Risultati elezioni regionali in Basilicata

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Le elezioni lucane non sono state un test locale ma la dimostrazione di una dinamica elettorale che tocca l’intero Paese: il M5s primo partito con 57.821 voti; Lega voti 54.015; Forza Italia voti 25.974; PD 22.423 voti 

Si ripropongono  quindi le attuali forze di Governo. Chi scrive “il M5s s’indebolisce”, scrive il falso in malafede. I partiti del centro sinistra (PD) e centro destra (FI) sono in coda rispettivamente al terzo e quarto posto. LB 

CLAUDIO TITO

L’importanza nazionale del voto in Basilicata risiede nel fatto che rappresenta una conferma. Si tratta della quarta elezione dall’inizio dell’anno e presenta gli stessi andamenti dei precedenti tre. Una tale omogeneità fa ben capire che non siamo dinanzi a un test locale ma a una dinamica elettorale che tocca l’intero Paese. Si mettono allora in evidenza tre fattori e due conseguenze.

Il primo fattore è il centrodestra. La coalizione ormai a trazione leghista è dominata da Matteo Salvini. L’alleanza porta i suoi consensi sempre intorno alla quota del 40 per cento. Il vento populista che ancora soffia nel nostro Paese – anche se con qualche iniziale segno di cedimento – ha scelto il segretario leghista come suo unico referente. Quel vento, del resto, sceglie sempre un solo interprete. Contiene al suo interno una concezione leaderistica della politica che spinge a battezzare un solo capo.

Il secondo fattore si concentra sul Movimento 5Stelle. La sua parabola si presenta ormai con chiarezza. In Basilicata hanno perso il 60 per cento dei consensi passando dal 44 al 20. Il voto di protesta che ha portato a marzo 2018 il 32 per cento dei voti a livello nazionale sta prendendo altre direzioni. I grillini non sono abbastanza populisti e leaderisti per chi immagina di poter chiudere l’Italia negli angusti confini del sovranismo e non sono abbastanza efficienti al governo. Anzi, le misure proposte dall’esecutivo Conte si sono già consumate. L’unico elemento che rimane nella testa degli elettori è la spinta antimigranti di Salvini. Il resto sta svanendo sotto i colpi di una incipiente recessione che inizia a lasciare i segni anche su piccole imprese e cittadini.

Il terzo fattore è rappresentato dal centrosinistra. Chi individua l’avversario nella politica di questo governo ha scelto il suo interlocutore. Ed è appunto il centrosinistra. Il Pd ha ancora bisogno di nascondere il suo ruolo – il simbolo non era nemmeno presente in Basilicata – ma l’alleanza progressista sta diventando il polo di attrazione di tutti gli ‘altri’ e per questo torna sopra il 30 per cento. Comincia a classificarsi come una alternativa credibile dopo la tremenda batosta di un anno fa quando era precipitata al 20 per cento.

Questi tre fattori determinano allora due conseguenze. La prima investe il governo. Quando i rapporti di forza nella maggioranza cambiano così rapidamente è difficile che non plasmino anche l’esecutivo. Un partito – la Lega – massimizza i risultati della presenza al governo, l’altro – il M5S – viene penalizzato da quella presenza e dalla coalizione con il Carroccio. Si manifesta come l’elemento debole e così viene percepito da chi va alle urne. Una situazione del genere non può durare a lungo. I leghisti, magari dopo le europee, saranno spinti dalla forza della politica a concretizzare la loro egemonia anche dentro la squadra di governo e i pentastellati saranno strattonati dall’emergenza e dall’istinto di sopravvivenza a individuare un nuovo equilibrio. Il tutto, peraltro, stressato da una situazione economica che precipita verso la recessione.

La seconda conseguenza riguarda il sistema politico. Il tripolarismo che si era affacciato nel Paese nel 2013 sta regredendo. La sfida si sta nuovamente reindirizzando verso il classico centrodestra/centrosinistra. Il fronte progressista è l’unica vera opposizione. Ma i tempi con cui si realizzeranno questi cambiamenti saranno determinati dalle scelte che a giugno compiranno Salvini e Di Maio. 25 MARZO 2019

Fonte Link: repubblica.it

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