resistenza) di proprietà di un manipolo di multinazionali delle sementi (spesso note per l’uso dei pesticidi, come Syngenta, Bayer-Monsanto, DowDuPont o Limagrain) sono programmati per resistere fino a tre settimane senza marcire in modo che possano essere esportati in Europa da Israele. Qui scienziati all’avanguardia studiano le sementi per creare il pomodoro immortale (e indistruttibile) che però perde di gusto e valori nutrizionali, come ammette lo stesso professor israeliano Haim Rabinowitch padre di questa stupenda invenzione.

Le sementi ibride sono vendute più care dell’oro (fino a 400.000 euro al chilo per il pomodoro giallo) da queste multinazionali dai fatturati di miliardi di euro e prodotte tra l’altro in paesi come l’India con lavoro sottopagato, in particolare di donne e bambini.

Per finire scopriamo (ma avevamo già qualche dubbio) che l’aumento di ipersensibilità al glutine di questi ultimi anni potrebbe essere legato alla trasformazione del grano fatta ancora una volta dalla grande industria dei semi negli ultimi decenni, che con una serie di ricerche e sperimentazioni è riuscita a creare un grano con proteine sempre più resistenti (e quindi meno digeribili) rispetto al grano antico e tradizionale di una volta.

Considerato quanto sopra, coltivarsi le proprie verdure nell’orto non aiuta ad affrancarsi da questo sistema, a meno che non si faccia ricorso a semi di varietà tradizionali, non ibride, come quelle ad esempio dell’Associazione Kokopelli, nemica giurata di Monsanto & co. Negli anni Kokopelli ha accumulato cause e denunce perché osa vendere e promuovere semi non ibridi (quindi ri-utlizzabili all’infinito) di varietà non iscritte al Catalogo ufficiale, elenco che fa comodo ai grandi gruppi e su cui, per poter essere iscritta, una varietà deve poter dimostrare di essere “omogenea e stabile”. Tutto il contrario di madre natura. 25 Giugno 2019

Fonte Link: ilfattoquotidiano.it

 
 
 
 

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