Qualità urbanistica e politica sulla prima casa a Parma

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Relazione di Luigi Boschi al work shop tenuto presso l’Aula dei Filosofi Università di Parma 10/04/2003

Dio è morto… No è risorto

Giorni fa un conoscente mi ferma e mi chiede:

-perché hai così poche persone con te?

Gli rispondo:

-preferisco coltivare idee e progetti; sono le idee che muovono il mondo. Le persone dovrebbero partecipare a dar valore alle idee, non adoperarsi per il culto della persona, ciò che oggi invece accade. Questo però è imbarazzante, difficoltoso, perché ti porta allo scontro con i poteri costituiti che non amano né gli innovatori, né le innovazioni. E bisogna avere coraggio per farlo, non tutti sono disposti a rischiare la loro micca quotidiana!

Il suo sorriso assenso come risposta mi era bastato.

a) Qualità urbanistica

Le città che si pongono un ruolo Europeo, con o senza Authority, preferibile che vi sia, non possono vivere di economia nostalgica o sul segno del passato. Sono città che devono avere, devono trasmettere un senso, avere l’energia dell’orientamento. I falsi orizzonti sono come le speranze disattese, traducono i sogni, in illusioni. Progettare il nostro territorio significa avere sogni e capacità per tradurli in realtà. Le Istituzioni devono essere pronte all’ascolto, alla valutazione di fattibilità. L’urbanistica è quel sapere che può orientare la nostra speranza di vivere e convivere in un contesto desiderato, in città, luoghi, paesaggi ricchi di luce propria.

L’urbanistica però al di là del pensiero culturale specifico, della filosofia che determina il farsi,  il prodursi e il disfarsi di un ambiente, e di conseguenza la formazione di personalità, di collettività, coinvolge considerevoli interessi economici, produce una conflittualità, che se non pone le basi su saperi,  su di una cultura etica e democratica, diviene campo di lavoro per le più sconsiderate nefandezze, per l’esercizio di un potere arbitrario senza confini. Conosciamo tutti gli ecomostri, siamo tutti al corrente delle lotte a colpi bassi (termine forse da educande!) per l’aggiudicazione degli appalti, siamo consapevoli degli abusi che avvengono sui cantieri. Luoghi dove si frantuma il sogno democratico "il riconoscimento della nostra dignità" -Fukuyama- per far posto, secondo Nietzsche, "al governo della mediocrità, espresso dalla società borghese".

Un interesse economico e d’affari così elevato che lo si manifesta nella comunicazione locale, il cui unico organo cittadino si è reso silenzioso (sarà proprio un caso?), non comunicando, né ricordando, nei giorni prossimi al work shop, questo incontro, importante per il dialogo con la città e per i contenuti che si sarebbero dibattuti. Una maggior attenzione alla diffusione avrebbe reso un servizio di civiltà, ampliando le possibilità di ascolto e la pluralità di opinioni. Non è solo una scorrettezza verso una associazione culturale, il cui unico scopo è quello di dibattere, far incontrare idee e persone su temi di rilievo per il nostro territorio, collegare menti che si vorrebbero invece scollegate, ma verso le associazioni, ordini professionali, cittadini, che hanno aderito, l’Università che ospitava l’incontro. Un giornale incapace, perché impedito dal comando, di pensiero molteplice. Ho comprensione e compassione per chi vi lavora, inqualificabile invece è l’opera di chi tira le fila e produce compiacente questo arbitrio di potere. Si voleva boicottare il work shop, non dandone notizia in prossimità dell’incontro, non pubblicando i contenuti  trasmessi  nella conferenza stampa di presentazione in Provincia del 31 marzo scorso, a cui era presente il cronista, inviato dal giornale? Bravi, l’avete fatto. Complimenti, se questo è il vostro stile di vita? Non solo è riprovevole, ma mi provoca un senso di disgusto. Forme di potere che rendono una città pavida e conformista, incapace di pensiero verità. E’ questo il mio solo commento alla vostra ingiustizia. Nemmeno un gesto, almeno di formali scuse. L’informazione postuma all’incontro è in linea con la pubblicazione degli annunci mortuari, un vostro plus editoriale, da sempre foriere di cospicui ricavi.  Al direttore, anche lui tra i compresi, non ha colpe per ciò che accade in quel giornale, se non per rendersi complice, come gli ho già scritto, vorrei ricordargli la maggiore responsabilità etica e professionale rispetto ad altri suoi colleghi di giornali locali. La testata da lui diretta svolge un ruolo di monopolio informativo, (un fattore forse sgradito all’Europa) e se la qualità democratica è rappresentata anche dalla pluralità informativa (vedi Ciampi), il non dar spazio alle diversità di voci, in particolare a quelle degli indipendenti (scomodi perché non indossano la maglia di parte), come penso di aver sempre dimostrato di essere, che trattano con pertinenza problemi di convivenza e riflessioni di interesse pubblico, in assenza di altri media stampa locali, costituisce un decadimento democratico di questa città, peraltro da sempre molto precario; si è sempre attuata l’oligarchia! (vedi PTCP, piano provinciale di coordinamento provinciale, adottato e approvato). A meno ché non vi sia un problema meramente personale col sottoscritto! Mi costa fatica scrivere, e farlo per nulla poi… vedere così ripiegato su logiche di potere nostalgiche in declino, "l’unico giornale" cittadino, è disarmante, sconcertante, consentitemi indegno per una democrazia dell’informazione; in particolare poi per chi ama questa città, per chi, dopo le positive esperienze in altri lidi, avrebbe voluto dare a Parma, un contributo in capitale cognitivo. Ma ho sbagliato: in questo settore, qui, si preferisce la celebrazione e le pratiche del mercante raccoglitore. E’ con triste rammarico che mi vedo costretto a questa rilevazione, ma sono costretto a farlo, per dovere culturale, con la speranza che questa logica non si riproponga, non perseveri, sia oggetto di attenzione e mi auguro di revisione per una più completa e corretta informazione. E’ una critica a crescere per il giornale e il territorio, non a perdere. Tacere significherebbe condividere il conformismo locale dilagante, soffocare un sentimento di fondo positivo che ho per la testata, per la città. Il valore delle idee va oltre l’interesse personale. Nella franchezza delle mie parole spero si voglia cogliere la riflessione, penso, puntuale delle argomentazioni, non come arringa di parte.

Non è però questa la sede in cui dibattere questi temi, sui problemi della conflittualità e competitività economica, o dell’informazione stampa locale, ma bensì questo incontro deve essere collocato nell’ambito di un pensiero positivo, ricercando il percorso culturale e progettuale per pensare e costruire ambienti capaci di realizzare le potenzialità individuali e collettive. Rilevare sì, ma nell’ambito di un pensiero propositivo, capace di andare oltre, capace di rigenerare le risorse per contrastare l’ineffabile nichilismo; perché allora dovremmo dare l’addio ai sogni! Tutto sarebbe vano. Forse lo è! Ma si vive per giocare non per stare ai bordi del campo.

Salute, casa, lavoro, cultura, ambiente costituiscono i fondamenti del grado di qualità di un contesto, un insieme strutturato o destrutturato che sia, comunque determinante per lo sviluppo della personalità, del carattere individuale e collettivo.

Abbiamo ritenuto opportuno richiamare l’attenzione sull’attività di approfondimento e conoscenza sull’ambiente, nelle sue dinamiche strutturali e infrastrutturali, che provocano una vera morfogenesi dei luoghi, nelle politiche abitative, in particolare poi su quelle della prima casa.

Attraverso incontri work shop periodici si vorrebbe:

a)      aggiornare e sviluppare un dialogo collettivo tra Istituzioni, Università, Aree politiche, Ordini professionali, Associazioni, Professionisti, Ricercatori e Studiosi, Esperti del settore, Studenti, Cittadinanza;

b)      coltivare una conoscenza diffusa sulle dinamiche di contesto e abitative che rendono il nostro tempo vivibile o invivibile; sulle modalità di intervento adeguato o inadeguato; sulla soluzione costruttiva come uno scempio, un’occasione persa o un intervento creativo e di significato; sulla speculazione intelligente e qualitativa o il sopruso inqualificabile; sulla distribuzione degli appalti, le speculazioni territoriali

c)      rilevare le dinamiche abitative e di fruizione, la domanda e l’offerta abitativa;

d)      profilare possibili nuove soluzioni per le emergenze e per le difficoltà abitative.

Si vorrebbe insomma partecipare e condividere la conoscenza del luogo che abitiamo e che determina pesantemente la nostra condizione di felicità. Una città infelice è una città depressa senza futuro, incapace di esprimere il proprio potenziale.

Città cemento

Il consumo del territorio è forse l’aspetto più palese: di fronte a una crescita demografica modesta, dal dopoguerra ad oggi, si è avuta un’occupazione del suolo esponenziale quasi da dire che il suolo è finito sotto una crosta di cemento e asfalto. Ma lo sviluppo può avvenire senza consumo vertiginoso del suolo? Tutte le grandi città perdono abitanti, circa 2MLN, mentre il consumo del suolo è vertiginoso. A Roma a fronte di una diminuzione di 270.000 abitanti in 10 anni, vi è stata una perdita di 24000 ettari di superficie agraria e si sono prodotti 65 MLN di metri cubi di edifici, mentre sono in continuo aumento gli immobili abbandonati. Cervellati: " Città diffusa o città dispersa? La campagna è invasa dalla città? Se non esiste più la campagna è perché non esiste più la città. La campagna non è che il prolungamento del centro storico. La città genera se stessa".

