“Il ciclista si è reinfettato”: ecco la verità sugli anticorpi

Benessere e Salute, Coronavirus
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Gli anticorpi diminuiscono progressivamente con il passare delle settimane: sebbene i casi di reinfezione al mondo siano circa 20, gli esperti invitano gli ex-positivi a non abbassare la guardia. “Tecnicamente è possibile reinfettarsi nuovamente”

Alessandro Ferro 


Fernando Gaviria, primo ciclista professionista al mondo a rimanere contagiato lo scorso mese di marzo, è risultato positivo per la seconda volta al Covid dopo il responso dell’ultimo tampone molecolare effettuato durante il Giro d’Italia. La sua prima positività venne scoperta ad Abu Dhabi durante l’Uae Tour ed il velocista fu costretto ad una lunghissima quarantena in una struttura ospedaliera negli Emirati Arabi.

Il caso del ciclista riporta prepotentemente in primo piano un tema sempre più discusso negli ultimi tempi: se inizialmente l’unico pensiero era quello di non essere infettati dal virus, adesso una domanda sorge spontanea, soprattutto tra gli studiosi e tra gli ex-positivi che sono guariti ed hanno vinto la malattia: è possibile reinfettarsi?

Ci si può riammalare?

Sono passati più di sei mesi dall’inizio della pandema del Covid-19 e, sebbene il virus si conosca sempre di più, in questo caso le risposte sono molteplici e spesso sibilline. ‘Forse si’, ‘forse no’ e ‘chi lo sa’ potrebbero rendere l’idea. Partiamo da ciò che conosciamo con certezza: con il passare dei mesi, gli anticorpi del nostro organismo diminuiscono ed, al momento, sono stati documentati pochissimi casi al mondo (meno di 20) di persone che sono state infettate dal Covid una seconda volta. Quindi, la risposta sarebbe ‘si, ci si può reinfettare’. Ma non è una verità assoluta, anzi: nessuno studio dimostra l’esatto timing degli anticorpi e pochissimi casi al mondo su oltre 40 milioni di persone attualmente infette servono (per il momento) più che altro da statistica per i libri di medicina.

La questione degli anticorpi

Lo studio. Sul Journal of Clinical Medicine è stato appena pubblicato uno studio italiano condotto dal team del Laboratorio Covid dell’Istituto Europeo di Oncologia, guidato dai ricercatori Federica Facciotti, Marina Mapelli e Sebastiano Pasqualato. La ricerca si è basata su un campione di medici ed infermieri contagiati dal Sars-Cov-2. Ebbene, è stato riscontrato che nelle infezioni non gravi, “i titoli anticorpali contro RBD e Spike, ma non contro la proteina N, così come le citochine pro-infiammatorie sono diminuiti entro un mese dalla clearance virale”, si legge sullo studio. In pratica, pochissime tracce di anticorpi per coloro i quali hanno preso un’infezione “leggera” e non hanno dovuto ricorrere alla cure ospedaliere. Chi, invece, ha subìto un’infezione più pesante od il cui organismo ha reagito in maniera più forte, lo sviluppo degli anticorpi è stato maggiore ma anche in questi casi, con il passare dei mesi, tendono ad abbassarsi od a scomparire del tutto. Attenzione, però: anche se gli anticorpi non sono più rilevati dagli strumenti come il test sierologico, non significa che il nostro organismo li abbia perduti del tutto e non conservi una “memoria” anticorpale.

Il nostro organismo dovrebbe “ricordare” il virus

“Siamo in una fase precoce dove si pensa che l’immunità acquisita persista ancora. Va detto, però, che le persone che hanno un dosaggio anticorpale basso, se incontrassero nuovamente il virus svilupperebbero immediatamente gli anticorpi perché l’immunità l’hanno acquisita anche se il titolo anticorpale circolante non è dosabile”: sono queste le parole della Dottoressa Michela Bezzi, Primario di Pneumologia ad indirizzo Endoscopico degli Spedali Civili di Brescia. Insomma, a sei mesi dalla pandemia, probabilmente chi ha avuto la malattia possiede ancora gli anticorpi anche quando i test sierologici non riescono più a riconoscerli. “Verosimilmente sono ‘dietro l’angolo’ ma all’eventuale ripassaggio del virus sono pronti“, ci dice in esclusiva la Dott.ssa Bezzi.

