Vittorio Feltri, la differenza tra carnivori e vegetariani: “Proteine, cadaverina e invidia”

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Vittorio Feltri

Vivo e vegetariano. Il mangiatore di lattuga, piselli e lenticchie sta attraversando un momento di grande fulgore, i carnivori non lo guardano più con commiserazione, ma con ammirato stupore e forse un po’ di invidia. Gli estrogeni gli hanno reso giustizia, la bistecca non è più un piatto forte, i macellai hanno ridotto le vendite del 12 per cento e si prevedono ulteriori cali. La carne è debole. Spaghetti, minestroni, fagioli e radicchi si fanno largo sul desco a pranzo e a cena. Anche il latte è in crisi. Molti per la prima colazione cominciano a preferire uva, mele e pesche. Arriveremo presto ai cavoli a merenda. Vitelli gonfiati, omogeneizzati all’estrogeno, pesci al mercurio, pretori che sequestrano tonnellate di manzi in sospetto d’essere drogati: la rivincita del vegetariano si celebra ora, ma è partita da molto lontano, da almeno vent’ anni, alle prime avvisaglie di sazietà, se non di nausea, dopo la scorpacciata post-bellica di arrosti e bolliti.

Negli anni Cinquanta la costata alla fiorentina, preferibilmente sanguinolenta, era uno status symbol: polli e galline, che per secoli avevano «santificato» la festa degli italiani, si trasferirono in tavola anche nei giorni feriali. Ogni occasione era buona per infilarsi il tovagliolo nel colletto della camicia, e giù a mangiare a quattro palmenti. Non soltanto per nozze, battesimi, prime comunioni e cresime. Anche dopo un funerale: dal cimitero alla trattoria per una verifica dello stato di salute. E sui piatti piovevano salsicce e arrotolati immersi in sughi e salse. Ci si abbuffava alla memoria. Il sonno eterno per la buonanima, la pennichella digestiva per il superstite. Il consumo di carne si decuplicò nel giro di un quinquennio, e si resero indispensabili le importazioni e gli allevamenti intensivi. Per fare in fretta e guadagnare di più, i furbi introdussero l’estrogeno che successivamente s’ affermò. Vendevamo utilitarie (bei tempi) e compravamo vacche per far crescere belli e sani e pasciuti i nostri figli. Al bambino che non gradiva la fettina si dava olio di fegato di merluzzo per fargli venire appetito; se la cura si rivelava inefficiente, si ricorreva allo scapaccione. Si viveva per mangiare. E per ingrassare. Salvo poi correre dal dietologo per ritrovare la linea. Davanti al magro, il ciccione si meravigliava: ma come fai tu a restare così snello? Come giustificativo della pinguedine alcuni inventarono la disfunzione ghiandolare. Volevano far credere che non si ingrassa per eccesso di cibo, ma per malattia. Pensa, non mangio niente eppure guarda che pancia.

L’ALTRA FACCIA
I primi ripensamenti sulle benefiche qualità della carne e dell’alimentazione grassa in genere, coincisero con l’aumento spaventoso di morti improvvise: angine, ischemie e infarti più numerosi dei raffreddori. L’altra faccia del piatto abbondante si manifestò tragica, altro che benessere: sangue torbido, pieno di colesterolo, arterie a brandelli. Si corse ai ripari, sia pure tardivamente, predicando il ritorno alla sobrietà, ai cibi semplici e naturali, alla vita sana, all’aria aperta. Nacquero le prime associazioni naturiste, i club e i circoli vegetariani. Ovviamente guardati con sospetto. Era opinione che il rifiuto della cucina ricercata e unta fosse espressione di follia; i vegetariani sono matti, fanatici. E per effetto di questo ostracismo sia pure non esasperato, gli «erbivori» si sentirono emarginati, comportandosi come carbonari: si frequentavano fra loro, pubblicavano riviste e bollettini esclusivi, si incoraggiavano l’un con l’altro per fare proseliti nella lotta contro il consumismo gastrico. Però una breccia s’ era aperta e, lentamente, il loro punto di vista cominciò ad affermarsi oltre il club. Giornali e rotocalchi s’ occuparono del fenomeno, non mancò l’intervento dell’illustre clinico in appoggio alle teorie vegetariane, gradualmente si è giunti al riconoscimento ufficiale: ebbene sì, è molto meglio limitare al minimo i grassi animali, frutta e verdura a volontà, via libera ai cereali, evviva i cibi integrali.