I cambiamenti della città nelle mutazioni strutturali e infrastrutturali costituiscono l’habitat in continuo divenire che condiziona e determina la qualità di vita, lo sviluppo economico, la relazione geografica, il carattere e le specifiche del luogo. "La città è la nicchia ecologica della nostra specie" sostiene Francesco Indovina.

Dobbiamo generare ambienti intelligenti, distribuiti, accessibili. La sostenibilità non può essere punitiva e non può essere diseconomica. L’edilizia abitativa e speculativa devono coesistere in un piano strategico qualitativo di cultura urbanistica. Il territorio, invece, è spesso, forse, stuprato da una cementificazione speculativa. Lo sviluppo urbanistico di Parma è mediocre, manca il coraggio di una architettura innovativa, manca il disegno strategico della città e lo sviluppo della sua identità. Il patrimonio storico e ambientale ereditato non è valorizzato dal piano urbanistico prodotto in cui è palese l’assenza di un progetto qualitativo. Certe periferie sono testimonianze di uno scempio voluto! Le città sono strati storico culturali conviventi, civiltà che si sviluppano in un processo di contaminazione continua. Bisogna avere il coraggio di sperimentare soluzioni; si deve avere l’orgoglio di lasciare l’impronta culturale generazionale. Manca invece un disegno di insieme, la progettazione di quartieri completi, differenziati, con proprie caratteristiche che consentano la relazione, la crescita culturale e sociale. Prevale lo studio di insediamento su quello della qualità di vita che si andrà a generare. Con le pratiche attuali si costruiscono luoghi senza vita: "non luoghi" (Marc Augé) adatti solo per il transito, per non essere abitati. Vi è una proliferazione di questi. Prevale la cultura del pieno al vuoto e si riduce lo spazio immaginario, del sogno; aumenta il delirio da ansietà di privazione, anche di spazio, di complessità ambientale non adeguatamente tecnoassistita. Manca la cultura del paesaggio che diviene fondamento di attrazione e scelta di residenza nello sviluppo della economia delle conoscenze. L’economia delle conoscenze aumenta la richiesta di mobilità, induce a una residenza a bassa stanzialità temporale, l’individuo diverrà molto più mobile rispetto agli attuali stili di vita. Cambiamenti frequenti di residenze che richiederanno case costruite con arredi strutturali di base (armadi, cucina, bagni, servizi). L’uomo libero è leggero, collegato con interfacce tecnologiche a saperi connessi e diffusi, non porta con sé le collezioni da raccoglitore -quello era l’uomo stanziale, così ridotto dal "peso delle cose"- ma tecnologie che gli consentono l’aumento esponenziale delle proprie potenzialità. La Leggerezza, tema caro a Calvino, in "Lezioni Americane". I modelli vincenti sono immateriali, così come le forze guida: finanza, conoscenza, capitale sociale. Una fiorente società della conoscenza deve essere cosmopolita e aperta; deve ricompensare il talento e la creatività; deve investire nelle persone e nella formazione. "L’obiettivo della politica del XXI secolo dovrebbe essere quello di creare società che massimizzino la conoscenza, fonte della crescita economica e dell’autogoverno democratico…La conoscenza è la nostra risorsa più preziosa: dovremmo organizzare la società in modo da massimizzarne la creazione e l’utilizzo." (C. Leadbeater).

Dallo stanziale, al mobile, al virtuale: un circolo virtuoso combattuto dal potere della pratica opprimente, alienante. Il digitale è il nuovo codice genetico del linguaggio e ha aperto una nuova frontiera. Cade la periodicità che è sostituita dall’on line: prevale il tempo reale alla differita.

Le nuove frontiere tecnologiche consentiranno sorprendenti sistemi di telecomunicazione cognitiva online: la nostra mente discrezionale sarà connessa alla memoria di conoscenze in continuo processo. Il digitale è il codice di intesa con la mente, l’azione non è più dipendente da un dovere, ma da un desiderio.

C’è nel pensiero urbanistico questa visione del territorio, un tentativo di interpretazione per la convivenza di microtecnologie, macrotecnologie, strutture tradizionali, innovative, sperimentali tra loro connesse? Dalla sostenibilità allo squilibrio sostenibile potrebbe essere il pensiero che ci accompagna nel prossimo futuro, dove tra flussi, innovazione, caos, si deve ricercare la nuova dimensione di politica urbanistica. Si va verso un flusso di sapere (cybercultura) che circola tra organismi sovrassistiti in rete (cyberspazio) necessari per la governanza della complessità sociale.

La rete siamo noi. L’uomo da sempre si è attrezzato per vivere: con arnesi nell’era contadina, con macchine nell’era industriale, col digitale nell’era della globalizzazione. Interfacce tecnologiche lo liberano alleviandogli la fatica, sottraendolo alla ripetizione, moltiplicandogli le potenzialità culturali e di espressione. I tempi di risposta della P.A. sono inadeguati. Oggi stiamo solo informatizzando la P.A, per convenienza economica più che per il desiderio di servizio. Il passo successivo sarà quello dove tutti  parteciperemo alla costruzione della P.A. Il politico perde in potere discrezionale e determina la qualità del sistema cognitivo diffuso on line a cui partecipa con la collettività alla produzione di conoscenza. La collettività che acquista in potere interrogativo, tempestività di risposta e di potenzialità espressiva. Non si interroga un politico, ma un sapere connesso collettivo. E’ la costruzione dell’intelligenza connettiva diffusa. La P.A. diviene un immenso documento distribuito in costruzione continua, in perpetua riorganizzazione

Dice De Rosnay: "una nuova vita germoglierà sulla terra; una macrovita alla scala del pianeta, in simbiosi con la specie umana. Questa vita ibrida, al tempo stesso biologica, meccanica, elettronica, sta nascendo. Noi ne siamo le cellule. Parliamo di economie, mercati, strade, reti di comunicazione o autostrade elettroniche, ma si tratta degli organi e dei sistemi vitali di un superorganismo che sta emergendo e già esiste allo stato primitivo: il Cibionte. Un essere organico e inorganico sovrassisto dalla logica chimica e matematica."

Questo cambiamento determinato dalla società della tecnica produce una trasformazione della politica: dalla Democrazia rappresentativa determinata dal valore delle ideologie, alla Democrazia rappresentativa partecipata determinata dal valore delle idee, alla Autodeterminazione democratica nella libertà di espressione diffusa e consapevole delle potenzialità individuali.

Severino: "la tecnica è la capacità infinita di realizzare scopi incrementando la "potenza" dell’uomo".

Qual è il pensiero urbanistico di Parma in questo fermento culturale scientifico? A Parma, attualmente, non si va oltre il centro storico, la ristrutturazione storica. E anche qui paghiamo le lentezze del sistema. Alcuni esempi palesi: a)Piazza della Pace, trent’anni di lotte e progetti per produrre poi un prato, nato già storico che però ha il merito di aver dato dignità pubblica alla Pilotta. Il palazzo farnesiano, che ha dato un nuovo volto alla città, deve essere ripensato nelle sue "modalità abitative", aperto a una dimensione polifunzionale che oggi ancora non ha, dopo esser stato per troppi anni abbandonato e reso inabitabile, per decenni oppresso da un desolante, polveroso spiazzo automobilistico.

Non sarebbe opportuno costituire un gruppo di lavoro permanente capace di adeguare e rielaborare il complesso storico della Pilotta all’evolversi culturale della città e al ruolo che deve assumere nel futuro? b)La città latente, ancora sepolta, manca la volontà di riedizione, riscoperta della cultura sotterranea di Parma.

c)Palazzo del Governatore oppresso da una logica mercantilistica e burocratica si appresta forse a divenire museo di arte contemporanea. d)Piazza Garibaldi e il suo sotterraneo devono essere ridisegnati; si deve dare una valorizzazione architettonica e di fruizione che oggi non ha.