“Nessun doppio caso”. “Ad oggi, clinicamente parlando, non abbiamo mai visto un singolo paziente che avesse già avuto l’infezione precedentemente, che l’abbia riaccesa o si sia reinfettato dopo mesi di tampone negativo. Questo è un dato confortante”, afferma la Bezzi. Trattandosi di un virus nuovo, però, nessuno può sapere con certezza assoluta cosa accadrà in futuro. “Tra un anno o un anno e mezzo non so se questa immunità verrà mantenuta, magari tra un anno il virus sarà anche diverso e non sarà più un problema reinfettarsi con lo stesso ma magari con il ‘cugino’ o con quello che arriverà tra 8-10 anni, più o meno l’intervallo di tempo con cui si ripropongono queste epidemie di virus respiratori”.

Sebbene pochissimi, una ventina di casi al mondo di reinfezione al Covid-19 sono stati già documentati. Accanto a quelli veri, però, ci sono stati altri casi di un falso doppio positivo. “Vanno sempre verificati: a noi è capitato un paziente che diceva di essere stato ricoverato a marzo in Costa D’Avorio. In realtà, si è scoperto che si era trattato soltanto un ricovero domiciliare, che non esisteva alcun tampone positivo e che nelle sei Tac al torace acquisite in 25 giorni, tutte e sei erano completamente negative. Questo per dire che, trattandosi di un’informazione così importante, abbiamo voluto verificarla”.

Ecco cos’è la “memoria anticorpale”

“Se dovessimo spingerci verso una direzione o verso l’altra direi che non ci si reinfetta, quantomeno adesso perché è trascorso poco tempo”, ci dice la Bezzi. Questo accade perché il nostro organismo conserva una memoria anticorpale anche se non viene più rilevata dai test sierologici, come nel caso di numerosi pazienti che a marzo presentavano le IGg ben visibili e che oggi, in alcuni casi, sono scomparse. “Magari non si riescono a rilevare quando l’organismo è tranquillo, ma non appena il virus si avvicina si accendono e vengono rilevati”, afferma il primario. “È una teoria che esiste per tante altre cose come per il morbillo o la varicella: io, ad esempio, l’ho avuta all’età di 9 anni: anche se gli anticorpi non si trovano, se vado accanto ad una bimbo che ce l’ha, il mio corpo, che ha già incontrato questo virus, ha già acquisito nella sua memoria come produrre gli anticorpi del virus dell’una o dell’altra malattia e li produce immediatamente. È una memoria di immunità che diventa visibile dai comuni test soltanto quando incontra il virus”.

La differenza dei test. La Bezzi spiega anche che i test che venivano eseguiti nei primi mesi della pandemia sono in parte diversi da quelli eseguiti oggi: un ragazzo di poco più di 30 anni positivo al Covid a marzo e che aveva avuto una risposta anticorpale forte, con il test sierologico di qualche giorno fa non gli è più stato riscontrato alcun anticorpo. “Bisogna considerare due cose: anche se le IGg non sono più visibili, la memoria, in realtà, potrebbe ancora averla. Se lui si riesponesse al Coronavirus, probabilmente gli anticorpi li avrebbe immediatamente; l’altra cosa è il tipo di test utilizzato: a marzo potrebbe averne usato uno molto sensibile, attualmente invece un test diverso. È molto importante utilizzare sempre lo stesso, quelli che abbiamo oggi non sono gli stessi di quelli che avevamo ad aprile”.

“Non abbassare la guardia”

Sulla memoria anticorpale è più cauto l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, Responsabile dell’unità di ricerca in statistica medica ed Epidemiologia molecolare università campus biomedico di Roma. “La percentuale di reinfezione è molto rara, ne sono stati studiati soltanto cinque in tutto il mondo. Però è possibile, i virus possono fare tutto ed il contrario di tutto a volte. Ad oggi, comunque, è molto raro”. Il Prof. Ciccozzi predica attenzione quando gli anticorpi si riducono (riscontrato dai test) perché non si ha più la protezione che si aveva in precedenza. “Bisogna stare attenti a non reinfettarsi: i pochissimi casi al mondo sono delle rare eccezioni, in Italia non c’è alcun caso documentato. Tecnicamente, quindi, è possibile ma non ci sono dati che lo confermano. Di questo virus sappiamo abbastanza ma non sappiamo tutto”, conclude l’epidemiologo.

La pandemia da Covid-19 prosegue, purtroppo, con alti tassi di contagio. Su questo virus si sa di più ma non abbastanza. Per evitare ogni complicazione anche a tutti coloro i quali (e sono tantissimi) hanno già vinto la battaglia, è di fondamentale importanza sapere di non essere immuni al 100% e seguire scrupolosamente tutte le regole che ormai conosciamo a memoria.
 20/10/2020

Fonte Link: ilgiornale.it

 
 

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