Successo di Turandot al Regio di Parma. Il Nessun dorma scalda il pubblico

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Turandot 2020 al Teatro Regio di Parma

Punti di forza di questa edizione dell’ultimo titolo pucciniano sono stati la direzione di Valerio Galli e l’allestimento di Giuseppe Frigeni

di MAURO BALESTRAZZI

Successo venerdì sera al Regio, con otto minuti di applausi finali, per la Turandot che ha inaugurato la piccola ma coraggiosa stagione lirica del nostro teatro, interamente dedicata alla musica del Novecento.

Però c’è voluto il Nessun dorma, all’inizio del terzo atto, per scaldare un pubblico un po’ freddino nei primi due.

Punti di forza di questa edizione dell’ultimo titolo pucciniano sono stati la direzione di Valerio Galli e l’allestimento di Giuseppe Frigeni.

Galli ha rivelato la grande modernità di questa straordinaria partitura, con sonorità a volte aspre e taglienti, sottolineandone i momenti grotteschi (quelli con le tre maschere) e quelli drammatici, ma senza trascurare il lirismo di cui pure trabocca l’opera.

Questo giovane direttore, nato a Viareggio e quindi conterraneo del compositore, si sta imponendo come uno specialista pucciniano: l’augurio che gli si può fare è quello di ripercorrere il cammino di un altro grande amante di Puccini, pure lui toscano, come Bruno Bartoletti, un maestro che al Regio abbiamo avuto la fortuna di conoscere bene e apprezzare.

Altro pregio di questa Turandot, si diceva, lo spettacolo di Frigeni, nato nel 2003 a Modena e, crediamo, rinfrescato per l’occasione, al punto da non denunciare la sua anzianità. Il debito verso Bob Wilson è evidente nell’impostazione rigorosa e di grande pulizia formale, con una scena nera che si colora di volta in volta sullo sfondo e con movimenti minimi imposti ai cantanti, puntando su un’essenzialità che rifugge dal facile bozzettismo e dalla gestualità melodrammatica.

Molto belle anche le luci, dello stesso Frigeni come le scene e le coreografie (costumi di Amelie Haas).
La compagnia di canto ha la sua punta nell’intensa Liù di Vittoria Yeo e nell’ottimo Timur di Giacomo Prestia. Meno a fuoco la Turandot di Rebeka Lokar, generosa ma senza la vocalità d’acciaio richiesta dal ruolo, e il Calaf un po’ ruvido di Carlo Ventre, annunciato indisposto ma applaudito all’appuntamento con il Nessun dorma. Apprezzabili le tre maschere e gli altri comprimari.

C’è chi paragona Turandot al Boris Godunov per l’importanza delle pagine corali: quando il coro è quello del Regio, istruito da Martino Faggiani, in gran forma come lo era ieri sera, la tentazione di farne il protagonista assoluto dell’opera è forte.

Per questi artisti e per il loro maestro si è da tempo a corto di aggettivi, ma la sensazione avuta ieri sera è che stavolta il Coro si sia davvero superato.

Resta da dire che in buca ha suonato (molto bene) la Filarmonica dell’opera italiana Bruno Bartoletti, fondata un paio d’anni fa anche sulle ceneri della vecchia Orchestra del Teatro Regio.

Cacciata dalla porta dal duo Pizzarotti/Fontana per riportare al Regio la Toscanini, è un po’ come se la vecchia orchestra (che in maggio suonerà anche nell’opera di Kurt Weill) fosse rientrata dalla finestra. 11 gennaio 2020

Fonte Link: parma.repubblica.it

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