Identità. Parma città d’arte, universitaria, della musica, fieristica, food valley, dello sport, di eventi, turistica, ma che fa fatica ad interiorizzare questi contenuti, condivisi e accettati più per logiche mercantilistiche che di identità. Si parla d’arte? Cosa si fa per valorizzare l’attività dell’Istituto artistico, dei suoi allievi! Cosa si fa per coltivare, favorire l’incontro di saperi e pratiche indigene con le culture internazionali? L’Università? Come vive la città il rapporto con l’Università? Innanzitutto si specula sugli alloggi per studenti! Poi i consumi che possono generare. Sono forse considerati gli studenti risorse su cui investire? E’ forse stata favorita la residenza a docenti di valore? Sono stati promossi investimenti in particolari aree di ricerca? Sono seguiti e pubblicati i risultati della ricerca presso la nostra Università? La musica, poi! Cosa ne stiamo facendo di uno dei più antichi Conservatori Italiani! Come promuoviamo l’attività dei musicisti locali? Come adattiamo la nostra città alle note musicali? Le Fiere vivono in un’isola distaccata dalla città, coi visitatori pronti ad andarsene traffico permettendo. Come abbiamo collegato la fiera con la vita del territorio?  Come si riduce un potenziale incontro di culture con la banalizzazione mercantilistica! Food valley Un merito acquisito per tradizioni storiche e una imprenditorialità alimentare diffusa e per le due multinazionali presenti. Ma la ricerca scientifica in questo settore? L’incontro con la cultura enogastronomica poi sconta un ritardo di vent’anni. Si scoprono ora i musei, le vie dei sapori dimenticandosi di chi le aveva proposte circa dieci anni fa. Ricordo per onor di cronaca i musei del cibo distribuiti sul territorio proposti nel 1993, così come la realizzazione di un portale alimentare e di guida gastronomica (Cibusroads) nel 1996. Si è voluto dimenticare il "gusto" cosicché altre città vi hanno pensato. Nell’ambito alimentare si è persa la possibilità di qualificare il territorio per i prodotti artigianali, come luogo di incontro internazionale con i gusti del mondo. Ruolo assunto dal Piemonte con il Salone del gusto che mi risulta fu proposto anche a Parma prima di insediarlo a Torino. Progetto che si sarebbe inserito con la cittadella alimentare in un incredibile luogo di attrazione internazionale. Potenzialità ormai perse: il salone del gusto realizzato a Torino, così come la città del gusto in via di realizzazione dal Gambero rosso a Roma. Si è privilegiata l’attenzione alla produzione alimentare industriale senza coltivare un parallelo sviluppo di cultura alimentare. La cultura dell’eccellenza non può essere ridotta alla sola produzione, modalità che si accosta semmai alla economia terzomondista. Come risolvere il problema poi di inquinamento ambientale locale determinato dall’intensità dell’industria agroalimentare e della zootecnia? Come recuperare un ruolo oggi compromesso, in particolare se non sarà concessa la sede dell’Authority?

Per gli eventi? La pratica mordi e fuggi o lo snobbismo o l’ignoranza. Manca uno struttura che sappia coordinare, gestire l’organicità territoriale, capitalizzare le esperienze. La capacità produttiva dell’evento è di completo dominio esterofilo. Qui si usa celebrare! Il territorio è luogo di transito di culture foreste o morte, di economie esterofile, gran ciambellano a cui resta la mancia del commercio che i signori decidono di lasciare. Qui d’altra parte nel terziario avanzato, nell’impresa culturale non si è mai voluto investire, nonostante i budget stanziati annualmente e che hanno arricchito le economie del sapere altrui. Sullo sport credo si sia praticato una buona cultura, penalizzata da una carenza di impianti sportivi, inadeguati per il ruolo di primo piano in numerose discipline sportive. Non è poi più pensabile continuare ad avere uno stadio in centro città. Fuori lo Stadio dalla città, al Tardini un parco delle acque anche Termali!

Ubicazione di un nuovo parco dello sport, che includa anche lo stadio del capoluogo, sviluppando e collegando un sistema infrastrutturale viario e di servizio delle aree dedicate alle pratiche sportive. Per le attuali presenze di impianti significativi, credo, che questa area infracomunale possa insistere sull’asse Collecchio – via Emilia per le strutture presenti.

Dunque la proposta nello sport per la città è: fuori lo stadio, al Tardini un parco delle acque con le Terme. L’acqua? Sapete che esiste una falda di acque salsobromoiodiche nell’area di Lemignano? Sapete che il comune di Parma paga la concessione allo Stato per tenerla poi chiusa? Un condotto di bassissimo costo, consentirebbe di avere anche nel centro della città uno spazio d’acqua rigeneratore, un luogo in cui stare "oziando". Un’area della città dedicata al benessere della persona, alla cultura, alle relazioni, un nuovo luogo di incontro con bar, ristoranti, emeroteca, sale cinema, piscine, reparti di cura e rigenerazione fisica. Una nuova piazza della città all’interno di un parco d’acqua. Una struttura dell’archeologia sportiva reinterpretata per un’area della cultura psicofisica individuale e di nuove modalità di socializzazione collettiva, un centro tra la Cittadella, i campi di via Zarotto, il parco Barilla/Eridania. Una fascia verde a sud est della città che si contrappone al parco Ducale e al progetto di percorso d’arte moderna all’aperto (land art), pedonale e ciclabile, sugli argini del Parma e del Baganza, che collega la città al nord con la Reggia di Colorno, al sud con il Parco Boschi di Carrega, che congiunge la città delle scienze, con il polo umanistico.

Cosa abbiamo invece oggi? Un luogo del calcio divenuto area di libertà vigilata.

La partita scatena un altro mondo: rumori di automezzi con sirene, elicotteri, un presidio invivibile governato dalle pratiche di scontro e dal flagello del calcio fuori dall’arena, sinceramente insopportabile. Città che diviene blindata, vie precluse, poliziotti in stato di guerriglia, mezzi blindati, autobus scortati, occupazione totale di parcheggi, disagio nei giorni di relax per i residenti, possibili devastazioni del dopo partita. Quello che dovrebbe essere un incontro per il divertimento collettivo e il piacere, il gusto del gesto atletico o del virtuosismo balistico, si trasforma in ansia, stress, disagio, paura, a volte pure morte. Cosa abbiamo fatto del nostro calcio! Un esempio di cosa è capace il denaro, l’esempio di come la ricchezza, la finanza, il potere economico ha rovinato e rovinerà lo sport, divenuto spettacolo, nello società dello spettacolo impegnata nella rapina, nel togliere, nell’occupare piuttosto che nell’aver cura di sé, degli altri, dell’ambiente; uno sport che sostituisce il virtuosismo con l’inganno e lo scontro. Non solo calcio ovviamente, guardate il ciclismo…ed abbiamo sindaci e assessori che si prestano alla consegna della maglia rosa, verde…un colore per ogni tipo di dopaggio si potrebbe dire. Dal giro d’Italia alla presa in giro! Ma al di là delle degenerazioni, l’attuale logistica dello stadio è divenuta obsoleta, sia per la sua evoluzione (involuzione) del calcio, sia per il coinvolgimento e impatto sociale. Uno spettacolo divenuto ormai bisettimanale per gran parte del periodo dell’anno. Lo spostamento di questa struttura è da tempo discussa, ma nulla si fa per rimuoverla.

Esistono infatti tre ipotesi logistiche:

-area fiere

-area tra Parma e Reggio (stadio multiprovinciale)

-area Lemignano/Vicofertile

La scelta dei luoghi è logico ricopre un interesse economico che contrappone i poteri forti della città. Al di là di ogni scontro, l’importante è che lo stadio si sposti dal centro e che sulle ipotesi delle aree si apra un confronto aperto nell’interesse della collettività.

Perché ora propendo per Lemignano/Vicofertile tra le ipotesi fattibili?

a)      per il basso impatto ambientale;

b)      per l’accesso facilitato alle infrastrutture stradali e ferroviarie;

c)      per i contenuti costi di realizzazione;

d)      per un sistema urbano sportivo che si trova collocato nell’area ovest della provincia;

e)      per l’originalità del progetto

Ma ritorniamo alle riflessioni sulla qualità urbanistica. Dicevo che, se nel centro si è sviluppata la pratica del restauro, dimenticandosi spesso del valore della patina storica, del valore del tempo, della qualità della nuova tipologia di insediamento, fuori, al di là di qualche singolo edificio, non vedo una architettura di insieme intelligente, qualitativa e innovativa. Per non parlare delle infrastrutture nei quartieri! Io credo che architetti, ingegneri, geometri siano stanchi di mettere al servizio di una committenza miope e solo speculativa la loro professionalità. Non è quindi un problema di carenze professionali, come qualcuno ha sostenuto, e che invece io penso vi siano, ma di una committenza, appoggiata da una classe politica e dirigente consenziente, che determina lo sviluppo di questa mediocrità urbanistica. Il tutto avvallato da una legislazione nazionale che continuando a favorire la speculazione sulle aree, genera un contesto di competizione economica alterato. Così come si è orgogliosi per i premi ottenuti -"il Principe e l’Architetto: nuove idee per ripensare la città"- nello stesso tempo, non riesco a comprendere come mai riconoscimenti per opere civili che rientrano nel mercato immobiliare, realizzate dalla committenza privata e avvallate dalla Pubblica Amministrazione, non vengano promosse a modelli di architettura innovativa o di qualità urbanistica; ed è proprio in questo ambito, invece, che si definisce la condizione di qualità di vita collettiva. Non si costruiscono ambienti organici, vocati alla felicità, favorevoli allo sviluppo di una relazione sociale di valore, in cui sia facilitata l’espressione delle potenzialità e di civiltà. Si è cercato e si cerca, invece, di mascherare la barbarie urbanistica attraverso gli "spot" di alcune opere pubbliche. Vi è stato forse un così alto impegno nel disegno qualitativo dei quartieri, che si possa avvicinare alle opere oggetto del meritevole riconoscimento? Mi sono sforzato di individuarlo, ma non l’ho ancora trovato.

Si sono criticati gli anni 60/70 fine 80, ma si continua a produrre cemento con la stessa cultura. Poi ci si lamenta del disagio giovanile, della presenza delinquenziale…Costruiamo invece un contesto più vivibile! Parma, per dimensioni demografiche, ha tutte le possibilità per correggere il tiro qualitativo urbanistico, ma si stanno perdendo grandi occasioni. Anche l’attività di riqualificazione effettuata, necessaria, si è limitata ad aspetti decorativi piuttosto che a interventi innovativi con soluzioni tecnologiche avanzate, l’utilizzo di materiali intelligenti, edifici meno energivori, veicoli a idrogeno, strade mobili, la priorità del trasporto collettivo.

