Si salvi (solo) chi può. L’arrivo del coronavirus a Città del Messico

Spread the love
Città del Messico

Italia-Mexico. Il rischio pandemia approda in un paese rassegnato, sfiduciato, disuguale. Dove ci sono già il dengue, il narco, la violenza, i femminicidi, i sequestri, i terremoti, le inondazioni. Si cerca di arrivare vivi – e soprattutto vive – a casa a fine giornata. «Cosa ci può fare un virus». Nel frattempo nel cimitero di Bergamo sono finiti i posti-

Cloe Mirenda

In Messico sentiamo arrivare la ola del contagio e sembra di vedere due volte lo stesso film. La scorsa settimana un’amica dall’Italia mi ha avvertito della gravità della situazione e dell’importanza di iniziare ad adottare misure preventive anche qui. Un messaggio molto simile le era arrivato due settimane prima dalla Cina. Allora le era sembrato esagerato, così come lo è sembrato inizialmente anche a me. «Pensi di restare in Messico? Ti senti sicura a stare lì durante la pandemia?».

Queste domande hanno innescato un principio di realtà che pochi avevano una settimana fa tra colleghi e conoscenti a Città del Messico. «Il coronavirus presto arriverà qui».

Nel giro di poche ore è iniziata una fase di doloroso spaesamento. Nei social degli italiani in Messico si alternano notizie sulle centinaia di morti giornaliere nel nostro Paese a meme che dipingono il nuovo virus come un problema esclusivo dei ricchi europei o delle classi alte messicane che possono permettersi viaggi in Europa.

In alcune pagine Facebook compaiono commenti che hanno una gran presa sulle masse piene di risentimento sociale nei confronti del Vecchio Mondo, luogo di antichi saccheggiatori, assassini, da sempre vettori di malattie mortali.

«Adesso che l’Europa è debole, è il momento di andarci a riprendere tutto l’oro che ci hanno rubato». «Il virus non attacca i prietos (termine dispregiativo per denominare le persone dalla pelle scura, usualmente indigeni, nda). Questa volta mi sono salvato».

Duole osservare questo volto apparentemente cinico del Messico che si gira dall’altra parte e viene voglia di urlare che siamo tutti umani, che nessuno merita di morire, neanche i tanto odiati “ricchi”. E che siamo interconnessi, se si contagiano i ricchi europei e messicani, non ci vuole niente che il virus contagi tutti gli altri.

No. Questi appelli all’uguaglianza non possono funzionare. Non ha senso invocare l’identità dell’essere umano in uno dei Paesi in cui vivono i più poveri e i più ricchi del mondo. In cui più della metà della popolazione lavora nell’economia informale, senza alcun diritto né garanzie. In cui le condizioni lavorative spesso sono pessime e i salari insufficienti. Come sempre, i più vulnerabili pagheranno con la vita il prezzo di una società che, in nome di una crescita economica selvaggia, si è dimenticata delle persone (oltre che della natura). Come eviteranno il contagio gli anziani che, non avendo alcun tipo di pensione, fanno le pulizie sotto la metro o imbustano la spesa nei supermercati? Per le classi privilegiate, il Covid-19 è un virus spaventoso, ma non necessariamente mortale, per gli altri è la fine.

La prima reazione a questa fine annunciata è stata il rifiuto, la minimizzazione e la burla. I giorni passano e il governo federale messicano delibera che le scuole chiuderanno due settimane prima della data prevista per le vacanze di Pasqua. C’è chi pensa a dove trascorrere le “vacanze del coronavirus”.

Arriva il ponte per il natalizio di Benito Juárez, primo Presidente indigeno del Messico, e gli hotel di Acapulco si riempiono al 90%. Le spiagge sembrano quelle di Rimini ad agosto. Chi resta in città, invece, se ne va al Vive Latino, festival musicale che attrae migliaia di persone. I voli dall’Italia e dal resto d’Europa continuano ad arrivare e non viene applicato alcun tipo di test sui passeggeri.

Fino a qualche giorno fa un italiano non poteva incontrare altre persone nella via di casa, ma poteva arrivare in Messico e viaggiare contagiando – chi lo saprà mai – le persone incrociate lungo il cammino.

All’inizio di questa settimana qualcuno inizia a dire che forse sarebbe giusto restare a casa. Altri ammoniscono di non idealizzare la quarantena, rispondono che è da privilegiati, che si può fare in Europa, non qui. E poi in Messico ci sono il dengue, il narco, la violenza, i femminicidi, i sequestri, i terremoti, le inondazioni. Si cerca di arrivare vivi – e soprattutto vive – a casa a fine giornata. «Cosa ci può fare un virus». Nel frattempo nel cimitero di Bergamo sono finiti i posti.

Viviamo un brutto film in cui le storie si biforcano e i finali saranno prevedibilmente diversi. In Italia chi esce da casa senza una giustificazione rischia la denuncia. Qui chi esce da casa rischia di contagiarsi, ma non può fare altrimenti.

Perché le imprese obbligano ad andare a lavoro, che significa trascorrere diverse ore nei mezzi di trasporto in una megalopoli che ormai conta 20 milioni di abitanti. O perché quello che si guadagna basta per sopravvivere e non dà nessuna possibilità di risparmio.

Una collega che tre giorni fa scherzava nervosamente sulla faccenda, ieri ha confessato che non sa come disinfettare le giacche del marito che torna dal lavoro e che la sua famiglia continua ad uscire nell’ottica – diffusissima in Messico nei confronti di qualsiasi sciagura – che «se ci tocca, pazienza». Oggi ci invia il contatto di una tanatologa, nel caso dovesse servire.

Il virus approda in un Messico rassegnato, sfiduciato, disuguale. Il Presidente Andrés Manuel López Obrador afferma in conferenza stampa che è tutto sotto controllo, il sistema sanitario è preparato e mostra degli amuleti che lo accompagnano. Ma non riesce a convincere neppure se stesso. Il personale dell’Istituto Nazionale delle Malattie Respiratorie (INER) protesta da giorni per la mancanza di un protocollo per affrontare l’emergenza. Si diffondono articoli in cui si mostra che il virus si sta diffondendo molto più lentamente in Messico che in Italia e in Spagna.

Tra i commenti di queste pubblicazioni appaiono le prime testimonianze che fanno temere un collasso precoce del sistema sanitario. «Mia madre ha pneumonia da domenica in Morelos e la secretaría de salud non vuole applicarle la prova». «Non ci sono test disponibili per diagnosticare coronavirus negli ospedali pubblici. Mio cognato lavora nel seguro, ho varie amiche infermiere e non ci sono i tamponi, rimandano indietro i possibili casi con un foglio che dice ‘possibile coronavirus’ ad aspettare che peggiorino […]».

Tra i corridoi – ormai virtuali – dell’Università Nazionale Autonoma del Messico si mormora che si potrà verificare una grave crisi sociale con violenza annessa. Non mancherà chi non accetterà di interrompere le proprie fragili attività economiche per combattere un virus che, fin dal principio, è stato considerato un problema dell’altro, una montatura per far entrare in crisi il nuovo governo di sinistra – o più a sinistra dell’anteriore -, un’invenzione dei media per distogliere l’attenzione da altri temi urgenti, l’ultima trovata degli Stati uniti per mettere in ginocchio la Cina, etc.

Ciò che è chiaro è in Messico non tutti potranno fare il sacrificio di restare a casa. Come in un film distopico, chi potrà isolarsi dalla società, rintanarsi, prima o poi ce la farà. Si salverà (solo) chi potrà.

Fonte Link: ilmanifesto.it

Lascia un commento