Adesso è un tripudio di fibre, si è iniziata l’età della crusca. Nelle farmacie è raro sentir dire: mi dia delle supposte per la tosse, il cliente medio chiede un chilo di farro e un barattolo di miele d’acero. Ventimila, grazie. I prezzi da gioielleria non frenano la corsa al genuino. La gente non capisce come mai la farina grezza costi più di quella raffinata, ma compra e paga senza battere ciglio. È strano come ci si sia rassegnati a farsi fregare dai negozianti anche davanti alla truffa più evidente. Sarebbe come se l’Alfa Romeo vendesse tre quintali di acciaio ad un prezzo superiore a quello di una Giulietta, e il cliente fosse soddisfatto. Mistero. Ormai il riso non brillato è quotato come il filetto, mezzo chilo di crusca, fino a tre anni fa mangime per solo pollame, costa 1500 lire. Nonostante tutto, vuoi per moda vuoi per saturazione alimentare, l’associazionismo naturista e la cucina povera, si fa per dire, sono al boom. L’A.N.ITA. (associazione naturista italiana) quest’ anno ha raggiunto i 15 mila iscritti. La sede di Milano, in via Bixio 32, è sempre affollata. La vicesegretaria, Giovanna Panigata, è impegnatissima a dare informazioni agli adepti, prepara ricette per piatti di verdura, redige comunicati, libelli, regolamenti e statuti. «Ma non siamo fiscali – dice -. Per noi l’importante è vivere in salute. Non pretendiamo sacrifici dai soci né imponiamo loro divieti. Se uno si mangia la bistecchina mica lo bandiamo dal gruppo. Ma se una persona si avvicina al naturismo vuol dire che è già predisposta a rifiutare l’inciviltà dell’abbuffata. Noi siamo per il nudismo, per i sapori della natura. E contro la sedentarietà».

LA MEDITAZIONE
L’A.N.ITA. ha trenta succursali sparpagliate in Italia: Roma, Napoli, Bologna, Firenze, Cagliari, Bari e città minori. L’espansione è progressiva. Soltanto a Milano ci sono cinque ristoranti vegetariani: in corso Garibaldi, in via Stampa, viale Biancamaria, via Vincenzo Monti. L’ultimo apertosi, in via Castelfidardo, è gestito da quelli del Vivek, specie di santoni orientali vestiti arancione che alla passione per le erbe danno un significato estensivo. Nel loro «giro» si mangia verdura e si medita. Ma il vegetarianesimo come scelta spirituale è in declino, è uscito dai gruppi e dalle sette e si sta affermando fra cani sciolti, in tutti gli strati sociali. I ristoranti più carnivori accennano a inserire nei menu qualche piatto verde: l’egemonia del muscolo vacilla. Sempre a Milano, in via dei Piatti (zona via Torino) c’è l’associazione vegetariani ma, secondo Giovanna Panigata, la maggior parte di coloro che hanno abiurato alla carne non sentono più il bisogno di aggregazione per farsi coraggio nella diversità. Adesso non sono una esigua minoranza. Merito anche dei protezionisti, ossia quelli, e sono parecchi, che hanno detto basta alla grigliata mista per ragioni ecologiche: non è giusto, sostengono, che si facciano stragi d’animali per soddisfare la gola; e non è civile incrementare la macellazione, gli allevamenti in batteria, i trasporti di maiali, bovini e cavalli eccetera, stipati su camion, senza mangime né foraggio né acqua. Crudeltà inutili esercitate quotidianamente tra la generale indifferenza, propedeutica alla violenza per i bambini.