La qualità urbanistica richiede un confronto aperto nella logica di una democrazia rappresentativa partecipata, la nuova frontiera determinata anche dalla rivoluzione della cultura digitale che sta  cambiando radicalmente il modo di essere della P.A. L’osservatorio territoriale permanente, premi di ricerca e/o borse di studio, la pubblicazione on line sullo sviluppo urbanistico, costituiscono gli strumenti di questo pensiero politico. Una politica aperta e in grado di coltivare il capitale cognitivo, la vera ricchezza nella economia delle conoscenze. La complessità sociale richiede la diffusione dei saperi sul territorio, condizione per sviluppare quella consapevolezza necessaria ad una società ad alta riflessività in cui la competenza svolge un ruolo fondamentale per costruire una democrazia rappresentativa partecipata. Una cittadinanza che delega a una coalizione politica un ruolo temporaneo di governo, ma non abdica alla sovranità e alla partecipazione nelle scelte strategiche. Una società per definizione attiva, non passiva, dove le decisioni devono essere prese sulla base di una riflessione pressoché continua. L’osservatorio permanente territoriale costituisce uno strumento palese di questo pensiero politico.

Certamente, per gli eletti, non è più il tempo dell’incarico politico da dopo lavoro.  A meno ché omertosamente non si voglia continuare a perpetrare il disastro. Non vi è poi solo il conflitto di interessi, ma è molto più ampio e diffuso il problema dell’incompatibilità o del conflitto professionale, non meno problematici. La decadenza politica è evidente nella incapacità di esprimere un modello, nel continuo assemblaggio di soluzioni, quando consapevoli di una situazione degenerata, non si ha il coraggio di un pensiero rigenerativo. Nella complessità crescente o si sviluppa la ricerca per un modello pur in continuo divenire, ma che mostra la propria identità, o si adotta un modello esistente. Gli attuali "paciughi da inciuci politici" sono deprimenti per l’intelligenza.

Operaprima ha sottoposto al Presidente della Provincia di Parma, al Sindaco del Comune capoluogo:

1.      la costituzione di un osservatorio territoriale permanente composto dai rappresentanti delle istituzioni, Università, aree politiche, ordini professionali, associazioni culturali e di categoria,  ricercatori e studiosi, esperti di settore;

2.      l’erogazione di premi di ricerca e/o borse di studio collegati a questi temi di strategia qualitativa per il nostro territorio;

3.      la pubblicazione stampa e on line degli atti e degli interventi del work shop

4.      la pubblicazione on line sullo sviluppo urbanistico del territorio

5.      l’attivazione di un sito in grado di monitorare la richiesta e l’emergenza sulla prima casa, lo stato d’essere del sistema abitativo

Non è più l’urbanistica che governa il piano edilizio, ma è l’edilizia che governa il piano urbanistico. Così come il piano regolatore è divenuto un insieme troppo complesso di regole che consente ampio spazio alla discrezione politica e ai pochi esperti.

La carenza di una urbanizzazione di qualità è l’espressione della mancanza di qualità delle amministrazioni. E’ la presenza di un conflitto amministrativo dove le Province hanno soggezione delle città capoluogo, accentuato laddove esiste una diversità politica di governo. Se la Provincia è la rete, i comuni costituiscono i nodi. La Provincia come rete, è governo e coordinamento dei sistemi e dei flussi. E’ l’Istituzione territoriale di sviluppo, governo e coordinamento delle reti di: telecomunicazione, viaria, idrica, economica, culturale, energetica, ecc. I Comuni come nodi di una rete, costituiscono il governo delle potenzialità locali. I Comuni sono i nodi connessi dove le potenzialità locali si esprimono e si manifestano collegati ad una rete che si qualifica proprio grazie all’espressione del potenziale cognitivo, sociale, finanziario dei singoli nodi.

Infrastrutture nazionali, regionali, locali: manca un progetto organico infrastrutturale di mobilità e telecomunicazione. L’importanza e la priorità di un trasporto urbano, provinciale, regionale e di collegamento alle reti nazionali non può più essere rimandato. Le caratteristiche riconosciute o assunte dalla città e dal territorio provinciale esigono una progettazione organica sistemica. Essere città e territorio universitari, della musica, d’arte, fieristici, enogastronomici, dello sport, di eventi, turistici unitamente ai suoi aspetti industriale/artigianale produttivo e commerciale, comporta un costante aumento dei flussi di persone e manca un serio piano soprattutto di mobilità collettiva. Le infrastrutture per trasporto veicolare individuale riproducono se stesse con un effetto di immobilità, collasso e inquinamento ambientale. Lo sviluppo delle infrastrutture è inadeguato rispetto all’aumento costante di mobilità. Telecomunicazioni e mobilità collettiva assumono un ruolo di priorità. Connettere laddove non ci sono collegamenti e potenziare gli esistenti, dotarsi di sistemi di comunicazione virtuale. Un progetto di viabilità collettiva veloce e rapido collegato alle città, alla città, all’aeroporto, alla stazione, al centro fieristico. Colleghiamo e comunichiamo ambienti che consentano alla persona di esercitare le proprie potenzialità, a basso impatto ambientale, a forte organicità sistemica. Infrastrutture, in particolare quelle collettive, che potrebbero dare un nuovo stile di vita alla stessa città e agli abitanti della provincia, che consentirebbero una reale presa di coscienza di identità per chi viene da fuori. Restituire un ambiente più sano e vivibile! Più interconnesso, meno improvvisato, ripiegato su logiche speculative. Il piano di mobilità comprende la complessità e la semplifica per il residente, l’utente. Il piano di mobilità deve essere concepito come un sistema intelligente di soluzioni integrate capace di gestire le complessità, le esigenze di comunicazione di una collettività aperta, di esaltare e preservare le qualità ambientali. Un sistema di collegamento alle province limitrofi. Questo vorrebbe dire concepire luoghi abitati, aperti alle ricchezze del territorio, rinvigorire i paesi della Provincia, spesso ridotti a dormitori, alleggerire la viabilità cittadina, diminuire l’inquinamento ambientale, sostenere e valorizzare le differenze locali; porre le condizioni quindi per evitare l’abbandono della montagna, e creare là nuove opportunità di sviluppo.

La nuova via Emilia ad esempio non può essere concepita come raddoppio dell’antica via consolare e non può essere determinata dal collasso dell’esistente. Il progetto della nuova via Emilia del terzo millennio deve essere tecnologico, multimodale, integrato alla via Emilia esistente, dotato di  stazioni – scambio-servizio.

Dalla lettura dell’attuale sistema dei piani di trasporto (persone/merci), dalla rete stradale a quella ferroviaria, a quella aeroportuale, all’interporto (la cui funzione sembra essere meno strategica di quella pensata originariamente), il territorio sembra concepito in un assemblaggio approssimativo, speculativo, non funzionale alla persona, ma per chi l’ha prodotto. Più che un sistema interconnesso sembra un transito multimezzi scollegato, inadeguato alle potenzialità del territorio e per chi lo abita. Così come dal piano non si evincono precisazioni sugli sviluppi realizzativi, altrettanto non sono indicate le politiche strategiche a sostegno dello sviluppo culturale, economico, sociale, demografico del territorio. I vari progetti di viabilità devono essere presentati corredati da tempi, ipotesi e costi di realizzazione. Altrimenti sono preliminari (spesso di propaganda) così come vengono definiti dal Ministero competente. Senza un completamento con i dati si riduce a un piano di intenti. Una società deve essere resa consapevole di ciò che le si sta costruendo attorno, ognuno deve sentirsi partecipe, protagonista. Non si possono considerare gli individui "massa da allevamento".

*Allegato: testo legge Francese sulla progettazione delle strade extraurbane tra le necessità prioritarie della pianificazione urbanistica finalizzandola alla riduzione degli effetti nocivi della strada, alla sicurezza, alla qualità architettonica, urbanistica e del paesaggio lungo la strada. 

*Legge Francese

Un articolo di una legge approvata nel 1995, famoso come Legge Barnier dal nome del Ministro firmatario, o emendamento Dupont dal nome del senatore relatore dell’articolo, è stato inserito nel codice dell’urbanistica francese come art L. 111-1-4, relativo al miglioramento della protezione della natura. Esso  inserisce la progettazione delle strade extraurbane tra le necessità prioritarie della pianificazione urbanistica, finalizzandola alla riduzione degli effetti nocivi della strada, alla sicurezza, alla qualità architettonica, urbanistica e del paesaggio lungo la strada. 

(testo italiano/francese. Traduzione e adattamento di G. Di Giampietro, DST, Polimi, 11/99)

      Articolo L-111-1-4  del codice dell’urbanistica francese

Legge n. 95-101 del 2 febbraio 1995, relativo al miglioramento della protezione dell’ambiente, articolo 52, divenuto articolo L. 111-1-4 del codice dell’urbanistica  (*)

 (*) Precisato con Circolare applicativa n. 96-32 del 13 Maggio 1996. In vigore dal 1/1/1997.

Al di fuori delle aree urbanizzate dei comuni, è proibita qualsiasi costruzione o installazione all’interno di una fascia di 100 metri da una parte e dall’altra dell’asse di autostrade, di strade espresse a limitazione di accesso e di tangenziali ai sensi del codice della strada, e di 75 metri da una parte all’altra delle altre strade classificate di grande circolazione (strade statali e regionali di grande traffico, ndt).

