WELFARE

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Nella complessità sociale crescente, nell’incremento della povertà nei Paesi cosiddetti evoluti, nella velocità dei cambiamenti radicali determinati dalla società della tecnica, si creano difficoltà crescenti che le attuali Istituzioni non sono più in grado di gestire. Lo Stato deve rigenerarsi, trovare in particolare nell’ambito sociale una nuova identità, deve modificare la sua capacità di intervento affinché le persone non siano dei beneficiari passivi, ma soggetti attivi nel miglioramento del proprio benessere, posto che vi sia uno Stato e leggi che lo tutelino. Non si tratta semplicemente di riformare il sistema sociale, ma di creare una nuova società di welfare, nella quale le Istituzioni sono attori a fianco di nuove organizzazioni di mutuo sostegno, alla famiglia, alla persona e al settore del volontariato; Istituzioni che offrano maggior aiuto, rimanendo flessibili, per rimetterci in piedi quando cadiamo, per ridarci fiducia nel disagio. L’assistenzialismo generico, spesso non qualificato, è produttore di assistiti patologici, generatore di una vera e propria catena di povertà in cui l’elemosina diviene lavoro; persone ridotte a strumento per la sopravvivenza dei servizi collegati: tutto ciò si chiama pratica di degrado collettivo sociale con cui si alimenta il clientelismo politico. Bisogna prevenire la dipendenza anziché perpetuarla e aiutare la persona a recuperare la dignità perduta. Ritengo invece si debba tendere verso una assistenza qualificata ad personam per l’aiuto necessario: culturale, psicologico, economico e relazionale, affinché chi è caduto in basso o vive nel disagio possa riacquistare la propria dignità, anziché porlo nel discredito, al confino, all’abbandono e riducendolo nel migliore dei casi all’assistenzialismo di povertà. A questa pratica disumana si deve porre fine. La dimensione e il valore del cittadino non possono essere disattesi da nessuno. Così come nello sport esistono i tempi della preparazione, i tempi degli allenamenti specifici, i tempi del gioco e ahimè i tempi degli infortuni più o meno gravi, la convalescenza, il recupero e il reimpiego. Lo stesso le Istituzioni devono fare in modo di essere vicini quando si cade, avere la capacità di rigenerare e recuperare chi subisce un infortunio mettendolo in grado di tornare a giocare. Si è venuti al mondo per giocare non per stare fuori dal gioco, per esprimere il proprio virtuosismo, il proprio talento, non per parassitare. Chi ha avuto il mandato democratico ha il dovere di favorire e valorizzare il fraseggio virtuoso, di consentire la costruzione e la partecipazione al gioco, non il tatticismo esasperato senza qualità. L’assistenzialismo generalizzato è inutile e dannoso. E’ la persona con le sue diversità anche nel bisogno che deve essere sostenuta, con interventi diversificati nei tempi, nell’intensità, nelle modalità. Bisogna ricreare il circolo virtuoso se si è finiti in quello vizioso, se si è caduti malauguratamente nella spirale negativa. "…un nuovo patto tra ricchi e poveri. Esso consisterà in un contratto sugli sforzi, gli sforzi da compiere per cambiare gli stili di vita. Sue forze motivazionali saranno in primo luogo il riconoscimento delle responsabilità degli uni nei confronti degli altri necessarie ad affrontare i mali che lo sviluppo ha prodotto; in secondo luogo, la desiderabilità del cambiamento dello stile di vita sia dei privilegiati sia degli svantaggiati; e infine una interpretazione ampia del sistema di welfare, che prenda le distanze dal modello della fornitura di beni materiali a favore dei poveri, per internderlo invece come promozione del sé autotelico". (Anthony Giddens) (Parma, 13 maggio 2003)

Luigi Boschi

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