Buoni motivi per evitare il sacrificio della vita sono molti; ma non mancano argomenti neanche agli oppositori del vegetarianesimo. Fra le due categorie la gara è aperta. I carnivori hanno il pallino delle proteine, dicono che quelle nobili ci sono soltanto nella bistecca. Balle, vuoi mettere quante se ne trovano nel miglio e nei fagioli, rispondono gli altri. La discussione di solito prende la seguente piega: l’uomo è onnivoro. Non è vero, mangia carne per cattiva abitudine, per epicureismo. Ha l’intestino troppo lungo per digerirla, imputridisce prima che arrivi in fondo. I felini non solo hanno intestino breve, hanno anche denti adatti per masticarla; quelli dell’uomo vanno bene per frutta e verdura, la carne gli si ficca tra un molare e un altro dove lo spazzolino non può agire. Risultato, carie. Anche la verdura imputridisce. Bella differenza. Provate a mettere una carota e una bistecca al sole dieci ore, poi annusate e vedrete dov’ è il marcio. La carne contiene cadaverina che è micidiale. Non solo, quando uccidono un bue non crediate che lui sia contento, si terrorizza ed emette scariche di adrenalina che resta nelle costate e finisce nella pancia di chi le mangia. Altra sostanza micidiale. Forse anche il prezzemolo soffre a sradicarlo, in fondo è un essere vivente: se potesse parlare, chissà che cosa direbbe.

COSA DICE LA BIBBIA
Figurarsi. Non è vero che le piante abbiano cervello e centri nervosi. E poi che paragone è? Provate a prendere in braccio un agnellino destinato al patibolo, e accarezzatelo. Trema come una foglia, piange. E voi lo sgozzate. Vergogna. Gli animali devono servire all’uomo, sono lì apposta. È scritto anche nella Bibbia. Alt. Dio diede all’uomo questo comando: «D’ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà». (Genesi 2, 16). Dunque Adamo e Eva erano vegetariani, Dio non gli ha mai detto di arrostire le pecore. Ma in seguito l’uomo divenne carnivoro. Per necessità dopo il diluvio universale. Dio disse a Noè appena uscito dall’arca con le bestie: «Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo» (Genesi 9, 3). Logico, le acque avevano distrutto ogni vegetazione e se la famiglia di Noè voleva sopravvivere, non poteva fare diversamente. Ma si trattava di una necessità contingente. E allora come la mettiamo con la moltiplicazione dei pani e dei pesci fatta da Gesù un bel po’ di anni più tardi? I pesci non sono animali? Che ragionamento, quelli erano pescatori in una regione desertica che non offriva altro se non il pesce. Un conto è scegliere tra un animale e la morte per inedia e un altro mangiare carne per voluttà o per pigrizia. Perché la bistecca si cucina in due minuti, mentre per le verdure ci vuole tempo e capacità culinarie se si vuole gustare il loro sapore. La discussione potrebbe così andare avanti ore. Si dice per esempio che bambini e adolescenti abbiano assoluto bisogno di proteine animali. Ma c’è chi sostiene di aver svezzato neonati con latte di soia, ed è un fatto che popolazioni vegetariane campano più a lungo di noi e non sanno che cosa siano infarti e tumori. 

LA GIUSTA MISURA
Eppure crepano lo stesso, bella consolazione morire sani, sottolineano i carnivori. Insomma, la disputa continua ed è difficile dare giudizi definitivi. Mettiamo che la ragione stia nel mezzo, un po’ di carne non sarà veleno ma neppure un toccasana. Gli economisti, cifre alla mano, affermano che meno bistecche finiscono sul nostro piatto, più soldi si trovano sul piatto della bilancia dei pagamenti. In ogni caso, personalmente, se fossi un pio bove preferirei essere amato nella stalla che in padella. 11 luglio 2020

Fonte Link: liberoquotidiano.it

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