Questo vincolo non si applica a:

  • costruzioni e installazioni collegate alle necessità delle infrastrutture stradali (stazioni di servizio, caselli autostradali …ndt)
  • servizi pubblici che richiedono la prossimità all’infrastruttura stradale (servizi di soccorso…ndt)
  • edifici connessi alla conduzione agricola del fondo (gli annessi, non le abitazioni, ndt)
  • reti e canalizzazioni di interesse pubblico (supporti alle reti idrica, elettrica, di telecomunicazioni, installazioni di rilevamento dati stradali meteorici…. ndt).

Esso non si applica altresì alla ristrutturazione, ricostruzione ed ampliamento delle costruzioni esistenti.

Le disposizioni dei comma precedenti non si applicano allorquando le prescrizioni stabilite per tali zone all’interno dei piani urbanistici attuativi (POS, piano di occupazione del suolo, ndt), o di un documento urbanistico equivalente, contengono giustificazioni e motivazioni con riferimento, in particolare, agli effetti nocivi della strada, alla sicurezza, alla qualità architettonica, alla qualità urbanistica e del paesaggio.

Fonte: Entrées de ville et article L. 111-1-4 du code de l’urbanisme, (CERTU 1997), Ministère de l’Equipment des Transports et du Logement, DAFU, CERTU, Centre d’études sur les réseaux, les transports, l’urbanisme et les constructions publiques, Lyon  – 80 pag. fig., bibl., 95 F. 

Article L.111-1-4 du code de l’urbanisme Loi n0 95-101 du 2 février 1995 relative au renforcement de la protection de l’environnement, article 52, devenant l’article L. 111-1-4 du code de l’urbanisme(*)

(*)  Circulaire d’application N° 96-32 du 13 Mai 1996  EQUU 960077C

 En dehors des espaces urbanisés des communes, les constructions ou installations sont interdites dans une bande de cent mètres de part et d’autre de l’axe des autoroutes, des routes express et des déviations au sens du code de la voirie routière et de soixante-quinze mètres de part et d’autre de l’axe des autres routes classées à grande circulation.

      Cette interdiction ne s’applique pas

      – aux constructions ou installations liées ou nécessaires aux infrastructures routières

      – aux services publics exigeant la proximité immédiate des infrastructures routières

      – aux bàtiments d’exploitation agricole

      – aux réseaux d’intérét public.

Elle ne s’applique pas non plus à l’adaptation, la réfection ou l’extension de constructions existantes.

Les dispositions des alinéas précédents ne s’appliquent pas dès lors que les règles concernant ces zones, contenues dans le plan d’occupation des sols, ou dans un document d’urbanisme en tenant lieu, sont justiflées et motivées au regard notamment des nuisances, de la sécurité, de la qualité architecturale ainsi que de la qualité de l’urbanisme et des paysages.

La Montagna. Quale ruolo, identità futura per la Montagna Parmense? Oggi si limita la montagna a una proposta di servizio per la pianura che è inaccettabile, non strategica, che priva la montagna di ogni autonomia economica e di sviluppo reale, la riduce a servizio per l’economia agroalimentare. In cambio di che? Di transito turistico e di decorativismo paesaggistico? Pensate, la Val Baganza risulta completamente dimenticata: Non viene nemmeno più citata. Eppure esiste, ha dato vita ad una ricca economia agroalimentare. Il nome non risulta inserito in nessuna delle due comunità montane. E’ la conseguenza della spartizione dei comuni della stessa vallata ad una o all’altra comunità senza alcun  rispetto per le logiche di identità storica e geografica di valle, oggi per la politica è inesistente.

Sentire parlare di sfruttamento della montagna, dopo la rivolta che si è avuta della natura contro l’uomo, per l’antropizzazione selvaggia praticata, sta a significare che l’uomo non pensa, si limita ad agire in un sistema dove l’entità cerebrale non ha senso. Diciamo che ha senso se si presta all’economicismo e al servilismo. Il patrimonio ambientale della nostra montagna non può essere abbandonato nelle mani di chi ne ha distrutto la storia e i saperi. E’ dir poco, vedere l’intervento dell’uomo orientato alle sole logiche del denaro, della educata ignoranza civile, senza pensiero estetico. Tanto da paragonare, in un incontro sulle valli, l’Appennino ovest parmense al nord-est italiano.

Rilevazioni di cronaca. Si vedono resti di case abbandonate, costruzioni in sasso di plastico intonacate, o viceversa case con intonaco antico spellate, e stuccate a sasso faccia a vista. Tetti in piane sostituiti con coperture moderne o finto antico. Edifici storici, un convento del 400, abbattuto per un nuovo contenitore burocratico, case dei maestri comacini lasciate all’incuria, un teatro del 700 abbattuto per l’attuale scempio di un cinema moderno, rasa al suolo una chiesa del 1000, probabilmente di origine longobarda, per il niente. Le aree dei Parchi presentano strutture, edifici che meriterebbero più attenzione così come lo sviluppo urbanistico locale non è in linea con la logica paesaggistica. Di scarsa attenzione risultano poi le ristrutturazioni che non rispettano spesso logiche di impatto ambientale e culturale. Una cultura del paesaggio dovrebbe essere diffusa dotando il territorio di un sistema distribuito attraverso centri dedicati con responsabili territoriali a cui sottoporre progetti strutturali, dell’arredo, dei luoghi collettivi, infrastrutturali, di ristrutturazione dei singoli Comuni.

Non parliamo poi delle opere infrastrutturali e dei pochi, per fortuna, insediamenti industriali, ma che hanno reso il fiume Taro impraticabile se non dopo Carniglia.

Strade che si inseriscono brutalmente avendo cura degli interessi individuali anziché di quelli ambientali; ponti ad angolo retto di elevato pericolo stradale, case terremotate per l’utilizzo, probabilmente di esplosivi, o comunque di sistemi inidonei durante le perforazioni di gallerie; cementificazioni di colline e sponde di fiumi. Costruzioni di discariche. A Tiedoli in un paesaggio splendido, su una sorgiva, a fianco di una frana, a mezzacosta di una montagna, cosa è stato costruito? Una discarica che domina Magrano e Ostia parmense.

La creatività di un amministratore è sconfinata! E’ un modo per incrementare l’insediamento, residenziale, per far sì che la gente si senta "protetta" da un possibile disastro. La montagna, un luogo da riempire di rifiuti… tanto è disabitata!

Vai a Cereseto e cosa scopri? Scopri che a 500 metri dal paese passa un gasdotto della Snam e ovviamente gli abitanti del luogo si riscaldano col gasliquido. Cosa non si fa per far disabitare i luoghi! Telefoni al Comune di Compiano sotto cui Cereseto dipende e il tecnico cosa ti dice? "non ci è mai pervenuta alcuna richiesta di collegamento al nostro gasdotto comunale. Non potremmo poi per la distanza e per le poche persone che abitano in Cereseto collegare il paese. Al tempo del passaggio del gasdotto c’era poi un’altra amministrazione." Avete capito come in uno stesso comune si creano gli abitanti di serie A e serie B? Come è facile scaricare le colpe sugli amministratori precedenti! Beh come minimo il Comune di Compiano dovrebbe porre rimedio alla miopia di visione progettuale amministrativa. Non si vorrà che sia il cittadino a occuparsi della strategia di sviluppo dei servizi comunali? Il permesso di passaggio al gasdotto della Snam chi l’ha concesso, il padre eterno? Come contropartita non poteva essere richiesta la rete distributiva nelle case e il collegamento col gasdotto comunale? E se ci si è sbagliati e non si è avuta lungimiranza, si deve porre rimedio ora.

Provate poi a controllare come sono stati realizzati e come vengono mantenuti gli scarichi delle acque, i fossati stradali, il sistema di drenaggio diffuso. Una zona l’Appennino parmense con 2300/2400 mm di acqua all’anno; tra i più piovosi dopo il Friuli con 3000 mm. Forse varrebbe la pena sovrastimare le portate d’acqua delle canalizzazioni durante le costruzioni stradali? O è chiedere troppo! Ma dimenticavo le strade si fanno in economia, con studi affrettati, devono costar poco, le frequentiamo tutti! Anche se sono bagnate…o allagate! Poi nessuno paga il pedaggio!

Invece per gli stadi di calcio spendiamo miliardi per avere un terreno che dopo mezzora di diluvio è perfettamente drenato come se fosse stato al sole tutto il giorno. Nella Montagna lasciamo che scrosci l’acqua da tutte le parti, i versanti scendano a valle e le strade si allaghino. Vorrà dire che andremo ad abitare negli stadi e vedremo giocare il pallone acquatico in Montagna, seduti sulla discarica, riscaldati dal gas naturale.

Ma la montagna è lì e prima o poi si vendica del male subito. Lei non teme, ha grandi capacità di sopportazione, poi si ribella, si muove, mette in atto le sue armi naturali e va a ricoprire l’immondezza per anni subita. E l’uomo ne paga le conseguenze; si dice che l’uomo di montagna non ne vuole sapere delle novità. Certo lui sa cos’è la montagna, lui ha imparato a conviverci, a saper cogliere ciò che di per sé offre. La montagna non è per cementificazioni e costruzioni di produzioni di massa (impensabili e devastanti), nemmeno per il turismo di massa. La montagna è silenzio, è musica, è aria-vento, è sapori, gesti lenti, lunghi, umori mutevoli, l’uomo di montagna sa, l’uomo di consumo non sa, non sa nemmeno di essere consumatoio. La montagna non vuole essere sfruttata, odia la prostituzione e il servilismo; è consapevole della sua forza naturale. E’ un’amante che si dona orgogliosa della sua bellezza, della sua natura. E sa farsi giustizia. Emergenza, demagogia e populismo regnano sui disastri, i saperi si tengono a tacere e i politici si affannano a provocare faziosità tra la gente in funzione del voto da portare come i cani da riporto al partito. Piove sul bagnato è il caso di dire. E comunque non vi sono mai responsabilità dirette. Non ho mai visto una amministrazione che paghi per i danni causati. E sto parlando del non saper fare, non della corruzione o connivenza.

Proviamo ad andare invece all’Università, a Scienze Ambientali, per capire, comprendere, andiamo a vedere cosa c’è nei loro cassetti delle ricerche, parliamo con i docenti o i ricercatori, incontriamo esperti che da anni lavorano sul territorio. Si scoprono una quantità di informazioni che non possono non provocare inquietanti domande sull’operato degli amministratori, dei politici, degli operatori economici. Si sapeva e si taceva omertosamente, forse! La natura ha solo scoperto la pentola che ribolliva. La Montagna ha grandi capacità di sopportazione, ma prima o poi si vendica del male subito, si muove, si ribella mette in atto le sue armi naturali e va a ricoprire l’immondezza per anni subita; lo fa però a suo modo ciecamente, senza distinzione, senza pietà, senza discriminare. La gente comune purtroppo, spesso paga le conseguenze di quelli che hanno agito invece per il proprio interesse.

Forse pochi sanno che l’Emilia Romagna è dotata da 10 anni almeno di una cartografia geologica e idrogeologica completa in scala 1:10.000 con una tolleranza di errore di 10 metri. Un progetto finanziato dalla Comunità Europea a cui hanno partecipato anche la Baviera e la Catalogna. Strano, ma vero, la gente non sa di questa esistenza, se non gli addetti ai lavori, le carte geologiche infatti non sono state distribuite in modo da diffondere la conoscenza e quindi aumentare il grado di consapevolezza collettiva sul territorio. Se poi persone dotate di curiosità, e desiderio di conoscenza venissero a sapere che esistono, devono richiederle alla Regione, che attraverso una società privata (Archivio Cartografico Mapservice s.r.l.) costituita al proprio interno, le vende a 10.000 cadauna. Le conoscenze così non distribuite rimangono nei cassetti in attesa di essere scoperte.

Come tradurre un finanziamento comunitario, per una conoscenza collettiva, in caccia al tesoro!

Questo primato sconosciuto di saperi sul territorio in Europa, la presenza della Università con i suoi diversi dipartimenti sulle scienze del territorio e dell’ambiente, che hanno condotto le rilevazioni e realizzato la mappatura, non sembrano sufficienti per una politica di intervento preventivo e per effettuare scelte di sviluppo strategico territoriale. Che cosa si vuole di più!

Questa cartografia dopo essere stata per anni nei cassetti del Servizio geologico di Stato (rilevazioni del 1983 pubblicazioni nel 1996 a proposito di efficienza del centralismo), sembra che debba rimanere anche nei cassetti degli apparati burocratici o comunque sia male utilizzata e distribuita.

Ne troverete una appesa nel Bar di Ostia Parmense, consegnata da me personalmente -cosa che farò anche per altri paesi dell’Appennino-, sperando che nei luoghi pubblici, nel futuro, siano presenti queste informazioni, così come mi auguro che i comuni o le comunità montane le pubblichino in Internet corredate magari di informazioni storiche, anziché favorire l’intrattenimento. La Provincia, ad esempio, nel suo sito Internet avrebbe potuto pubblicare la geologia del territorio, ma forse è troppo impegnata a pubblicare le sue istituzioni, oppure gli spettacoli, le pizzerie, i luoghi di incontro -cosa che già editori privati fanno egregiamente. Laddove invece l’informazione pubblica è necessaria, se ne registra l’assenza.

Ora mi chiedo come mai questi saperi non sono distribuiti? Perché non vengono proposti incontri, corsi di formazione con le popolazioni sui problemi geologici, idrogeologici, ambientali dei luoghi dove vivono? Perché non viene fatta una adeguata informazione pubblica sui saperi del nostro territorio condotta da coloro che li detengono, non dai politici o dagli amministratori che preferiscono tenere una popolazione nell’ignoranza e a volte manipolano o tacciono le conoscenze. Non è sufficiente proclamare incontri, bisogna adoperarsi e volere la conoscenza dell’altro. Un buon pedagogo deve sapere come trasmettere le conoscenze! Non basta enunciarle, non basta organizzare incontri per poi lavarsene le mani.

Si preferisce invece l’intrattenimento: fa più audience! E poi permette di lavorar meglio! E’ la degenerazione del sistema rappresentativo: le persone demandano e assegnano con il voto la responsabilità e il loro destino ai politici, i quali trattengono il potere e sottraggono le conoscenze ai loro elettori, agiscono indisturbati e spesso impuniti come se il territorio fosse di loro proprietà.

In una società complessa le conoscenze distribuite sono fondamentali per convivere in modo consapevole, corresponsabile, partecipato, solidale: è alla base della governanza. Il tacere e il nascondere è un crimine di civiltà. E di questo dovrebbero rispondere coloro che sapevano e non hanno agito. Il problema della responsabilità dell’Apparato o soggettiva deve emergere altrimenti il disastro si ripeterà. E questo non per la ricerca del garantismo, ma per un intervento sul sistema che è oggi più che mai degenerato.

I comportamenti contro la civiltà non possono passare come calamintà naturali. Il patrimonio della nostra montagna non può essere abbandonato nelle mani di chi ne ha distrutto la storia e i saperi.

Il volontariato e la solidarietà delle persone, sempre pronti verso l’emergenza e il dramma umano, giustamente, non possono essere usati per attenuare le colpe di chi ha causato consapevolmente il disastro. Cosa non si fa per il risultato economico immediato divenuto il solo obiettivo di interesse anziché strumento necessario di uno sviluppo sociale! E poi ci si meraviglia e ci si interroga sulla richiesta crescente di sostanze stupefacenti per il divertimento da sballo da parte dei giovani! E’ poco quel che succede per ciò che è perpetrato. La mucca pazza non è un fenomeno relegabile alla carne: è l’espressione, l’identità attuale di una società degenerata.

Il valore dei parchi del silenzio. Per fortuna il degrado non è totale. Quando ci si addentra in aree che mantengono la loro storia, il loro verde, con piante secolari che governano la quiete, lì, a volte, si sente l’emozione di vivere, una vita ricca del niente. Ricca senza corpo, dove la dimensione materiale si esalta a pensiero puro, a emozioni. Lì per alcuni istanti c’è la dimensione dell’io eterno. Ti giri, cambi visuale, il disastro. Vedi lo scempio. E chi ha permesso questo degrado? Non sono forse proprio quegli enti pubblici, quegli imprenditori, quei cittadini così attenti all’interesse del particolare che hanno prodotto lo scempio, il nostro "Olocausto" ambientale. Così come Giovanni Mariotti il demolitore delle mura cittadine.

La montagna luogo del pensiero, della riflessione. Luogo per centri studi. Diamo vita a un osservatorio del territorio unico. Un centro studi. Creiamo scuole in grado di accogliere saperi specialistici. Luoghi per la ricerca. Centri di specializzazione.

Invitiamo a risiedere studi di produzione del design virtuale californiani. Diamo la residenza ad artisti. Creiamo infrastrutture telematiche, collegamenti efficienti con sistemi di viabilità collettiva, l’utilizzo di soli mezzi ecologici. E’ poi strategico per la montagna promuovere un più qualificato rapporto intervallino. La montagna è luogo di culto. Ben lo sapevano i gesuiti e i monaci. La società della comunicazione è basata sui nodi cognitivi, sull’economia delle conoscenze. La montagna può trovare in questa dimensione una nuova rinascita

Vivere in città comporta modalità e comportamenti che non si coniugano con la cultura della montagna.  Il consumismo drogato metropolitano poco si addice con la cultura contadina, più dedita al risparmio, al rapporto con l’ambiente, alla riflessione, allo studio e alla ricerca. La Montagna rappresenta oggi un valore abbandonato. E’ sotto agli occhi di tutti. Le amministrazioni locali e il privilegio personale hanno fatto disastri e distrutto paesaggi. Bisogna salvare le identità e si deve anche progettare e immaginare il futuro. Si parla di recupero del passato, ma si pensa poco al futuro, se non in forma speculativa e si dà per scontata la colonizzazione dei saperi e dei luoghi cercando di insediare un modello che nulla a che fare con quell’ambiente. La Montagna deve essere connessa, collegata e accessibile, forme necessarie per dar vita a iniziative tese a sviluppare un contesto favorevole, luoghi da abitare e non essere abbandonati o semplicemente transitati. L’ambiente costituisce la ricchezza naturale con cui i saperi devono interagire per forme di ritorno positivo di  qualità di vita ed economico.

Diviene fondamentale la costituzione di un gruppo strategico creativo multiculturale permanente in grado di formulare una nuova progettualità globale di ambiente e di vita. Le iniziative specifiche se inserite in un progetto di insieme trovano i finanziamenti privati o pubblici, ma ciò che manca oggi è una visione di insieme di un territorio. Occorre poi una struttura finanziaria Europea dedicata alla montagna, che investa in quelle aree e non dreni il risparmio o le risorse economiche in altre aree economiche. Il turismo, l’agricoltura biologica, sono strumenti di sopravvivenza, anche validi, ma non possono essere considerati obiettivi strategici e di sviluppo. Così come il recupero del passato deve essere vissuto nella dinamica esistente  dei luoghi, si devono creare opportunità in grado di dialogare col mondo. E questo è compito del politico, dell’Amministrazione pubblica porre le premesse per rigenerare i luoghi. Per punti un elenco delle progettualità necessarie per ridare vigore a questi luoghi ricchi di valori:

1.      Osservatorio strategico creativo;

2.      Istituto finanziario Europeo della Montagna;

3.      Generatori di ricchezza locale: Energia eolica e idrica, Valorizzazione dell’ambiente e delle risorse idriche, Turismo, Centri di ricerca o distaccamenti universitari;

4.      Cultura dei parchi;

5.      Piano di mobilità fisica  (intervallino e pedemontano) e virtuale;

6.      Valorizzazione della cultura agricola e biologica;

7.      Promuovere gli interventi di capitale finanziario pubblico, privato, delle Fondazioni.

In montagna sono presenti numerosi punti con acqua non potabile (vedi Vairo). Ritengo sia indispensabile attivare un piano di salvaguardia delle acque e una maggior attenzione agli insediamenti di allevamenti, ai piani di spandimento in montagna. Divengono necessari:

1.      interventi alle fonti delle acque con nuove tecnologie che utilizzano ossigeno ozono e che dovrebbero sostituire l’attuale sistema con cloro;

2.      Trattamento dei rifiuti domestici, di lavorazioni con sistemi in grado di ridurre al minimo l’inquinamento ambientale;

3.      Applicazione di sistemi integrati ecocompatibili per lo smaltimento dei rifiuti zootecnici: a)riciclo, a scopo irriguo, delle acque putride degli allevamenti depurate e rigenerate con ossigeno-ozono;.b)utilizzo di biofiltri per il trattamento degli odori provenienti dagli allevamenti.

 

Parco delle frane. Così scriveva Don Giacomo Ripa a margine del registro dei Battesimi "…il 12 Novembre del 1612 un grandioso scoscendimento si iniziò sotto la vetta del monte e nei giorni successivi, fino al 18, travolse le case di Linari e vaste aree di terreni colti, provocando la formazione di un lago…" Non solo dai fatti di storia tramandati, ma dalla mappatura geologica risulta evidente la franosità di tutto il territorio circostante Corniglio, non ultimo la composizione del terreno dello stesso paese che non giace su roccia ma su terreno incoerente, accumulo probabilmente di frane storiche, fatto di argilla e pietrisco. Da tempo infatti è stata proposta una canalizzazione sotto il paese per favorire il drenaggio delle acque e diminuire la pericolosità di frana del centro storico.

Una opinione pubblica consapevole della realtà del proprio luogo e una Amministrazione Pubblica preparata sono le condizioni indispensabili per una progettazione creativa, la condivisione dello sviluppo di un territorio e delle scelte di indirizzo.

Provate a comparare due fenomeni naturali come la frana e un vulcano. Provate a vedere che tipo di economia si è sviluppata sul vulcano. E perché non potrebbe così realizzarsi sulla frana: un parco naturale delle frane di portata internazionale, con centri di studio, attività formativa, preventiva, di sperimentazione, di sistemi di rilevazione tecnologica; si potrebbero formare specialisti di geologia delle frane per tutto il mondo; anche la frana se valorizzata e non celata può generare un suo interesse, oltre a quello geologico è una espressione artistica naturale, sviluppare un sapere, una sua economia. Si potrebbe creare un turismo sul dissesto geologico, idrogeologico, sui cambiamenti morfologici naturali, sulla vita delle frane, sulla memoria storica degli eventi. E’ tutto ovviamente da vedere, verificare, studiare, ma partendo da una consapevolezza di conoscenze, non sulla falsità o sull’ignoranza che alimenta le tasche dei pochi che detengono il potere e favorisce i privilegi dei cortigiani. Che cosa vale oggi l’economia del prosciutto a Corniglio? Un paese che ha perso tempo perché si è taciuto la verità.

Ora mi chiedo come è possibile pensare di sviluppare una economia industriale alimentare, in montagna, su un terreno franoso. Solo l’idiozia in malafede può produrre tale scempio.

Semmai, il prosciutto, questa delizia storica della cultura alimentare di Parma, lo si potrà gustare in qualche locanda, che avrà avuto la saggezza di valorizzarne il sapore con una stagionatura prolungata, accompagnato da un pane casereccio, un buon vino e poi una spongata come ricordo.

b) Politica della prima casa

Welfare. Nella complessità sociale crescente, nell’incremento della povertà nei Paesi cosiddetti evoluti, nella velocità dei cambiamenti radicali determinati dalla società della tecnica, si creano difficoltà crescenti che le attuali Istituzioni non sono più in grado di gestire.

Lo Stato deve rigenerarsi, trovare in particolare nell’ambito sociale una nuova identità, deve modificare la sua capacità di intervento affinché le persone non siano dei beneficiari passivi, ma soggetti attivi nel miglioramento del proprio benessere, posto che vi sia uno Stato e leggi che lo tutelino. Non si tratta semplicemente di riformare il sistema sociale, ma di creare una nuova società di welfare, nella quale le Istituzioni sono attori a fianco di nuove organizzazioni di mutuo sostegno, alla famiglia, alla persona e al settore del volontariato; Istituzioni che offrano maggior aiuto, rimanendo flessibili, per rimetterci in piedi quando cadiamo, per ridarci fiducia nel disagio.

L’assistenzialismo generico, spesso non qualificato, è produttore di assistiti patologici, generatore di una vera e propria catena di povertà in cui l’elemosina diviene lavoro; persone ridotte a strumento per la sopravvivenza dei servizi collegati: tutto ciò si chiama pratica di degrado collettivo sociale con cui si alimenta il clientelismo politico. Bisogna prevenire la dipendenza anziché perpetuarla e aiutare la persona a recuperare la dignità perduta.

Ritengo invece si debba tendere verso una assistenza qualificata ad personam per l’aiuto necessario: culturale, psicologico, economico e relazionale, affinché chi è caduto in basso o vive nel disagio possa riacquistare la propria dignità, anziché porlo nel discredito, al confino, all’abbandono e riducendolo nel migliore dei casi all’assistenzialismo di povertà. A questa pratica disumana si deve porre fine. La dimensione e il valore del cittadino non possono essere disattesi da nessuno.

Così come nello sport esistono i tempi della preparazione, i tempi degli allenamenti specifici, i tempi del gioco e ahimè i tempi degli infortuni più o meno gravi, la convalescenza, il recupero e il reimpiego. Lo stesso le Istituzioni devono fare in modo di essere vicini quando si cade, avere la capacità di rigenerare e recuperare chi subisce un infortunio mettendolo in grado di tornare a giocare. Si è venuti al mondo per giocare non per stare fuori dal gioco, per esprimere il proprio virtuosismo, il proprio talento, non per parassitare. Chi ha avuto il mandato democratico ha il dovere di favorire e valorizzare il fraseggio virtuoso, di consentire la costruzione e la partecipazione al gioco, non il tatticismo esasperato senza qualità.

L’assistenzialismo generalizzato è inutile e dannoso. E’ la persona con le sue diversità anche nel bisogno che deve essere sostenuta, con interventi diversificati nei tempi, nell’intensità, nelle modalità. Bisogna ricreare il circolo virtuoso se si è finiti in quello vizioso, se si è caduti malauguratamente nella spirale negativa.

"…un nuovo patto tra ricchi e poveri. Esso consisterà in un contratto sugli sforzi, gli sforzi da compiere per cambiare gli stili di vita. Sue forze motivazionali saranno in primo luogo il riconoscimento delle responsabilità degli uni nei confronti degli altri necessarie ad affrontare i mali che lo sviluppo ha prodotto; in secondo luogo, la desiderabilità del cambiamento dello stile di vita sia dei privilegiati sia degli svantaggiati; e infine una interpretazione ampia del sistema di welfare, che prenda le distanze dal modello della fornitura di beni materiali a favore dei poveri, per internderlo invece come promozione del sé autotelico". (Anthony Giddens)

Riflessioni del Cardinal Martini sullo Stato sociale e sulla difesa dei più deboli.

Non c’è dubbio che ci sia bisogno negli Stati moderni di un cambiamento da realizzare in modo radicale. Tale conclusione può essere foriera di un grave rischio e, insieme, di una grande opportunità. Il rischio è che, dietro all’affermazione della necessità di una profonda ristrutturazione

dello Stato sociale, si camuffi l’intenzione di cancellare lo stesso principio di solidarietà tra le diverse fasce della società che lo aveva ispirato, in nome di una sorta di immediato pragmatismo e di critica esaltazione dell’individualismo, del puro mercato e dell’iniziativa privata. L’opportunità, invece, consiste nell’avviarsi decisamente verso la revisione dei meccanismi e della configurazione dello Stato sociale proprio in nome di una più reale e sicura tutela dei diritti fondamentali dei soggetti più deboli, recuperando così la realizzazione delle istanze etiche originarie dello Stato sociale.

Lo Stato sociale, quindi, non va smantellato o dissolto: va ripristinato e ricostruito attraverso il recupero della centralità di alcuni valori e di alcuni soggetti. Si tratta di ricordare, anzitutto, che ci sono bisogni collettivi e qualitativi che non possono essere soddisfatti mediante i meccanismi del mercato, ci sono esigenze umane importanti che sfuggono alla sua logica; ci sono dei beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e comperare.

La prima ragione etica che richiede ed esige la realizzazione di uno Stato sociale può essere individuata nel diritto inalienabile di tutti al soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Si tratta di un diritto universale, che riguarda ogni uomo per il solo fatto che è persona; come tale è un diritto che si manifesta con tutta la sua urgenza nelle persone più deboli, bisognose, povere.

Di conseguenza proprio perché si tratta di un diritto inalienabile, ci troviamo di fronte a una questione di giustizia e di verità: non è un problema la cui soluzione può essere lasciata solamente alla carità volontaria o alla libera iniziativa di qualcuno, che pure sono importanti e chiedono di essere promossi e valorizzati; è un dovere di stretta giustizia della società e perciò lo Stato, che ha responsabilità di governo della società, deve comunque provvedere a che sia adempiuto.

Giustizia sociale che, da un lato, mira a far sì che a ciascuno, in quanto facente parte di quel tutto unico e comunionale che è l’umanità, siano garantiti i suoi diritti inalienabili e che, dall’altro, conduce a esigere da ciascuno la realizzazione dei suoi doveri fondamentali in armonia con quelli dell’intera società.

La solidarietà deve essere intesa come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune. Il rispetto e l’attuazione di questo principio, tuttavia, deve andare di pari passo con la crescita di un’autentica cultura della solidarietà. È una cultura che chiede di superare ogni concezione "assistenziale-sentimentalistica" della solidarietà stessa e che, nel medesimo tempo, sa riconoscere e mettere in luce il nesso che intercorre fra efficienza e solidarietà, convinti che quest’ultima, proprio in quanto risponde a un principio etico superiore di prossimità verso chi si trova in condizioni di bisogno, può essere considerata anche una "convenienza" per lo stesso funzionamento complessivo della società. La solidarietà, inoltre, può essere realizzata mediante una pluralità di "reti di sostegno", capaci di attuarsi in ordine di una molteplicità di situazioni, che di per sé non riguardano soltanto i "poveri".

La ristrutturazione dello Stato sociale non può certo avvenire accettando quella tendenza radicalmente neo-liberistica che contesta la necessità dell’intervento pubblico e di un sistema di sicurezza sociale, giungendo a "tagliarli" drasticamente o addirittura ad abolirli: verrebbero meno, infatti, i principi fondamentali di giustizia sociale e di solidarietà.

Non si può accettare l’atteggiamento di chi vorrebbe mantenere lo Stato sociale così com’è, rigettando ogni ipotesi di riforma strutturale come un tentativo di espropriare i cittadini dei propri "diritti acquisiti": in tal modo si darebbe fiato a una logica sostanzialmente egoista, che finisce il difendere gli interessi corporativi più forti, a scapito di quelli delle categorie più deboli.

Per una positiva riforma strutturale dello Stato sociale va riaffermata la necessità di superare definitivamente la figura di "Stato assistenziale", consapevoli che esso, intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese.

Premesso che è urgente e necessario riaffermare la centralità della persona umana (…), la sfida più grande è quella di rispettare, salvare e promuovere la dignità della persona umana e, in particolare, di quella persona che si trova in uno stato di sofferenza, di malattia, di debolezza.

Questa premessa sul welfare mi introduce al tema della prima casa. Esiste infatti il problema abitativo, discriminante fondamentale per la definizione della qualità di civiltà di un territorio. Politica della prima casa che non può non rientrare nel nuovo indirizzo di  welfare e dei diritti sociali. La prima casa, un bene primario, un diritto sociale, un problema crescente anche nel nostro territorio e che si manifesta in tutta la sua drammaticità. Il crescente disagio sociale relativo alla mancanza di abitazioni idonee ad accogliere persone, famiglie, nuclei conviventi, studenti a costi contenuti sta divenendo una esigenza primaria della società post industriale. Un problema di politica sulla prima casa a cui si deve porre mano con urgenza: ai livelli di affitto insostenibili per le retribuzioni presenti, si aggiungono difficoltà di acquisto per i redditi da lavoro, le necessità di alloggio a costi contenuti per gli studenti, gli anziani le minoranze etniche e per i profughi di guerre.

Si è passati dalla casa per la persona, alla finanza della casa in cui l’individuo è complemento strumentale, chiamato ad alimentare con contributi a volte vessatori il massacro territoriale, una cementificazione spesso senza qualità.

Un problema che coinvolge anche il nostro territorio, in modo marcato,  non  più differibile, ma anzi necessita di una seria volontà di impegno politico affinché il contesto cambi radicalmente. Vi sono esempi nel mondo anglosassone da cui apprendere, così come credo esistano capacità e risorse locali per affrontare seriamente il problema prima che esploda  e degeneri. 

Un anno fa feci una protesta perché i politici locali ponessero "la politica della prima casa" come priorità, prendessero in seria considerazione la necessità di impegnarsi in questo problema a tutt’oggi non solo irrisolto, ma accresciuto e che è fonte di un disagio sociale, insostenibile solo attraverso le politiche dei servizi sociali. E’ un problema che deve essere affrontato nella sua dimensione politica, di mercato, nella formazione della sua criticità. Non può esserci qualità sociale senza casa. La prima casa non è un bene per la garanzia di terzi, ma è un bene unicamente delle persone che la abitano. La prima casa è la condizione indispensabile per l’autorealizzazione. La prima casa: un problema crescente così come lo è la povertà assoluta e relativa nei Paesi dell’Occidente, quelli evoluti. Ovvio non voglio qui toccare il dramma del terzo mondo, verso cui forse dovremmo avere e sentire qualche maggiore responsabilità. Alcuni dati sulla povertà:

§         In Italia. Nel 2001, circa 2 milioni 663 mila famiglie (pari al 12,0% del totale delle famiglie residenti) vivono in condizione di povertà relativa, per un totale di 7milioni 828 mila individui (il 13,6%dell’intera popolazione).

§         Nei Paesi evoluti. La Gran Bretagna  fa registrare, col 25 per cento, il tasso più alto di povertà nell’Unione europea. Negli Stati uniti, mentre si riduceva la disoccupazione, è cresciuto il numero dei working poor : il 30 per cento degli occupati ha un reddito al di sotto della soglia di povertà; il 53 per cento non ha una copertura dei fondi pensione privati, e il 40 per cento non ha l’assicurazione sanitaria. Nelle carceri americane sono mediamente rinchiuse 1.500.000  persone – in larga misura giovani e di colore. Se il loro numero fosse aggiunto ai disoccupati, ne aumenterebbe di un quarto la percentuale.

I volti del disagio

Il terzo rapporto sulla povertà in Italia é dedicato alle povertà estreme, cioè "a quelle aree di privazione, di disagio e di esclusione che occupano i gradini più bassi della stratificazione sociale e che non usufruiscono, se non in minima parte, della protezione legislativa e delle prestazioni dello Stato sociale.

Emergono come povertà estreme quattro categorie di persone: i senza fissa dimora, i nomadi, i malati di mente e gli immigrati extracomunitari. Colpisce anzitutto in questo rapporto il fatto che l’esclusione e la povertà hanno in Italia un volte sempre più giovane. Inoltre i poveri "estremi" non sono analfabeti, tra essi troviamo laureati e diplomati.

Senza fissa dimora. Si legge nel rapporto: "l’espandersi del fenomeno dei senza-fissa-dimora appare direttamente conseguente alla "forza di espulsione" che si riversa da parte della società civile e delle istituzioni nei riguardi di alcune fasce particolarmente fragili". In questo nuovo fenomeno di "barbonismo" l’età é sempre più bassa e aumentano le donne. All’origine del fenomeno ci sono sempre più spesso esperienze traumatiche: ex carcerati, malati mentali, alcolisti…

Tra i fattori determinanti spicca la disgregazione del nucleo familiare, la disoccupazione, il fallimento economico, la prostituzione. É un fenomeno che si concentra nelle grandi città.

Nomadi. É l’ambito di povertà estreme dove é maggiore il problema dell’incomunicabilità con la società e le istituzioni. "I comportamenti dei nomadi vengono percepiti come devianti da parte della società e determinano nella maggior parte dei casi atteggiamenti di aperta ostilità da parte della società civile". I nomadi percepiscono grande indifferenza ed ostilità attorno a sé. Una buona parte di essi sono ormai sedentari. É una popolazione molto giovane, a scolarità bassissima.

Malati mentali. La responsabilità della condizione di estrema povertà di molti malati mentali é soprattutto istituzionale; la mancata attuazione della legge 180 ha abbandonato sul territorio molti ex degenti degli ospedali psichiatrici. Mancano quasi totalmente le strutture intermedie previste dalla legge che dovevano servire al loro recupero e reinserimento nella società. Il fatto che questo settore richieda competenze specifiche e complesse spiega il fatto che il volontariato sia qui meno presente che in altri campi di povertà estreme.

Immigrati. Gli immigrati, soprattutto clandestini, sono stati classificati nelle povertà estreme soprattutto a causa delle loro condizioni di alloggio e di collocazione sul mercato del lavoro (solo una parte lavora; chi lavora ha per lo più un lavoro precario, senza contratto, spesso sottopagato…) 10 aprile 2003

Luigi Boschi

 

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